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Di seguito viene
pubblicato un lavoro
di un viaggiante italiano per il territorio ucraino,
avvenuto nel 2005.Contattare
l'autore.
Ricordiamo, che l'amministrazione del sito può non condividere
l'opinione del autore
un
viaggio nato per comprendere le migrazioni dei popoli slavi.
NEL PAESE DEL GRANO
Viaggio a ritroso in Ucraina
- Prima
di partire.. 4
- VIAGGIO
IN PULLMAN.. 5
- ECONOMIA
DI MERCATO.. 8
- TRASPORTI
COLLETTIVI. 10
- SPOSI.
13
- STORIA
DI GIOVANNA.. 14
- LE
DONNE.. 21
- CAPITALE
kiev.. 22
- CHERNOBYL
CENTRALE FACCIA VISTA.. 27
- LUOGHI
DI CULTO.. 33
- DINAMO..
35
- SUL
MAR NERO.. 38
- BUNKER
D’ESTATE.. 40
- SEBASTOPOL.
41
- ODESSA..
43
- SULLA
VITA QUI. 45
- IL
CERCHIO SI CHIUDE.. 47
- DOGANA..
48
- APPENDICE..
49
- LA
FORMAZIONE DELL’UCRAINA.. 49
- LA
POLITICA DEL PENDOLO.. 54
- DAL
DISSENSO ALLA RIVOLUZIONE ARANCIONE.. 58
L'Ucraina é diventata nazione ad
ovest di Varsavia dal momento che i media di tutto il mondo hanno
iniziato a parlarne. Kyev o Kiyv, come meglio preferite, é la
capitale di questa giovane nazione ed é storicamente la città di
passaggio tra oriente e occidente, sia in senso fisico che religioso,
é qui che la religione cristiana separa la presenza cattolica e
protestante con quella ortodossa. Questa terra é costretta a stare in
mezzo alle appartenenze, anche quella territoriale, dove pure
l'alfabeto nutre il desiderio di distinzioni. Nonostante l'Unione
Sovietica abbia provato a "russificare" questa regione,
permangono molti dipartimenti che
rivendicano le proprie origini in Europa, nella vecchia Galizia.
La rivoluzione arancione é in
atto e segnerà la storia
di questo paese, poche cose rimarranno come sono state finora. Poche
settimane fa, un viaggio nato per comprendere le migrazioni dei popoli
slavi alla ricerca di maggiori opportunità, si é trasformato in una
serie di incontri, storie e situazioni che ci hanno mostrato
differenti anime di questo paese apparentemente immobile.
L'Ucraina che abbiamo conosciuto
non sarà più la stessa. Una nazione che ai nostri occhi si é
mostrata sospesa, per la prima volta nella sua giovane storia ha
espresso un sentimento popolare.
Rabbi Bleich ha detto: "In
questo paese non ci sono eroi, quindi gli eroi hanno bisogno di essere
inventati". Yushenko rischia di essere elevato a questo ruolo,
soprattutto perché una serie di vicende hanno costruito attorno alle
elezioni in Ucraina un alone di mistero, lo stesso candidato
"arancione" ha dichiarato: "In queste elezioni ho messo
in gioco anche la faccia", sfigurata da un avvelenamento causato
dalla Diossina, i cui esiti non sono ancosa chiari. Molti rischiano di
voler trasformare Yushenko in eroe ancor prima di conquistare la più
alta carica dello Stato. Sarà la politica di questo mandato
presidenziale che determinerà il vero volto del nuovo Presidente.
Ma per ora, quel che é certo, é
che l'Ucraina ha trovato i suoi eroi. Sono quelle persone che prive
del sostegno di oligarchie, senza la protezione di grandi potenze
internazionali e con poche risorse economiche, hanno espresso il
desiderio di esserci, scendendo nelle strade, invadendo piazze e
scandendo una protesta che non é mai sviscerata negli scontri.
Anche nei momenti più tragici,
quando la politica minacciava scissioni, fratture e guerre civili,
nella piazza le persone presidiavano le istituzioni e la solidarietà
tra i manifestanti cementava un patto di appartenenza alla nazione
Ucraina. Queste storie hanno costruito una nazione. Quella del bambino
che é scappato dalla famiglia per poter dare il suo contributo alla
causa ed ha rischiato di morire congelato, se non fosse stato salvatod
a una manifestante della fazione opposta. Il giornalista sordomuto che
da anni "leggeva" le notizie con i gesti sulla tv nazionale,
che si é stancato di essere tramite di informazioni manipolate e con
le mani ha raccontato a
tutti coloro che lo stavano seguendo che ogni notizia "era falsa,
e che tutto era manipolato. E si é congedato così preannunciando che
lo avrebbero licenziato". Anche i gesti degli ucraini sparsi per
il mondo sono stati eroici, perché gli uomini e le donne sapevano che
in patria i figli stavano esprimendo la necessità di cambiare corso,sono state organizzate petizioni, raccolte fondi inviate al
conto corrente destinato a sostenere chi i manifestanti che hanno
affrontato l'inverno. Tutti coloro che hanno abbandonato il lavoro o
sospeso gli studi sono stati capaici di un gesto eroico, nel loro
piccolo. Che sostenessero Yushenko o Yanukovich non importa, non hanno
valenza nemmeno le delazioni, le accuse di essere stati finanziati da
una parte o dall'altra. Perché i sentimenti che la politica non
sembra essere capace di esprimere, il popolo li ha offerti
gratuitamente, come massima rappresentazione di democrazia, di esigere
che il diritto di voto di ogni singolo cittadino sia l'unico punto di
riferimento dello Stato, e che questo abbia diritto di cambiare il
Governo e i gruppi di potere.
In Ucraina probabilmente la classe
dirigente e i potentati economici si erano abituati a condurre il
gioco, tanto che nel marzo del 2002 il ministro della Difesa fece
pubblicare un annuncio su un giornale:"Cerchiamo diverse
centinaia di missili. Sono inutilizzabili, ma non li troviamo più".
Abbiamo definito il nostro
viaggio, prima di partire, "a ritroso". Ci immaginavamo di
compiere un percorso al contrario, oggi il viaggio a ritroso ha
acquistato un altro significato, perché parla di un paese che non c'é
più, ed il nostro rapporto con l'Ucraina é continuato, il 21
novembre abbiamo accompagnato la comunità
della nostra città a Milano, per il ballottaggio tra i due
candidati e nulla faceva presagire ad un tracollo istituzionale. Ed
anche il 26 dicembre siamo tornati al Consolato perché non potevamo
tirarci indietro dal dover testimoniare il coinvolgimento sentimentale
e umano di un popolo che seppur frammentato e diviso da Storia,
religione e politica, ha scelto di costruire un percorso civile.
Indipendentemente dai vincitori e dai vinti, da quanto é trasparente
e quanto invece rientra negli interessi economici e nei meccanismi del
potere, tutto questo scivola via di fronte alle persone che hanno
alimentato il desiderio di crescere e di pretendere un altro paese, di
cui andare fieri. Non si parla soltanto di Ucraina, la politica un po'
dappertutto non sembra più capace di tenere il passo con la dignità
e il senso morale delle persone che costituiscono la coscienza civile
di un popolo. I veri eroi non hanno nome, restano soltanto le loro
storie.
I prezzi e i dati
economici si riferiscono al cambio di
1 Euro = 6,3 - 6,5 grivne
10 Euro = 63 - 65 grivne
Prezzi indicativi sul mercato
di Odessa:
Frappé 1,05 grivne
Scatola filtri thé 3 grivne
Sacchetti di plastica 50 Kopechi
Semi di girasole 1,20 - 1,50 all'etto
Vestiti uomo 16 - 50 grivne
Jeans di marca riprodotti 100 grivne
Pantofole 7 - 10 grivne
Pomodorii 70 - 80 Kopechi al chilogrammo
Mele 2,5 grivne al chilogrammo
Pacchetto di sigarette nazionali 1,10 grivne - 2 grivne
Stecca di sigarette 12 grivne
Camicia 20 - 40 grivne
Birra in bottiglia 1,10 - 2,40 grivne
Accendino 1 grivna
Scarpe donna 20 - 40 grivne
Peluche per bambino 15 - 95 grivne
Copertina Cellulare Nokia originale 30 grivne
1 rotolo carta igienica 50 Kopechi
Pacco dieci confezioni fazzoletti di carta 4 grivne
“Non avete
nulla di meglio da fare che andare a Chernobyl? In pullman poi? Con
quella gente là?”. Erano i primi di giugno, e sull’Atlante
geografico era nato un passaggio, l’idea di andare a ritroso, di
compiere un viaggio seguendo l’idea delle Carovane, della
transumanza dettata dalla quotidiana necessità di portare in tavola
il pane per la propria famiglia, di garantire un futuro. Parlare di
futuro nella terra di Chernobyl, a distanza di sicurezza, potrebbe
apparire di cattivo gusto. Là, Chernobyl, fa ancora paura, quando te
ne parlano, lo descrivono come un fantasma invisibile, e sussurrano
quasi l’incredulità della nostra scelta, di andarci a stretto
contatto. Quasi fosse un animale in letargo, che è meglio tenere la
voce bassa per non correre il rischio di risvegliarlo. La gente però
mangia i funghi che raccoglie nei boschi, beve l’acqua seppur
pescata a maggiori profondità, pesca nei fiumi mentre le mogli a casa
preparano la pastella e scaldano l’olio; la gente continua a vivere,
alla faccia della radioattività.
Il nostro
viaggio non è nato per via di Chernobyl, ma per via dell’Ucraina.
Prima di partire non avevamo nemmeno idea di che colori avesse la
bandiera di questo paese, nella mente rimane sempre la provincia di
Mosca, dell’impero sovietico. E sembra che tutti questi stati finchè
non accade qualcosa siano influenzati da come gira l’ombra del
Cremlino.
Un anno fa,
una signora Ucraina, da tre anni in Italia, con un contratto regolare
ma ancora senza il permesso di soggiorno, tornò a Ternopil, la città
in cui abitavano i sue due figli che non vedeva dal giorno della sua
partenza. Questa signora da qualche tempo prestava le cure a mia
nonna, faceva la badante. Il giorno prima di partire mi disse che mi
avrebbe ospitato volentieri, che avrebbe voluto vedermi in Ucraina,
per mostrarmi “come si vive là”.
Giovanna,
questo è il suo nome, l’avevo sentita spesso parlare del suo paese,
del viaggio che devono affrontare per arrivare nel nostro paese, la
nostalgia che a volte diventa insopportabile per la propria famiglia
– dice- “i figli non so se capiscono che sono qui per loro, per il
loro futuro”. Ci sonoagenzie che speculano sulla precarietà di
donne e uomini che vogliono soltanto lavorare, non importa quanto o
come, lo fanno per mandare a scuola i figli, per acquistare un
appartamento decente o per garantire una tranquillità che ora lo
Stato non può permettere.
Sapevo che un
giorno sarei andato a Ternopil, che ero stato invitato e sarebbe stato
scortese rifiutare. Andare a Ternopil non è come andare a Parigi, uno
pensa a Ternopil e dal nome non ne ricava nulla, non un’immagine,
non una citazione letteraria. E’ come prendere l’atlante e segnare
delle città a caso e provare l’esigenza di dare un contorno a quei
nomi.
Tutto è
partito da qui. Un anno dopo il viaggio si è concretizzato per caso.
“Perché non accettare l’invito e partire? Magari rinunciando ai
tempi brevi di spostamento degli aerei,
un viaggio a ritroso, il ritorno ad una casa che non
conosciamo, che non è la nostra”. Un viaggio in pullman, come fanno
loro, in cui i chilometri vengono macinati dalle ore, dalla dogana e i
sussulti fanno vibrare i bagagli stipati di ogni cosa, colpi che
mettono a dura prova le sospensioni già logorate dai chilometri.
Un viaggio
lungo un giorno e più, l’Ucraina è un paese grande, dipende da
dove si scende. Così tracciamo sull’Atlante un percorso: Lviv (Leopoli),
Ternopil, Kyev, Chornobyl, Simferopol, Yalta, Sebastopol, Odessa e di
nuovo Lviv, per poi tornare a casa nostra, per ritornare nel paese che
garantisce a queste persone l’idea di un futuro, la possibilità di
lasciare qualcosa ai figli.
Un viaggio a
ritroso, sembra di tornare indietro, dove le persone per strada si
guardano negli occhi ed a volte ci si ferma improvvisamente a parlare
con qualcuno, anche parlando lingue in cui si comunica con un alfabeto
diverso, fatto dal desiderio di scoprire qualcosa di lontano, di cui
forse si conosce poco.
Prima di
partire in molti ci hanno rivolto la domanda sul perché volevamo
andare a Chernobyl, appena arrivati a Bologna, il giorno della
partenza, aspettando il pullman, due donne ucraine ci hanno chiesto
“Perché venite in Ucraina? Non c’è nulla, l’unica cosa da
vedere è la miseria”.
Partono da
ogni dove, solitamente nei parcheggi o nelle autostazioni delle città
capoluogo. Attraversano l’Europa addentrandosi come carovane nomadi
in paesi che hanno nomi difficili da pronunciare. Oltrepassano
Austria, Ungheria, Slovenia, Repubblica
Ceca e sono diretti in Polonia, in Russia, il Biellorussia, Ucraina,
Moldova, Romania. Alcuni arrivano anche più lontano.
Vanno e
vengono, una o due volte alla settimana. Il costo indicativo per
l’andata e il ritorno va dai 140 ai 250 euro circa, il prezzo varia
a secondo della città di partenza e di arrivo. Ed i mezzi di
trasporto sono diversi, ci sono quelli organizzati dalle compagnie di
trasporto, vettori specializzati in collegamenti internazionali, che
solitamente effettuano diverse fermate nel paese di partenza e di
arrivo e hanno regolamenti più rigidi sul trasporto. Ci sono i
vettori che non effettuano un servizio di linea ufficiale e sono
specializzati in una o due tratte. Il mezzo di trasporto più veloce
sono i piccoli pullmini “marushtka” su cui salgono dalle sette
alle nove persone, e gli autisti si sono inventati questo lavoro, col
quale “traghettano” da una città all’altra le donne e gli
uomini che tornano a casa o arrivano in Italia. In questi viaggi si
crea più confidenza, perché non ci sono molte fermate e le tratte
formano dei veri e propri gemellaggi invisibili tra città, come
Ternopil-Reggio Emilia, o Chisinau-Ancona, Salerno-Minsk per esempio.
Questi piccoli bus privati diventano dei collegamenti con la propria
città, la madrepatria, solitamente arrivano in Italia il venerdì
sera o il sabato mattina, dopo un viaggio che dura decine di ore, i
viaggiatori escono stanchi, con un senso di torpore agli arti, si
viaggia più veloce con poche soste ma in sedili scomodi, con i
bagagli che sembrano un puzzle che ricopre il pavimento
dell’automezzo. Nel bagaglio i due autisti che guidano l’automezzo
tengono alcuni giornali, un po’ di pane, qualche bottiglia di Kvas,
dei salumi e un po’ di prodotti comprati a basso prezzo nei mercati
dell’est. A volte hanno dei sacchetti chiusi con lo scotch, con
sopra scritto un nome, sono le spedizioni raccolte prima del ritorno.
Trasportano la spesa per migliaia di chilometri. E così il sabato
c’è il mercato improvvisato, un esposizione per chi vuole
riscoprire i sapori e i prezzi di casa. Costa meno far viaggiare
attraverso strade connesse una confezione di fazzoletti da dodichi
pacchetti, che uscire e comprarlo al primo supermercato sotto casa,
quattro grivne al mercato di Odessa, corrispondono a 80 centesimi di
euro. Un pacchetto di sigarette nazionali a 1-2 grivne al massimo, se
si vuole la stecca bastano 12 grivne, due euro.
Mentre gli
autisti aspettano di ricevere le prenotazioni per i viaggi delle
settimane a venire, ne approfittano anche per vendere qualche
giornale, per consegnare pacchi o lettere che arrivano dalla famiglia,
diretti alle persone care che lavorano distanti da casa. Gli autisti
di questi mezzi sono anche postini, banchieri, commessi di bottega…
Incarnano il vero mezzo di comunicazione con le famiglie, la casa,
spesso sono in buoni rapporti con le famiglie, forse perché hanno ben
presente le lacrime che scendono a fiotte dagli occhi delle donne che
lasciano la propria città per la prima volta, mentre escono dal
proprio paese, dirette a cercar fortuna in un altro che non conoscono.
Quando chiudono lo sportello del minibus, gli autisti hanno davanti
questi occhi e i figli trattenuti dalle braccia dei nonni che salutano
i genitori. Il sabato ricevono i pacchi diretti alle famiglie, ogni
tre o quattro mesi consegnano le buste piene del denaro guadagnato
nelle mani dei famigliari. Ogni volta che arrivano a destinazione
crescono le speranze di poter fare ritorno a casa. In genere questa
transazione monetaria costa cinquanta euro, bisogna essere scaltri per
far giungere tutto a destinazione. A volte è necessaria una certa
delicatezza, le madri inviano ai figli i regali di compleanno, e
bisogna prestare attenzione di consegnare il pacco il giorno giusto.
Trasportano uomini e merci, hanno un buon guadagno, anche se devono
avere pazienza coi doganieri e soddisfare qualche richiesta della
milizia per “sistemare” in seduta stante le avarie riscontrate
negli automezzi.
Il sabato
notte o la domenica nel corso della giornata si parte per fare ritorno
a casa. Il ritorno è più semplice, o almeno così sembra se tutti
hanno i documenti in regola, in caso contrario alla frontiera del
Mercato Unico si rischia l’arresto, alla frontiera del proprio paese
gli autisti conoscono passaggi preferenziali, dove un contributo
economico non è disdegnato dal doganiere di turno. Funziona così.
Le ore nel
pullman sono condite da chiacchiere, si cerca di dormire, si mangiano
insieme i panini preparati per il viaggio. Si respira ansia, come se
si partisse per una vacanza, invece si torna a casa. A volte si ha
paura di riabbracciare i propri cari e di scoprire che qualcosa è
cambiato, ad esempio che il marito non c’è più. Sono viaggi col
batticuore, perché il passaporto e i permessi vengono scrutrati per
bene, e se c’è un errore nessuno può correggerlo.
Arrivano nella
notte o di primo mattino, dipende da quel che accade nel viaggio.
Prima ancora di girare la chiave per spegnere il motore, gli autisti
sentono lo sportello posteriore aprirsi e sbattere, arrivano voci
stanche ma piene di frenesia che scansano i bagagli e si fanno strada
per riabbracciare i figli, i propri cari. Così è il ritorno, ed il
primo è quello più difficile, perché a volte dura anni e spesso
sembra non arrivare. Finchè non hai il permesso di soggiorno non puoi
fare ritorno, se non di nascosto, in un doppio fondo, sperando che
nessuno veda, ma è raro così i mesi diventano anni e la speranza
lascia posto alla rassegnazione
KBAC
Lo Kvas é una bevanda di pane di
segala raffermo lasciato fermentare. Ci sono varie ricette, per
prepararlo basta un po' di zucchero, di acqua e di pane. Alcuni lo
lasciano riposare in alcune ore, altri un po' di giorni. Ogni famiglia
ha la sua ricetta.
Per strada ci sono botti di
metallo colorate con scritto "kbac". Sono dei carretti che
ogni sera vengono prelavati e riportati nella fabbrica che lo produce.
Verso il tramonto passa un camioncino che traina le botti formando il
convoglio dello kvas.
Il bicchiere piccolo costa qualche
copeco, quello da un litro può costare anche una o due grivne. A
Ternopil lo Kvas non costa molto, per pochi copechi ne compri un
litro, a Yalta per la stessa cifra ne prendi un bicchiere malinky
(piccolo).
Alcuni lo versano nel bicchiere di
plastica, altri ti danno il boccale di vetro e lo si beve sul posto.
E' piacevole prendersi una pausa con un bicchiere di Kvas, se
non dà fastidio pensare che é pane di segale raffermo lasciato
fermentare.
La
prima bettola che incontriamo nel nostro viaggio é una stamberga
fumosa, in legno. Entriamo insieme alle donne che ci accompagnano nel
percorso, dopo tante ore di viaggio iniziamo a sentire una certa
stanchezza. Sei vodke costano 11 grivne, una salsiccia con pane e
senape 3,5 grivne. Uno di noi paga e inavvertitamente apre il
portafoglio da cui spuntano fuori parecchie centinaia di grivna che
avevamo cambiato varcato il confine. Un compagno di viaggio ci prende
da parte e ci dice di fare attenzione perché c'é gente che vede quei
soldi in un anno di lavoro, forse nemmeno, e potrebbero fare comodo.
In Ucraina non sono tutti malintenzionati, ma la povertà porta a
compiere azioni riprovevoli.
Arriviamo a Lviv prima del
previsto. Aspettiamo giorno nello stanzino della guardia
dell’autostazione, ci offre un caffé e passiamo tre ore con lui,
osservando lo stato fatiscente degli interni. Io lo
"ascolto" attraverso le parole degli altri, ho contratto la
congiuntivite e non riesco ad aprire gli occhi.
Al mattino, come da accordi un
signore ci passa a prendere per accompagnarci al nostro appartamento.
E' in pieno centro e per questo motivo avremo l'acqua calda sei ore al
giorno dalle sei alle nove, per lo stesso periodo sia al mattino che
la sera.
L'appartamento solitamente è
abitato da una famiglia, ci sono segni evidenti nel bagno e nelle
altre stanze. Nello sgabuzzino ci sono arnesi di diverso genere e
prodotti alimentari a media conservazione. Gli armadi sono colmi di
vestiti invernali. In cucina si respira l’odore del gas, forse nelle
vecchie tubature c'é qualche perdita.
Dopo esserci riposati andiamo ad
acquistare i biglietti del bus, ci serviranno per il trasferimento a
Ternopil, paghiamo 10 grivne a persona per due ore e mezza di viaggio.
Il mercato centrale di Lviv sembra
essere disegnato da un architetto che aveva in mente l’immagine di
un castello. Questo crea uno strano effetto, somiglia ad un parco dei
divertimenti. L'impressione non dura molto, ci troviamo immediatamente
catapultati nella realtà. Al mercato si vende di tutto, piccoli
banchi si susseguono, donne che vendono dei sacchetti di plastica per
fare la spesa. Il mercato é suddiviso ordinatamente, c'é la zona in
cui si vende la frutta, quella delle verdure, gli animali, la carne,
il materiale per la pesca, il pesce affumicato è separato da quello
fresco, le bevande, i beni di prima necessità, i vestiti... Tutto
trova una propria collocazione, c'é la parte coperta per l'inverno e
quella all'aperto per la bella stagione. Il reparto alimentare non
rispetta alcuna regola igienica o direttiva comunitaria. Siamo fuori
dall'Europa, ma le attenzioni e la dignità con cui ogni singolo
prodotto viene esposto, ci distoglie da queste osservazioni.
L'impressione é che ci si possa fidare dei mercanti, nell'eccesso di
igienismo da cui proveniamo ci siamo dimenticati di come si
conservavano i prodotti fino a qualche anno fa; le regole stanno
minando le tradizioni alimentari e culturali radicate nel tempo.
Per una grivna acquistiamo un caffé
caldo, sotto il porticato dove si commercia la frutta. Nel mercato ci
sono venditori che posseggono la licenza ed altri che giungono con i
prodotti della terra e della pastorizia improvvisandone la vendita,
stendono uno straccio per terra e ci appoggiano i prodotti sopra. Non
ho mai visto patate in vendita con delle bucce coperte da tanta terra
scura, o cataste di frutti di bosco tutti insieme. Alcune donne
offrivano del latte fresco di mucca, munto la mattina stessa a mano,
contenuto in bottiglie di plastica della coca cola o dell'acqua. Per
due grivne ne si comprano due litri.
E' un altro punto di vista della
dimensione mercantizia, si respira una maggiore sincerità nel
rapporto tra costo e prodotto, c'é una genuinità nel cibo che non
eravamo abituati ad osservare. Per questo vien voglia di mangiare
tutto, i salumi, il miele fresco, la panna acida e tutto quanto viene
offerto in assaggio, per poterlo gustare.
Il pesce affumicato é
ordinatamente messo in mostra, inserendo il fil di ferro nella testa,
formando composizioni che ricordano le collanine con le palline di
plastica che fanno i bambini. Per gustare il miele, basta allungare il
braccio e con il cucchiaio di legno te lo depositano sulla mano, tra
il pollice e l'indice. Basta usare la bocca per assaggiarlo. E dopo
rimane sulla pelle un po' di sostanza zuccherina, che va via soltanto
con il sapone.
Incontriamo un signore che ci ha
sentito parlare italiano, é un anziano che ha preso tre lezioni di
italiano, lo vuole imparare, anche se non ne capiamo il motivo. Ci
parla della musica italiana, di Celentano e Modugno. Ci racconta che
durante l'Unione Sovietica aveva viaggiato molto, faceva le maratone,
ne ha fatte diciassette, ricorda quelle di Mosca, Varsavia, Berlino,
Praga.
Ci saluta dopo averci mostrato un
libro, dice che il ricordo più bello che porta con sé fu quando
corse a Firenze, quella maratona se la porta nel cuore.
Arriviamo al mercato dei vestiti,
i prezzi sono bassi e i banchi sono privi dei camerini per per
provarsi i capi. Rimaniamo affascinati della semplicità con cui o in
mezzo alla strada o sotto al mercato coperto, le ragazze si spoglino
senza timore di mostrarsi, senza doversi vergognare. La gente non si
ferma a guardare, é una cosa normale. Noi rimaniamo confusi da questa
naturalezza, conosciamo persone che non riescono a farsi vedere nudi
nemmeno dai genitori o dalla persona che amano, qui invece il corpo
non é qualcosa da nascondere a tutti i costi. Quando i capi da
provare sono gli intimi, con l'aiuto del commerciante o dei parenti,
vengono sorretti con le mani dei teli per poter improvvisare un
camerino, anche se qualcosa si intravede lo stesso. Lo si fa per
rispetto, tutti possono mostrare il proprio corpo senza il timore di
essere giudicati. I vestiti sono molto colorati, non c'é una moda
stagionale, sembra esserci una certa ricerca della differenza, in
questi paesi che apparentemente sembrano malinconici indossano vestiti
dai riflessi vividi e non ci si veste eleganti solo per uscire nei
locali notturni, ma per andare al lavoro o fare una passeggiata.
Certo, i vestiti eleganti sono diversi dai nostri, ed hanno altri
prezzi. Un paio di jeans per ragazza costano 37 grivne, sopra c'é il
nome di uno stilista famoso, ma chissà in quale fabbrica sono stati
prodotti.
Al mercato facciamo un po' di
spesa, compriamo qualche prodotto locale e della birra. Spendiamo
poche grivne per dei salumi, del pesce affumicato, del formaggio e una
abbondante scorta di pane.
Mentre compriamo del salume, un
ragazzo ucraino con un forte accento romano ci consiglia cosa
comperare. Quasi non ci
crediamo quando dice di essere nato a Lviv e di aver lavorato a Roma
per due anni, la sua pronuncia sembra appartenere ad una persona che
non ha mai messo piede fuori a trastevere.
Ci racconta un po' di sé e ci
chiede che effetto fa comprare con due o tre euro delle intere borse
di spesa. Il valore di ogni singolo oggetto cambia proprietà con il
passare dei chilometri, ed é incomprensibile una differenza talmente
elevata.
Dopo aver cenato decidiamo di
avventurarci in un qualche locale. Ne troviamo uno realizzato nel
sottoscala di un teatro, un ambiente poco curato, il suo nome tradotto
dovrebbe stare per " Il sotterraneo". All'interno c'é una
zona con dei tavolini, una piccola pista da ballo e una stanza con il
bigliardo. Non ci sono molti giovani, ma l'atmosfere é calda.
L'ingresso costa quindici grivne, la birra media 3,5 grivne, la vodka
2. Ci sediamo ad un tavolo e siamo sorpresi, i ragazzi e le ragazze
vengono a salutarci, si presentano. Vogliono sapere da dove veniamo,
perché siamo a Lviv e ci invitano a trascorrere con loro anche i
giorni a venire. Ci si conosce senza pagare nulla.
La rete
dei filobus non riesce a servire tutti i quartieri e in pochi possono
permettersi di servirsi dei taxi.
Per spostarsi da una parte
all’altra della città si può utilizzare un taxi privato, un lavoro
informale, sono privati cittadini che stanziano vicino alle
autostazioni e chiedono alle persone dove devono andare quindi si
offrono di accompagnarli a destinazione per una tariffa sensibilmente
minore a quella dei taxi ufficiali. Nelle grandi città basta mettersi
a fianco ad una strada trafficata e alzare la mano. Prima o poi
qualcuno si fermerà, ed in cambio di un po' di grivne accompagnerà
il passante a destinazione.
Un'altra forma ufficiale di
trasporto é quella dei taxi collettivi, piccoli bus e pullmini che
effettuano fermate in una linea prestabilita. Sono delle compagnie
private che gestiscono una parte del trasporto pubblico. Raggiungono
ogni dove, ce ne sono tantissimi. Si contraddistinguono per via dei
numeri differenti, ai finestrini hanno appesi i cartelli con le
destinazioni e le tariffe. In cittadine come Ternopil per un taxi
collettivo si può pagare dai 20 copechi fino alla grivna.
L'unico
obbligo che hanno queste compagnie di taxi collettivi é di garantire
per ogni tratta cinque ingressi gratuiti, in cui anziani, invalidi o
militari possono usufruire del servizio senza pagare nulla. Al limite
se dentro l'abitacolo ci sono già cinque di queste figure, basta
attendere il prossimo.
PROFILO ARIANO
A Leopoli, in un locale,
incontriamo un gruppo di giovani. Appena ci vedono entrare sono
incuriositi dalla nostra presenza. Per prima si presenta per prima una
ragazza, dice che sta festeggiando il suo addio al nubilato, si dovrà
sposare nel fine settimana. Il suo ragazzo e gli amici sono dentro al
locale. Parla perfettamente inglese, ci racconta di aver vissuto
diverso tempo negli Stati Uniti d'America e di aver fatto
l'insegnante. Non é da molti anni che lei e la sua famiglia sono
tornati a Leopoli.
Evidentemente ha ecceduto con
l'alcol, ci racconta che il motivo per cui sposa il suo ragazzo é che
possiede una bellissima moto, é il capo del suo gruppo di amici. Ha
molte energie questa ragazza di ventisei anni. Ed é anche carina. Ha
un modo di provocarci che ricalca i classici cliché occidentali. Si
chiama Olga.
Il suo ragazzo resta zitto per un
bel po', ad un certo punto si presenta insieme ai suoi amici. Uno di
questi in Italia sarebbe stato scambiato per un metallaro o un punk,
se non fosse per le svastiche ricucite addosso e i tatuaggi con
simboli nazisti.
Ha l'aspetto del classico
colonnello della gestapo, profilo ariano, occhi chiari che emettono
una strana intensità che non sembra promettere nulla di buono. Ci
saluta con il braccio teso, come se Leopoli facesse ancora parte della
Galizia sotto il dominio della Germania di Hitler.
Cerca di scontrarsi in modo blando
con noi. Olga lo allontana, dice che non é normale, é un po'
stupido.
Tra i ciondoli del ragazzo si
intersecavano simbologie di nazionalismo ucraino e di neo nazismo.
Questo gruppo é piuttosto folto, tanto che al nostro tavolo si
siedono diverse persone che sembrano non capire molto bene l'inglese.
Olga ci racconta che ci sono tanti
ragazzi così perché gli ebrei sono tornati nella loro terra e hanno
comprato tutto. Che gli ebrei hanno acquistato i palazzi e le case, e
lucrano alle spalle delle famiglie ucraine che non hanno molti soldi.
Anche da parte sua emerge un non
molto celato anti-semitismo.
Nella vecchia Galizia, territorio
che comprende anche parte del sud della Polonia, non é rincuorante
sentire queste parole considerato lo sterminio di milioni di ebrei che
vivevano in queste regioni. Nelle parole di questi ragazzi, che
sembrano prendere coraggio e aprirsi con noi, si rivela un
nazionalismo ucraino che vede di cattivo occhio sia i russi quanto gli
ebrei. Una tipologia deforme di orgoglio nazionale, che tende ad
escludere piuttosto che integrare.
Olga alterna alcune dichiarazioni
sconcertanti, con altrettante provocazioni. Ci chiede quali automobili
possediamo e del nostro lavoro, come se provasse un certo filo di
invidia per la nostra condizione occidentale. Certo dall’esterno uno
stipendio di mille euro al mese sembra produrre ricchezza, ma oramai
la nostra generazione vive di quanto sono riusciti a mettere da parte
i genitori. Viviamo in un'epoca in cui tanto si prende e tanto si
spende. E forse alcune forme di attrazione verso l'economia sfrenata
nascono dall’illusione di arricchirsi con estrema facilità.
Considerare i pochi ebrei rimasti
causa dei problemi dell'Ucraina appare difficilmente credibile. In
alcune regioni, come questa, dove il nazionalismo ha basi solide, tra
l'antico mito della Galizia e il risentimento verso i russi, é facile
l'attecchirsi di questi miti.
Il revisionismo storico trae linfa
dal risentimento che in molti nutrono ancora verso il comportamento
dei polacchi o dei russi nel periodo pre-bellico, dalla Grande Fame
orchestrata da Stalin per decimare la popolazione al soffocamento
della cultura nazionale. Soltanto a leopoli le ultime quattro
generazioni possono essere nate da diversi ceppi nazionali: austriaco,
russo, polacco, ebraico e ucraino. Tutte queste considerazioni le
abbiamo fatte soltanto dopo aver salutato questo folto gruppo di
ragazzi, quegli occhi che ci scrutavano in modo sospettoso e quella
mano tesa non aveva la stessa dimensione dei film di guerra. Erano lì,
parte della nostra generazione.
IL MIO LAVORO
E’… BADANTE
Partono
per trovare lavoro, per portare a casa i soldi necessari per vivere
con maggiore serenità, ed affrontare il futuro in paesi che faticano
a mettere a fuoco il presente.
Partono diretti in Germania, altri
vanno a cercar fortuna a Mosca, altri ancora in Grecia o negli Stati
Uniti d'America. Arrivano ovunque questi migranti, in un modo o
nell'altro. Tramite agenzie che in cambio di un visto turistico
chiedono migliaia di euro per dare loro la possibilità di lasciare il
paese e di entrare in clandestinità, altri, ma sono pochi, riescono
ad uscire seguendo l'iter burocratico, nelle sedi delle ambasciate ci
sono file lunghe centinaia di metri che si prolungano ogni giorno, per
cercare fortuna.
In Italia i dati ufficiali sono un
po' flessibili, si parla di una presenza di 400/600mila unità, donne
e uomini dell'est che lavorano come badante, colf o collaboratrice
famigliare. Almeno la metà di loro ha un diploma di studi superiore,
il 23 per cento possiede la laurea. In Ucraina lo stipendio medio nel
2003 (generalizzato per zone del paese, città con diverso reddito
quindi) era di 450 grivne al mese.
Alla presenza ufficiale, che ha un
contratto e un lavoro regolare, bisogna aggiungere anche una folta
schiera di persone che non hanno il permesso di soggiorno, a volte in
condizioni di sfruttamento.
Mediamente nelle campagne e nelle
regioni da cui provengono gli anziani ricevono pensioni che vanno dai
15 ai 30 euro al mese.
Secondo un indagine realizzata in
Ucraina su un campione di cittadini
che hanno lavorato in Italia, al 2003 soltanto il 20% ha trovato
lavoro privatamente, il 65% tramite agenzie.
Circa l'80% ottiene il visto per
una settimana, quindici giorni. Un 10% per un mese. Coloro che vengono
a cercare lavoro in Italia provengono dalle regioni occidentali
dell'Ucraina, dalle città di Lviv, Ternopil o Ivano-Frankivsk. L'età
varia dai 21 ai 55 anni, che siano madri o figlie la motivazione del
viaggio sono più o meno le stesse, acquistare una casa, mantenere i
figli, garantire un migliore livello di vita ai propri famigliari.
In Ucraina fatica ad emergere un
ceto medio, gli stipendi sono bassi ed il livello di povertà é
preoccupante, anche se in alcune zone della Moldavia, Biellorussia e
Romania si presentano situazioni ancor più preoccupanti. Si parte
anche perché il tasso di disoccupazione in Ucraina é molto alto,
molte industrie hanno chiuso i battenti e il livello di sfruttamento
rispetto alla retribuzione oraria é uno dei più alti in Europa. Il
reddito medio percepito in Italia, per coloro che non hanno un
contratto regolare, é molto basso, dai 200 ai 400 euro mensili. Con
la regolarizzazione dei contratti, alcuni diritti vengono
salvaguardati, anche se le condizioni di lavoro sono sicuramente
difficili, molto dipende dalla famiglia e dal rapporto che viene
instaurato con l'assistito.
Chi é irregolare rischia di stare
lontano dai propri cari per anni, per questo spesso succede che una
volta tornati in patria siano costretti a curare i problemi, causati
dall'assenza prolungata e dalle difficoltà incontrate durante la
permanenza all'estero.
Nonostante le difficoltà, questi
viaggi vengono giudicati positivamente da coloro che tornano a casa,
perché riescono a percepire il miglioramento delle condizioni di vita
della propria famiglia, a ristrutturare una casa o acquistarne
finalmente una propria.
Ci sono famiglie che in questi
anni stanno vivendo una vera e propria disgregazione, con madri e
padri distanti migliaia di chilometri ed i figli affidati ad una
sorella o una cognata che deve crescere con un numero variabile di
ragazzi e bambini. Crescono tutti insieme in appartamenti logori e
fatiscenti, ed ogni volta che squilla il telefono si levano in piedi e
corrono sperando di ascoltare la voce di mamma e papà che li chiamano
da lontano.
Il
sabato e la domenica ci si sposa. Detto così può apparire banale, ma
in certe realtà il matrimonio é un evento che non rimane relegato al
termine della cerimonie o all’interno dei ristoranti. Nelle città
durante i fine settimana si vedono alternarsi coppie di sposi mentre
fanno foto nei luoghi più significativi, passeggiano per la città
insieme ai parenti, vanno a portare i fiori ai martiri della seconda
guerra mondiale, come simbolo di gratitudine verso chi ha dato la vita
per difendere la propria terra.
A Ternopil in un pomeriggio
festivo abbiamo incontrato almeno una dozzina di matrimoni, le coppie
molto giovani. Giovanna ci ha raccontato che in diversi si sposano e
poi partono per andare a lavorare all'estero, é l'unico modo per
acquistare casa e permettersi di avere dei figli. C'é una grande
festa il giorno del matrimonio, il mattino dopo tutto torna normale e
bisogna fare i conti con le difficoltà economiche ma almeno quel
giorno deve essere speciale. Ci racconta che ci sono molti matrimoni
perché i giovani non hanno tanto tempo per divertirsi e devono
iniziare presto a pensare al futuro, perché i genitori non hanno
molto da lasciare in eredità, e non possono nemmeno aiutarli nel
crescere i figli. Il domani non sarà facile per nessuno.
Ai nostri,
quel giorno, le coppie di sposi sembravano felici.
Siamo arrivati
all’autostazione di Ternopil con un’ora di anticipo. Spostandoci
all’interno del paese si nota un certo disordine. Ovunque si offre
mercanzia, da una parte vestiti e utensili, di fianco al parcheggio
dei busi beni alimentari. Saranno le vivande che i viaggiatori
acquisteranno per affrontare medi o lunghi spostamenti, sopra a mezzi
logori e imbellettati con adesivi e piante rampicanti di plastica.
Ci aggiriamo
nel mercato, fino a quando mi trovo di fronte Giovanna, la signora che
fino a un anno fa era la badante di mia nonna.
Giovanna arrivò
in Italia nel 2000 e ci restò tre anni. Senza permesso di soggiorno,
l’unico modo che trovò per entrare fu quello di pagare una finta
agenzia di viaggi, che le avrebbe procurato i documenti come turista e
l’avrebbe spedita fin qui. In quel momento le chiesero di scegliere
fra l’Italia e la Grecia. Lei scelse il sud Italia, meta
privilegiata delle irregolari. Pagò cinquemila euro per ottenere un
foglio di via, senza ritorno. Arrivò a Napoli, dove a seguito di
alcuni giorni di difficoltà, trovò una famiglia alla ricerca di una
tuttofare. Infatti il suo lavoro, oltre ad accudire una bambina,
consisteva nel fare le pulizie, preparare da mangiare e svolgere tutte
le mansioni che le venivano richieste. Pagata nemmeno cinquecento euro
al mese, aveva una propria stanza, un po’ appartata rispetto a
quelle dei padroni, così li chiama tuttora. Giovanna per un anno
svolse questo lavoro, perché aveva bisogno di soldi. A casa c’erano
i suoi due figli, Ivan e Oxana. Con suo marito si erano separati
presto, ora i due piccoli vivevano con i genitori di lei, e durante
l’estate vivevano nel villaggio.
Quando decise
di lasciare il suo posto di lavoro, scelse di migrare a nord e si
ritrovò a Reggio Emilia, dove vivevano delle amiche di Ternopil. Per
due settimane mangiò alla mensa della Caritas e ogni giorno si
informava se qualcuno aveva da offrirle un lavoro. Venne a sapere che
c’era una famiglia che stava cercando una signora per accudire
un’anziana signora che usciva da un periodo di salute precario, e
non si era del tutto ristabilita. Questa anziana, mia nonna, non era
più totalmente autosufficiente, e i figli erano occupati nei
rispettivi lavori e non potevano prendersi cura di lei. Per camminare
aveva bisogno di sorreggersi con un treppiedi, non aveva la forza per
mandare avanti le faccende di casa e ricordarsi di tutte le medicine
che doveva assumere.
Iniziò così
a fare la badante, prima senza e poi con regolare contratto. Al
sindacato firmò i documenti che le permettavano di regolarizzare il
suo mestiere. Questo la tranquillizzò, perché non la potevano più
sfruttare. Nel suo precedente lavoro quando seppero che se ne stava
andando non le pagarono lo stipendio dell’ultimo mese e la
cacciarono di casa senza nemmeno salutarla.
Ora Giovanna
stava instaurando un rapporto con una signora di una certa età che
non voleva prendere le medicine, e lei si comportava come se fosse una
nipote che la accudiva. Nei paesi dell’est europa è una prassi
normale, le donne fin da ragazze sono abituate a prendersi cura delle
“Babushka”, cioè le nonne, le matriarche della propria famiglia.
Così Giovanna si sentì in parte adottata da questa signora e dai
suoi figli, nonostante questo sentiva la mancanza di casa e dei propri
figli “anche se vieni trattata bene, la tua famiglia è
un’altra”.
Lo stipendio
aumentò, ricevette prima 700 e poi 800 euro mensili. Così poteva
spedire i soldi a casa, anche se a Ternopil i prezzi degli
appartamenti stavano aumentando sensibilmente, e questo causava il
prolungarsi del suo soggiorno. Voleva comprare casa, per lei ed i suoi
figli. Per garantire loro un futuro migliore, una stabilità, il cibo
e l’educazione. Un giorno suo fratello le chiese un prestito, anche
lui voleva andare all’estero, ma l’agenzia questa volta non fece i
documenti perbene e il fratello fu costretto a tornare a casa,
perdendo tutti i soldi. L’ex marito le chiese invece un prestito per
comprarsi un trattore, per lavorare la terra e dare parte dei frutti
del lavoro ai figli.
Giovanna stava
aspettando l’arrivo del permesso di soggiorno, ma questo tardava.
Alla questura dicevano che sarebbe arrivato ma a causa delle molte
domande ricevute le procedure si sarebbe dilungata un po’.
Un giorno
ricevette una telefonata dal proprio paese, erano i genitori che
l’avvertirono della disgrazia. Il trattore che l’ex marito aveva
acquistato con i suoi soldi, durante una manovra azzardata, si era
capovolta, schiacciando il conducente. Lo ritrovarono esanime qualche
ora dopo. Era diventata vedova, ed i suoi figli orfani di padre.
Era combattuta
se partire o meno, il funerale era il giorno dopo e nemmeno in aereo
sarebbe arrivata in tempo per il funerale. Il pullman ci metteva
troppo e Ternopil non c’era più l’ aeroporto. Questa città, una
volta industria fiorente, era
rimasta il fantasma del suo passato.
Sentiva i
figli ogni giorno, e non li poteva abbracciare. Sua madre per telefono
le diceva di non preoccuparsi, che stavano bene nonostante tutto, e di
tenere duro. Giovanna aspettava il permesso di soggiorno, ma questo
non arrivava. Anche la mia famiglia si mosse presso la questura e gli
organismi competenti. Riuscì ad aspettare per cinque settimane, poi
decise di tornare, anche se il permesso di soggiorno non era arrivato.
Quelle cinque settimane la invecchiarono di cinque anni, gli occhi
sembravano essersi spenti, era nervosa con tutti e silenziosa. Lei,
una madre, si sentiva di mancare proprio nel momento in cui i suoi
figli avevano più bisogno.
Così, un
giorno, decise di aver messo da parte abbastanza soldi, con quelli
avrebbe comprato una casa più piccola del previsto ma almeno avrebbe
riabbracciato i propri figli che non vedeva da tre anni, l’unico
contatto era il telefono.
Lascio il
posto di lavoro alla sorella, Alina, e Giovanna partì. Non si può
descrivere l’emozione di tornare a casa. Si ricorda ancora il
momento in cui il pullman ha aperto le porte all’autostazione di
Ternopil e l’ha fatta scendere. Lo sguardo fisso sui genitori e i
figli, le mani tese che cercavano di abbracciare tutti quei corpi
insieme, le lacrime. Ri vedere i propri cari a distanza di tre anni, e
ritrovarne alcuni provati dell’età, altri cresciuti. E la prima
nott, nel proprio letto, abbracciata ai figli. Di primo mattino,
all’alba, si è svegliata di soprassalto per la paura di aver
sognato il ritorno. E dopo, la quiete: uardandosi attorno ritrova le
proprie cose, i propri bambini che dormono al suo fianco.
Giovanna ha
avuto bisogno di qualche seduta dallo psicologo per superare lo stress
e cercare di ritrovare un equilibrio. Che, arrivare a perderlo oltre a
questi limiti, è faticoso soltanto nell’immaginarlo.
SUBOTNIK
Il subotnik era il sabato (o la
domenica) sovietico che i cittadini dovevano dedicare alla collettività,
lavorando nel pubblico. Non erano lavori assegnati su basi di
gradimento. Forse per questo in tutte le nazioni che formavano
l'Unione Sovietica la "cosa pubblica" é in completa
decadenza.
I bagni
pubblici ne sono un esempio. Nelle cittadine come nei quartieri
periferici di Kyev ci si può entrare soltanto per necessità. Lo
stato di igiene é minimo, i bagni sono spesso intasati tanto che i
liquami invadono il pavimento. Le mura sono intrise da un odore
nauseabondo, ma in certi casi non si può fare a meno di utilizzarli.
In questi bagni abbiamo notato che le persone non chiudono le porte in
difesa della privacy, probabilmente le tengono spalancate per non
dover sopportare l'aria vizzia. Un’insolita mancanza di pudore.
Forse l'unica vergogna é lo stato dei luoghi pubblici, non ci sono
abbastanza fondi per pagare il personale e garantire un grado di
pulizia che rientri nella decenza.
TERNOPIL STANZE CHIUSE
Era da
qualche settimana che Giovanna ci stava aspettando. Si era informata
da qualche amica sugli alberghi della città, di cosa avrebbe potuto
farci vedere.
Può sembrare strano, ma gli
abitanti di Ternopil non sono abituati ad avere ospiti stranieri. Non
esiste un ufficio del turismo o qualche pubblicazione sulla città. Ci
sono due hotel Intourist, ora chissà a chi è affidata la gestione,
erano quelli dell'apparato e sono ancora oggi i più famosi. Sono nati
alcuni hotel in qualche casa privata, ma lì non ci "possono
andare i turisti". Perché spesso manca l'acqua, o c'é solo
quella fredda oppure c'é un solo bagno comune a tutti. Sono alberghi
per ucraini, gli stranieri meritare qualcosa in più.
In queste settimane Giovanna si é
preparata ad accoglierci. E' contenta di vederci, non era certa che
saremmo riusciti a oltrepassare indenni i primi giorni di viaggio.
Vuole farci spendere il meno possibile, raggiungiamo l’hotel su un
taxi colletivo. Usciamo dal centro di Ternopil e arriviamo all'hotel
Galischina, una struttura di cemento, un grande parallelepipedo
sparato verso l'alto, posato sulla riva del lago artificiale di
Ternopil. Arriviamo alla reception, probabilmente siamo gli unici
"turisti" di Ternopil. Giovanna contratta il costo della
camera, cinquantatre euro per tre camere doppie con bagno. Ma la
nostra guida riesce ad insistere, trovano una tripla all'unidicesimo
piano e una doppia al nono. Così spendiamo trentasette euro in
totale. Sedici euro in meno, Giovanna dice che é meglio, abbiamo
perso un quarto d'ora al bancone a contrattare. Alcuni di noi con
ironia dicono che forse era meglio accettare la prima offerta e
accellerare le procedure di registrazione.
Giovanna li osserva incredula,
nella busta paga mensile trova trentasei euro al mese, e sedici euro
non si buttano via.
L'hotel é la prova che questa
città ha avuto un passato industriale. Quindici piani, decine e
decine di camere per ogni piano, nell’atrio di ogni piano ci sono i
mobili rotti inutilizzati accatastati uno sull’altro.
Le camere sono spaziose, il
balcone si affaccia sul lago e la città. La qualità dei bagni e del
mobilio non é delle migliori considerato gli standard europei.
Ternopil non é l'occidente e ciò che ai nostri occhi può essere al
limite della decenza qui é al di sopra della possibilità dei più.
Giovanna abita dall'altra parte
della città in un quartiere composto da "blocchi", i grandi
condominii tipici dello sviluppo urbanistico sovietico. Immensi
palazzi, tutti uguali, che si distinguono uno dall'altro soltanto
grazie ai numeri e alle sigle che vi sono dipinti sulle pareti
esterne. Giovanna abita nel 42esimo edificio. L'appartamento in cui
abita é composto da una piccola cucina, una camera da letto, il bagno
e una sala. Saranno cinquanta metri quadri, appartiene a suo fratello.
Attualmente lui lavora a Mosca e sua moglie é in Germania. Giovanna
ci vive con quattro bambini, i suoi e quelli del fratello. A Ternopil
si occupa anche del figlio di sua sorella, si chiama Arthur e ha
diciassette anni, vive da solo e può permettersi di essere
indipendente perché sua madre le invia i soldi dall'Italia ogni tre
mesi.
Le condizioni di queste abitazioni
impressionano. L’ingresso sembra essere quello di un vecchio
edificio abbandonato. Le pareti interne sono scrostrate e le parti in
comune sembrano aver subito un invecchiamento precoce. Quasi non ci si
crede che queste case siano state costruite poco più di quindici anni
fa. Per le scale è diffusa una certa umidità, l'ascensore cigola, le
cassette delle lettere sono arrugginite e la porta di ingresso non si
chiude bene. D'inverno probabilmente il freddo penetra e rimane tra le
mura fino all'arrivo della bella stagione.
L’ingresso di ogni appartamento
è preceduto da un piccolo atrio chiuso in modo da
creare una struttura isolante. Giovanna ci invita ad entrare, e
notiamo subito che nell'appartamento c'é pochissimo spazio.
Appoggiamo le macchine fotografiche e gli zaini in mezzo al corridoio,
ci togliamo le scarpe come é d'uso e si cammina sui tappeti. Ci
accomodiamo in sala, in cinque ci stiamo stretti. Nei due giorni che
passeremo a Ternopil mangeremo tre volte in questa stanza, il secondo
giorno torneremo anche con le valigie, che faranno diventare la sala
ancor più piccola.
Non facciamo in tempo a sederci
che notiamo le attenzioni di cui siamo oggetto. I figli di Giovanna,
Ivan e Oksana ci fanno festa, e sono molto emozionati, lo si capisce
dalle loro voci, dal fatto che si muovono in quelle tre stanze come se
fosse loro accaduto qualcosa di importante. Giovanna nel frattempo
porta una scrivania in sala, una tavola improvvisata. Nella casa ci
sono soltanto quattro sedie, due di noi si siedono sul divano e
mangiano lì sopra. Giovanna ci presenta diverse portate, offrendoci
il meglio che ha. Anche una bottiglia di vino ucraino, mercanzia
piuttosto rara in quella casa, lo abbiamo capito dal cavatappi
giocattolo che non sarebbe riuscito a sturare nemmeno il tappo di
sughero di un'oliera. Fortunatamente uno di noi ha un coltellino
svizzero con sé e ovviamo il problema.
Il pranzo ucraino si suggella con
un caffé, preparato all'italiana, con la moka. Rimaniamo mezzora a
parlare. Giovanna vuol sapere cosa vogliamo vedere, ci avverte che
Ternopil non é una città turistica, nonostante sia capoluogo del suo
distretto.
Oggi nel condominio non c'é
l'acqua. Nei paesi dell'est i bagni sono divisi in due ambienti, in un
piccolo ripostiglio il water, nell'altro la vasca, il lavandino e la
lavatrice. In questo secondo spazio, una tanica industriale di
plastica é sempre colma d'acqua. Così quando viene a mancare quella
corrente si riempiono due secchi, uno viene messo nel bagno per
"tirare l'acqua" manualmente e l'altro invece serve per
lavarsi le mani o il viso. Succede spesso, e non ci si domanda perché,
non si fanno lamentele. Tanto al massimo é questione di un giorno,
poi torna.
KOSMOS
Il Kosmos è bar-mensa di Ternopil,
ai vetri sono attaccati adesivi su cui sono raffigurati astronauti e
alieni. Decidiamo di assaggiare qualche specialità locale. Dobbiamo
ordinare quel che capita perché nessuno del servizio parla una lingua
europea.
Una signora, seduta ad un tavolo,
si alza e chiede: "Siete italiani?". Noi sorridiamo:
"Si capisce da quello che abbiamo ordinato?". Ci racconta di
aver lavorato quattro anni in Italia e che ora é tornata nella sua
città. Ha comprato casa e i suoi figli stanno studiando
all’Università. Il periodo difficile é passato. Ma l'Italia le
manca, vorrebbe poterci tornare con la famiglia.
"E' stato un piacere avervi
incontrato... Qui, nella mia città, che strano vedere degli
italiani".
TERNOPIL STANZE APERTE
Ternopil
con la pioggia é una città malinconica. Le nubi si riflettono opache
nel lungo lago che contorna la città. Parte del centro si appoggia a
questo bacino artificiale, scavato dalla popolazione nel corso degli
anni ottanta (subotnik), nel lato opposto alcune villette costruite
dai pochi benestanti si oppongono ai grandi insediamenti popolari.
Una pioggia insicura fa da
contorno al panorama del nono piano dell'hotel Galischina, se le
stanze non fossero talmente vuote verrebbe voglia di non uscire.
Giovanna ci avvisa nuovamente che
a Ternopil non c'é molto, e che lei stessa non la conosce benissimo.
Dopo aver mangiato decidiamo di andare a visitare il centro, la
pioggia cessa e le nuvole iniziano a lasciare posto ad un cielo
azzurro pallido. Vengono con noi anche Ivan e Oksana. Nella piazza
principale ci fermiamo a vedere il teatro e le fontane che l'adornano,
é un giorno di festa e Ivan prende una macchina elettrica a noleggio
per ricordare il momento sua sorella gli fa una foto. Mentre
continuamo la nostra passeggiata Ivan chiede un po' di monetine alla
madre per comprare i semi di girasole abbrustoliti, ce li fa
assaggiare. I bambini sono molto agitati, ai loro occhi forse veniamo
da un paese che non riescono a immaginare, ci rendiamo conto che siamo
i primi italiani che vedono entrare nella loro vita.
Dal centro una lunga scalinata
porta direttamente al parco che costeggia il lago. Decidiamo di salire
sul battello che compie un giro panoramico sull'acqua. Giovanna mi
racconta che non c'é mai stata con i figli. Da qui Ternopil appare
come una cittadina tranquilla e ospitale, anche se il paesaggio è un
po' disturbato dall'edificio dove passiamo la notte.
Quando finiamo il giro entriamo
nel parco e passeggiamo tra fontane spente e vecchi giochi per
bambini. E' piacevole ritrovare Giovanna, conoscere non soltanto dalle
sue parole ma anche dai gesti come é la vita in un capoluogo di
distretto nell'Ucraina occidentale. C'é una certa delicatezza nel
modo in cui apre il borsellino e tira fuori la moneta per comprare
qualcosa ai figli, e con pudore si parla di cosa é successo quando è
tornata a casa. Sa che se prima o poi le cose non miglioreranno dovrà
tornare lontano dai figli per garantire loro un percorso scolastico
universitario.
Proseguiamo il nostro percorso e
andiamo al mercato di Ternopil, annesso all'autostazione. In alcuni
banchi troviamo dei vestiti, una camicia elegante a 70 grivne, una da
lavoro 40. Un paio di scarpe da ginnastica 20 grivne, poco più di tre
euro, anche se non sono di buona fattura non riusciamo a capire come
possono essere messe in vendita per così poco
Accompagnamo a casa Ivan e Oksana,
che sono stati coi parenti "americani". In bus un
controllore chiede a Giovanna chi siamo, a Ternopil non si vedono
molti turisti e molti domandano se scriviamo per qualche giornale di
New York e chiedono di farsi fotografare. Giovanna racconta il motivo
per cui siamo a Ternopil, più volte nel corso della nostra permanenza
deve dire a qualche amico o passante perché cinque ragazzi italiani
hanno scelto di passare la propria estate qui.
Decidiamo di andare al cimitero.
Girovaghiamo tra le tombe
russe, ucraine e quelle risalenti alla Galizia degli Asburgo. In
queste zone le tombe hanno a fianco una panchina dove i vivi possono
sedersi per fare compagnia ai morti. Il giorno dei morti é d'uso
venire al cimitero con un pasto per condividerlo con la persone che
non c'é più. Solitamente il verde e le rampicanti ricoprono le
tombe, non si estirpano come se la natura dovesse segnare il tempo che
passa.
Arriviamo nei pressi del monumento
ai caduti della seconda guerra mondiale, la stella rossa e la falce e
martello sono ancora bene impresse nelle tombe e nei decori. Una croce
cristiana é stata piantata di fronte al monumento, per ricordare che
adesso si può anche pregare un Dio e non soltanto lo Stato.
Quando usciamo Giovanna mi dice:
"A mio marito ho fatto una bella tomba, era un bell'uomo, ancora
giovane, e nel paese lui é sepolto con la sua immagine scolpita sulla
lapide. Lo sai, il cimitero mi da malinconia".
Di fronte al cimitero cristiano c'é
quello ebraico. Tombe che hanno più di mezzo secolo, e che al tempo
della venuta dei nazisti furono scheggiate dal fuoco tedesco. In mezzo
al cimitero abbandonato due mucche brucano l'erba.
Percorriamo un centinaio di metri
a piedi e dietro una zona boschiva Giovanna mi indica una gru:
"Ecco lì c'é mia casa".
Dietro quel bosco sorgerà il suo
sogno. Tre anni lontano dai figli e dai propri cari per quella casa.
Un obiettivo fatto di cemento e mattoni impilati in una cittadina
ucraina. Devono ancora finire di costruirla, ancora pochi mesi e il
suo sogno si avvererà. Quella casa le é costata sedicimila euro
anticipati. In Ucraina ne prende sessanta in un mese, non le
basterebbe una vita per mettere tanti soldi da parte. E non é una
casa particolarmente cara, ora i prezzi sono molto più alti, perché
l'inflazione aumenta, i costruttori se ne approfittano, sanno che
possono lucrare su coloro che vanno a cercar fortuna in giro per il
mondo.
Giovannna sembra guardare con
soddisfazione quella gru, perché tra poco vedrà conretizzarsi il
frutto di tutte le sue fatiche e andrà a vivere coi figli nel suo
appartamento.
Andiamo al museo di storia locale,
dove é illustrata la storia della regione dagli albori ai giorni
nostri. L'ultima sezione é abbastanza piacevole in quanto cancella
sessantanni di storia per una serie di vetrine che marcano un
nazionalismo ridondante e una sacralizzazione del presidente Kuchma,
che resterà in carica ancora per pochi. La responsabile di questo
settore cerca di costringere Giovanna a tradurre la storia recente del
suo paese alterandone il contenuto, per fortuna la nostra
accompagnatrice ci protegge e ci evita uno sproloquio nazionalista.
All'uscita mi rivela che é la prima volta che visita il museo.
In questa tappa il nostro punto di
riferimento è la casa di
Giovanna, dove in due giorni assaggiamo diversi piatti ucraini come il
borsh, kasha, bligny, salumi e formaggi locali e una torta
dell'industria pasticciera dove lavora Giovanna.
L'ultima sera, poco prima di
partire, ci offre anche una mezza bottiglia di cognac: "Prima di
fare un viaggio in treno é meglio berne un bicchiere, riscalda".
Salutiamo i suoi figli e ci dirigiamo alla stazione. Mi dice che le
sarebbe piaciuto portarmi dai suoi genitori, che vivono in campagna.
Perché lì, la vita, é diversa ancora. Ci salutiamo velocemente. Il
treno lascia la stazione di Ternopil diretto nella capitale. Nello
zaino Giovanna mi ha lasciato un vasetto di marmellata e di salsa di
pepe confezionata dalla sua famiglia.
I paesi
dell'est vengono spesso associati al turismo sessuale.
Ma ad est capita anche di innamorarsi.
La povertà porta a mercificare la sessualità, non come forma di
prostituzione ma come ulteriore possibilità di vita. Ci sono molte
donne dell’est che a venticinque anni sono già divorziate e si
ritrovano sole con una prole da mantenere, in paesi che non possono
assicurare protezioni sociali.
Le ragazze si sposano mediamente tra i diciotto e i ventanni, dopo
qualche anno se si separano si ritrovano improvvisamente vecchie e con
poche opportunità di rifarsi una vita affettiva. Molte raccontano di
essere attratte dagli uomini latini perché sono più ironicidei loro
connazionali.
Dicono
che gli stranieri hanno più attenzioni verso di loro, si sentono
trattate con maggior riguardo. Queste donne oltre ad avere lineamenti
molto fini si vestono in modo elegante senza dover seguire i capricci
dell’alta moda.
I
rapporti interpersonali non sono sostenuti dallo scontro tra un sesso
e l’altro, c’è una accettazione delle differenze e forse la lotta
viene accuita dalle difficoltà quotidiane.
Capita di fermarsi per strada e colloquiare con gente del posto come
se fosse la cosa più naturale possibile. Questo accade non solo con
le ragazze, ma anche con gli uomini e gli anziani,.
Una
donna di circa quarantanni con tre figli, un marito scomparso a Mosca
da due anni si mise a parlare con me
su una panchina nel viale principale di Odessa, mi ha detto:
"Mi piace la mia città, mi piace vivere qui, in Italia mi trovo
bene ma qui tutto mi sembra diverso. Anche le ragazze, sono tutte
belle, e si aspettano grandi cose, come me le sognavo io alla loro età",
questa signora ha vissuto due anni a Torino ed ora è tornata a casa.
Ha ragione, le ragazze sono tutte belle. E capita di raccogliere
facilmente numeri di telefono, inviti e appuntamenti capita anche di
ricevere un rifiuto.
Ma
tutto si svolge nel rispetto reciproco, una volta tornato a casa ad
una festa a cui ho prestato servizio, ho chiesto ad un ragazza che
lavorava al mio fianco cosa faceva nella vita, se lavorava o studiava.
Lei si é voltata di scatto e mi ha detto: "Guarda che c'é il
mio ragazzo lì dal bancone".
Ecco, ci sono luoghi al mondo, e sono molti, dove le persone possono
parlare tra loro. Dove il sesso o le relazioni non vengono vissute
come merce di scambio. Dove fare quattro chiacchiere può portare sì
ad una notte di sesso, ma non é la regola. Se questo vuol dire
"fare un viaggio sessuale", allora sì, quando si viaggia in
alcuni
paesi sparsi per il mondo, e solitamente non sono quelli più ricchi,
succede di fare sesso, inteso come sano e piacevole stare insieme. Non
sono soltanto gli uomini a corteggiare le donne, capita anche il
contrario. Non c'é nulla di strano, dovrebbe essere così, é
normale. Si nasce per incontrarsi, soffre di solitudine per la paura
di non rivelarsi mai, di trattenere tutto dentro di sé.
Molte città turistiche dell'est rischiano la mercificazione sessuale,
dense come sono di night club. Ci sono agenzie specializzate nei
viaggi di carattere sessuali, dove fanno incontrare ad agiati signori
diverse ragazze che in cambio di denaro prestano la loro immagine e il
corpo. Altre agenzie invece formano matrimoni a distanza.
Ma non
é tutta prostituzione. La si descrive così perché si ha il timore
di osservare con profondità un'indole culturale diversa. Dove il
sesso e la sessualità non vengono vissute come una specie di baratto
o di conquista faticosa. E' un'espressione di piacere e di felicità.
Incontrarsi in un locale, per strada, in uno scompartimento del treno
o in metropolitana non è probito.
Comprare il sesso e le illusioni dove c'é più povertà è
estremamente facile; la prostituzione di lusso in questi luoghi se la
possono permettere tutti. Coloro che fanno questi viaggi fingono
un’altra vita, raccontando di svolgere compiti di massima
responsabilità al lavoro per fare colpo sulle ragazze.
Un italiano in un locale di Yalta ci disse: "Qui sono tutte
mignotte, o le paghi o gli offri". E poi ci dispensò altri
interessanti teorie sulle donne ucraine.
Lui comprava sesso, cercava coloro che per difficoltà personali o per
una scelta consapevole erano intente a mercificare il proprio corpo.
L'abbiamo osservato per un po', si capiva benissimo da come si muoveva
che era un fallito, lui il sesso doveva comprarlo perché con le donne
non ci sapeva proprio fare, tentava di approcciarle come se fossero
manichini.
Ma è necessario andare a nascondersi in Ucraina per farlo?
Kyev é
una città di contrasti. Nelle capitali é frequente vedere come il
benessere e la povertà si scontrino in modo marcato.
Ci sono palazzi ristrutturati, dai
colori vivaci, al cui interno sembrano cadere a pezzi. Gli ascensori
cigolano e sussultano e spesso possono portare un'unica persona.
Ci sono palazzi che sembrano
cadere a pezzi, la cui porta di ingresso sembra quella di un
magazzino, dentro agli appartamenti finemente ristrutturati ci sono
vasche con idromassaggio, televisione satellitare, aria condizionata e
finiture di alto pregio.
Nei centri commerciali e nelle
stazioni di interscambio della metropolitana si susseguono persone che
indossano abiti di marca ad altri con vestiti logori tanto da farli
sembrare mendicanti, signore anziane che vendono pochi oggetti stesi
su un lenzuolo per arrotondare la magra pensione.
Il monumento alle vittime della
guerra in Afghanistan vede una madre sofferente stringere un soldato,
il proprio figlio privo di vita. Questa statua é contornata da grandi
tavole su cui sono incisi i nomi dei soldati di Kyev caduti in quel
conflitto. Dei senza tetto, privi di un adeguato sostentamento
economico, usano queste tavole come materasso. Vi si sdraiano sopra e
si lasciano cadere nel sonno.
Nelle capitali
é come se il divario tra i ceti ricchi e quelli poveri creasse una
frattura insanabile, come se le direzioni fossero opposte, da come
camminano si capisce che i benestanti staranno sempre meglio e i meno
abbienti siano condannati allo stento.
LA LISTA
A
Kyev, una sera due ragazze ci
invitano in discoteca. Le abbiamo conosciute donando loro due rose.
Abbiamo regalato un mazzo di fiori anche alla cameriera, aveva due
bellissimi occhi, e dopo il suo turno di lavoro doveva tornare a casa
per riposare, ci sembrava la ragazza più interessante all'interno del
locale.
All'ingresso della discoteca hanno
bloccato le due ragazze all'ingresso. Era una festa privata e che non
si poteva entrare ma quando il personale del locale ha intuito che non
eravamo dei ragazzi ucraini ma italiani, hanno richiamato le ragazze:
"con gli stranieri potete entrare".
"Qui ci svuotano il
portafoglio" pensiamo. I prezzi sono sensibilmente più alti, il
doppio rispetto gli metà rispetto il paese in cui siamo nati.
Kyev é
una città di confine. Nata tra le colline che vengono separate dal
Dnepr, l’ampio fiume della capitale. Il cuore della città è
formato da una croce, il Kreshaktich che si interseca con la piazza
dell'indipendenza. Viali larghi si susseguono e si alternano a boschi
e colline su cui risiedono palazzi, monumenti, centri sportivi.
Dalla piazza principale partono
tre stradine dirette al borgo più antico, che si trova in cima ad un
colle e in cui le strade di ciottolato ospitano il mercato turistico.
Kyev non sembra nemmeno la
capitale del suo paese. I palazzi sono restaurati e ci sono evidenti
segni di modernità. In fondo al Kreshaktich in mezzo al parco un
poderoso arcobaleno di metallo segna l'amicizia tra il popolo russo e
quello ucraino. Il governo di Kyev ha voluto così rappresentare la
ritrovata intesa con Mosca. All'inizio del viale, a circa due
chilometri, la statua di Lenin. Negli anni trenta venne premiata come
la migliore raffigurazione dell'eroe della rivoluzione. Le statue
costruite nel periodo sovietico non guardano mai negli occhi il
popolo, i personaggi raffigurati sembrano sempre presi da qualcosa di
più importante, da un'attenzione particolare che gli uomini comuni,
da terra non possono scorgere. Abbiamo più volte provato ad
immaginare cosa guarda il compagno Lenin da quel piedistallo.
I palazzi del Governo ed i Musei,
hanno cambiato nome dal 1991, l'anno dell'indipendenz, ma sono eredità
del passato. Dove un tempo c'era il museo Lenin ora c'é il museo
dello Stato, dove la topografia ineggiava gli eroi della rivoluzione,
ora conferisce gli onori a quelli dell'indipendenza. Ovunque ci sono
pubblicità elettorali, tra pochi mesi i cittadini ucraini saranno
chiamati per scegliere il nuovo presidente della Repubblica.
Ventiquattro candidati si affronteranno per avere la meglio.
I palazzi presentano segni del
passato, la stella rossa o la falce e martello. In altri luoghi, come
nell'illuminazione pubblica sono stati tolti di forza, ci sono ancora
tracce del passato. La capitale vuole essere una vetrina d'occidente,
anche se guardandosi attorno si avverte una certa discontinuità,
nella prima periferia emergono i blocchi residenziali, a nord quelli
costruiti negli anni del comunismo, a est quelli recenti. Chi ci vive
in quei quartieri non guadagna più di 60-90 euro al mese, in molte
cantine di queste residenze ci sono i laboratori di chi vuole
arrotondare il salario gestendo il mercato parallelo della vodka, una
bottiglia qui si vende per pochi euro, e quelle di contrabbando sono
le più economiche.
Nel centro città si ritrova
l'occidente, i negozi espongono abiti firmati, marche globali, torna
anche il Mc Donalds che deve fare i conti con i fast food ucraini,
come il Dva Goosa dove un pranzo costa 14 grivne.
E' uno Stato giovane quello
Ucraino, lo si capisce perché ha pochi eroi da celebrare, i politici
che finora l'hanno governata non sono entrati nel cuore del popolo.
Non ci sono molte statue in giro, oltre a quella di Lenin, sono
presenti riconoscimenti agli eroi sportivi, come Sergej Bubka, l'uomo
che saltava con l'asta. Anche la Dinamo Kyev ha i suoi eroi,
l'allenatore Lobanowsky a cui lo stadio é dedicato é raffigurato su
una panchina con un atteggiamento paterno, e poco prima c'é un
monumento dedicato ad alcuni giocatori che duranta la seconda guerra
mondiale non cedettero ai nazisti, e vennero fucilati. Ci sono diverse
versioni di questa storia, alcuni raccontano che furono uccisi perché
sconfissero la squadra di calcio d'occupazione, altri invece
sostengono che i giocatori fucilati fossero agenti segreti.
Probabilmente molte delle statue che ornavano i viali fino a quindici
anni fa, hanno fatto riflettere sull'opportunità di aspettare prima
di dare giudizi storici, nella piazza dell'indipendenza una statua
femminile raffigura la libertà.
Il Dnepr sembra scorrere senza che
la città gli dia troppo peso, sfiora il centro e separa i nuovi
assembramenti con quelli vecchi. Sull'ansa del fiume le spiagge sono
il luogo scelto dagli abitanti di Kyev per passare il fine settimana.
Kyev é una città elegante, si
passeggia piacevolmente la sera, i viali si animano e aprono le porte
dei locali curati. Alcune signore anziane fanno il giro di questi
luoghi con dei mazzi di fiori, sperano di incontrare degli uomini
intenzionati a corteggiare qualche donna.
Visitare Kyev senza mettere piede
nelle le regioni orientali potrebbe interferire con un giudizio
obiettivo sul paese. La capitale ha un tenore di vita più alto, le
automobili o lo stato delle strade hanno uno standard occidentale. Un
dislivello tra benessere e povertà evidente, come in tutte le
capitali del mondo.
PIRATI
A Kyev c’è un mercato pirata di
compact disc e programmi per computer. Non sono legali al di fuori
della Comunità stati indipendenti.
Al mercato costano 12 grivne, in
centro 18 o 20 grivne.
Per contrastare la duplicazione
illegale le case discografiche hanno raggiunto una sorta di contratto
forfettario per il pagamento dei diritti d'autore. Tutto rigorosamente
falso, ma legalizzato dalle industrie che in teoria dovrebbero
confezionare il prodotto.
Il mercato si estende per
centinaia di metri, ci si può perdere una giornata per visitarlo
tutto, volendo si può scegliere anche la qualità della confezione,
alcuni cd all'interno hanno i libretti coi testi perfettamente
riprodotti.
Ad ogni modo con due o tre euro
puoi avere un album, un videogioco e con qualcosa in più l'ultimo
programma di software per computer.
ARRANGIARSI
In Ucraina il lavoro non c'é. E'
difficile da trovare, per questo in molti se lo inventano.
Nelle situazioni più disparate
l'ingegno trionfa sulla forma, e nelle zone in cui sopravvivere non é
un passatempo quotidiano, si cercano i modi più disparati per
arrangiarsi e crearsi una professione.
Ci sono mestieri nel campo
pubblicitario, come gli uomini-sandwich che promuovono eventi, luoghi
o aziende che cercano di conquistare una fetta del magro mercato
locale.
Agli angoli delle strade gruppi di
due o tre ragazzi sembrano essere una trimurti della comunicazione.
Legati al collo e ai vestiti, tenuti a penzoloni o nelle mani legati
alle corde hanno delle braccia artificiali nella cui estremità sono
collegati dei celllulari. Vendono telefonate. Questi venditori fanno
dei contratti annuali a prezzo fisso con le diverse compagnie
nazionali e forniscono un servizio di telefonia "pubblico"
per strada a tariffe molto basse. Pagano una cifra forfettaria annuale
e hanno il diritto di telefonare a clienti dello stesso gestore
gratuitamente. Così riescono a fare un business, e pure i clienti
risparmiano, utilizzare la cabina telefonica pubblica risulterebbe più
dispendioso. I giovani solitamente scelgono questa strada per entrare
nel mondo degli affari.
Il gentil sesso invece predilige
pensare alla cura del corpo. Mettono una sedia per strada, nelle zone
del centro o dei mercati dove c'é un viavai di persone. Al loro
fianco c'é una bilancia elettrica e per terra una batteria da auto.
Si paga per conoscere il proprio
peso, 2 grivne. La bilancia é collegata alla batteria e un display
elettronico rileva il peso, mentre un misuratore rivela quanto si è
alti.
Le signore più anziane invece
preferiscono una bilancia vecchio stile, dove la pesatura avviene
manualmente, spostando il peso finché non trova l’equilibrio. Il
metodo manuale é meno dispendioso ma più affascinante.
Sono soltanto alcuni esempi dei
lavori stagionali che aiutano le famiglie ad arrotondare i magri
stipendi o le pensioni,a trovare una forma lavorativa per sopperire
alle difficoltà che l'economia ucraina ha incontrato, dopo le varie
crisi che hanno steso il paese negli anni novanta.
Ci sono mestieri classici come il
venditore di fiori ambulante che fa il giro dei locali o dei
ristoranti la sera. E’ frequente che l'uomo regali alla donna un
fiore, anche soltanto come gesto di amicizia, i fiori, in tutto l'est
europa, sono doni frequenti, gesti di apprezzamento.
I ragazzi e gli appassionati di
computer duplicano programmi e compact disc musicali. In Italia un cd
costa quanto l'ammontare della pensione mensile di un anziano che vive
in un villaggio ucraino. I produttori illegali hanno trovato un
accordo per la riproduzione non ufficiale dei compact disc, altri ne
realizzano di meno fedeli ma più economiche, qui é giustificato
perché non ci si può permettere di pagare la proprietà
intellettuale, mancano i soldi.
Per strada i bambini in compagnia
dei famigliari improvvisano banchetti con alcuni prodotti, come la
vendita dei semi di girasole abbrustoliti. Un sacchetto non ha un
prezzo proibitivo, in molti li comprano. Nei marciapiedi capita di
vedere per terra dei percorsi di gusci di semi di girasoli, tanto da
far venire in mente la storia di Hansel e Gretel. E' un passatempo, si
mette il seme in bocca, si rompe il guscio tra i denti e se ne mangia
il midollo. Poi si sputa il resto. A fianco delle panchine o negli
angoli del mercato sorprende vedere per terra piccoli accatastamenti
di gusci, sono i luoghi dove le persone ne attendono altre, e nel
mentre per ingannare il tempo masticano un po' di semi.
Le donne anziane vendono sacchetti
di plastica o borse di stoffa nei mercati. E' una forma di
sostentamento, si pagano pochi copechi per comprarle. E’ una
dimensione di solidarietà, nonostante tutti debbano fare i conti con
i soldi che spendono. Si può possibile riconoscere chi ha bisogno di
un aiuto economico, ognuno cerca di dare quello che ha nonostante in
pochi vivano nel benessere. In genere le persone preferiscono
utilizzare queste forme di solidarietà sociale piuttosto che cedere
all'elemosina. E' preferibile inventarsi un piccolo espediente, un
"lavoro" per creare una forma di scambio, di dignità
dell'offerta. E non come forma di necessità, il baratto rappresenta
una forma di dignità. Forse soltanto chi ha vissuto un periodo della
propria vita nella precarietà, nelle difficoltà economiche
quotidiane, può capire. Questi lavori spaziano nella dimensione
creativa, nell'arte dove l'uomo ha sempre espresso dimensioni
inaspettate e sorprendenti. Cercando di migliorare la propria
condizione con i pochi strumenti di cui dispone, per tentativi.
IL COLLEZIONISTA
A Kyev un poliziotto ci ferma.
Chiede da dove veniamo. Con una certa insistenza percorre la strada
insieme a noi, facendoci qualche domanda in inglese. Fa la guardia
all'ambasciata inglese, percorre avanti e indietro quella strada
diverse volte al giorno.
Inizialmente
dubito delle sue intenzioni, penso voglia trovare un modo per
chiederci qualcosa. Finché in fondo alla strada ci ferma, "Ecco
- penso - ora vorrà qualche soldo per lasciarci andare". Dal suo
taschino tira fuori un contenitore in plastica, dentro ci sono diverse
monete, ce le fa vedere tutte. Ci chiede se per favore abbiamo qualche
moneta italiana. Così gli conseniamo pochi centesimi, quelli che ci
sono rimasti. Sembra soddisfatto, alla sua collezione aggiunge qualche
euro italiano. Per ricambiare, sceglie una monetina del suo
contenitore e ce la regala. Ci dice che é ucraina, un karbovanet. Non
vale molto ma per ricordarci di lui gli facciamo una foto di fronte
alla piazza in cui si affaccia l'ambasciata britannica.
Tutti
coloro che nel 1986 erano bambini hanno un ricordo personale di
Chernobyl. Alcuni si ricordano di aver annullato le vacanze e non
essere andati al mare, altri di non aver mangiato frutta per un po',
altri di aver passato l'estate dentro casa e che grazie a Chernobyl
gli è stato regalato un computer con molti videogiochi.
I più giovani ricordano le
conseguenze di questa tragedia, non hanno in mente i grafici
televisivi del contagio, non potevano a comprendere il significato di
quanto era accaduto ma fu la prima volta che incontrarono il
sentimento della paura collettiva, un morbo invisibile a cuii bambini
erano particolarmente soggetti al contagio.
Non potevamo andare in Ucraina
senza entrare nella zona di contaminazione. Questa regione è stata
fortemente condizionata da quanto accaduto nella notte tra il 26 e il
27 aprile 1986, tuttora ne risentono le conseguenze economiche,
sanitarie e culturali. Chernobyl é un contatto cosciente con la
radioattività.
La sera prima, alcuni di noi non
nascondono i dubbi e i timori legati agli effetti delle radiazioni,
ancora non si sa bene che effetto hanno sull'organismo umano.
Prima di partire abbiamo cercato
rassicurazioni contattando scienziati coscienti delle reale portata
del rischio o persone che erano state a Chernobyl prima di noi.
Per decine di anni Chernobyl
rappresenterà per questo paese una gabbia all'economia, il paese é
soffocato da questa contaminazione.
La popolazione che all’epoca non
fu stata sufficientemente informata, oggi vive con lo spettro di
quell'esplosione, senza aver acquisito maggiore consapevolezza sui
rischi del nucleare. Per non cambiar paese e non vivere con l'affanno
di qualche malattia in molti si sono messi il cuore in pace pensando
che Chernobyl sia stata circoscritta nei 18 chilometri di zona off
limits. Come se il volenteroso esercito ucraino fosse in grado di
trattenere in quel perimetro la forza evasiva delle radiazioni
trasmessa dall'aria, sospinta dal vento, sospesa nelle polveri,
diffusa dalle acque, dalle migrazioni animali. Bisognerebbe creare un
sarcofago talmente grande da inscatolare anche le falde acquifere,
esportare via la terra, la vita.
La radioattività non si
percepisce, non é come il fuoco, lo fu soltanto per i pompieri e i
primi soccorritori che
sperimentarono sulla propria pelle la micidiale abbronzatura nucleare.
Nell'estremo ovest ucraino le
persone parlano di Chernobyl come qualcosa di lontano, difficilmente
percettibile: "Si, ricordo che gli sfollati arrivarono fin qui,
ma poi tornarono indietro. Non ricordo i nomi delle città che hanno
costruito apposta per loro, ora tutto é normale, qui non ci sono
radiazioni, siamo lontani". A Kyev, ad un centinaio di chilometri
di distanza, la gente ci sconsiglia di andare e arriccia il naso a
sentir parlare di Chernobyl. Non capiscono la nostra curiosità, il
voler farsi un'idea di quanto é stato provocato in un'intera
provincia. Dicono che visitare Chernobyl non é sicuro ma nel
frattempo vanno a fare il bagno nel Dniepr, il fiume dove il torrente
Prypiat ha scaricato le sue acque radioattive qualche chilometro più
a monte. Oppure mangiano il pesce e i funghi che sono stati soggetti
alle stesse radiazioni, seppur di minori intensità. Tra l'altro nelle
mappe che documentano l'espansione della radioattività, la capitale
appare miracolosamente graziata, come se le radiazioni avessero
compiuto un salto per riprendere appena dopo Kyev. Considerando la
tragedia questa coincidenza appare fortuita, al ritorno nella capitale
avremmo voluto possedere un radiometro per misurare il livello di
contaminazione.
Siamo partiti con molti dubbi e un
sacchetto pieno di bevande portate da casa, il viaggio di andata é
silenzioso, come se nessuno di noi avesse qualcosa da dire smarriti
come siamo nei nostri pensieri. Ogni piccolo particolare ci
insospettisce, ne parliamo al ritorno quando ci chiediamo perchè i
fusti degli alberi che costeggiano la strada hanno un doppio colore,
bruno alla base e poi rosso accesso fino alla punta. Potrebbe essere
una caratteristica della specie e cerchiamo di non farci caso. Si
passano villaggi in cui il tempo sembra essersi fermato, ci sono carri
trainati da buoi, animali al pascolo ai lati della strada, mercati
improvvisati e qualche statua di Lenin ancora al suo posto. I primi
segnali del nostro avvicinamento a Chernobyl sono unlento ma costante
sfoltimento della presenza umana. Le vivaci comunità intente a fare
la spesa lasciano posto ad alcuni gruppi di anziani. A circa
trenta-quaranta chilometri dalla centrale compaiono i primi edifici
abbandonati, le fabbriche, le linee della tensione che distribuivano
l'elettricità sono autostrade deserte. Manca qualcosa, la nostra
presenza a Chernobyl è stata contraddistinta dalla totale assenza di
odori. Non l'espandersi dell'olezzo dei rifiuti, non il pregnante
odore di pesce affumicato, non quello del riscaldamento acceso, o
quello delle bancarelle. Anche la natura sembra aver sospeso il suo
ciclo. Forse ci siamo lasciati impressionare, ma sembra di entrare in
un luogo soggetto ad uno strano ordine temporale, un congelamento
improvviso. "In un giorno e una notte la distruzione
avvenne", siamo arrivati davanti al primo posto di blocco.
Chernobyl.
CHERNOBYL
Non siamo abituati ai posti di
blocco. Non quelli militari, con le spranghe, gli avvertimenti e il
personale che presiede con i mitra spianati. In le dogane sono quasi
estinte, le frontiere sono la cosa più simile ai posti di blocco che
ho mai visto.
Per arrivare alla centrale ne
dobbiamo passare tre. Bisogna avere un permesso speciale, corredato
dai documenti e dal programma della giornata. Il primo si trova a
diciotto chilometri dal sarcofago. L’ingresso nel territorio di
Chernobyl ci viene indicato da una vecchia insegna, di fianco al nome
una stella rossa che domina un atomo.
Passiamo il posto di blocco, si
iniziano a vedere alcuni plessi industriali dismessi abbandonati in
mezzo ai campi. Passiamo attraverso un bosco cresciuto negli ultimi
ventanni, alberi che nascondo in mezzo a case e stalle.
Ci fermiamo. L'autista ci fa segno
di entrare nel bosco, alcuni di noi indossano la mascherina. Si
cammina sul terreno non sapendo cosa possa comportare questa azione.
Visitiamo una piccola casa contadina. I colori pastello dei muri
interni sembrano innaturali, come se fossero stati assegnati a quelle
pareti già impregnate di una desolazione soffocante. Una casa per
bambole in grande formato, all'interno ci sono utensili da cucina,
qualche foto, giornali vecchi, l'arredamento è sfasciato. All'esterno
c'é qualche giocattolo, delle tazze rotte, segni di insediamenti
umani. Come se tutto fosse stato abbandonato in gran fretta e da un
momento all'altro nessuno si sia preso la briga di potare gli alberi e
togliere le erbacce dal terreno. Questo villaggio di case contadine in
nemmeno ventanni é stato inghiottito dalla foresta. Se una persona vi
passa di fianco senza sapere che lì dentro c'é qualcosa non
noterebbe mai quelle casupole. Annusiamo l'aria, vorremmo percepire la
presenza invisibile delle radiazioni.
Arriviamo nella cittadina di
Chernobyl, osserviamo i militari che operano nell'area e alcuni civili
che lavorano in zona. E’ desolante ma almeno c'é vita. Ci chiediamo
come si possa vivere a Chernobyl, difficile dirlo, scopriamo che sono
tutti pendolari, la notte dormono a cinquanta chilometri dal mostro
addormentato. Fanno a turni, tre giorni di lavoro e quattro di riposo,
oppure quattordici giorni di lavoro consecutivo e quattordici di
riposo. Chissà se al quattordicesimo giorno iniziano a sentire
l'effetto di dell'esposizione prolungata alle radiazioni.
Entriamo nel centro studi di
Chernobyl. Conosciamo la nostra guida che parla un ottimo inglese, ci
mostra le foto delle zone contaminate. Ci parla dei livelli di
radiazione e racconta di come lentamente si stia cercando di
ripopolare intere zone contaminate ma a livelli sopportabili dal corpo
umano. Partiamo con il radiometro, uno strumento che misura il livello
di contaminazione. Davanti alla sede é di circa 0,14, livello
considerato nella norma.
Entriamo a contatto con Chernobyl
attraverso le sue parole, ci illustra l'invadenza delle radiazioni,
percepiamo una certa dose di incoscienza nell'affrontare i chilometri
che ci separano dal reattore numero 4. Non riusciamo ad interpretare
se sia abituato o rassegnato, ci racconta che a Kyev quelli che hanno
paura di visitare Chernobyl non considerano che il fiume Prypiat
scarica le sue acque nel Dniepr. A Chernobyl abbiamo dei pozzi ad
oltre cinquanta metri di profondità, é la nostra acqua
decontaminata. Montiamo in macchina, oltrepassiamo caseggiati, zone
industriali, interi paesi ricoperti dalla terra. E' stato fatto per
non disperdere i radionucleidi, quella zona - ci spiega - é solita ad
incedi estivi e se le case o gli alberi contaminati bruciano,
disperdono nell'ambiente un'elevata quantità di residui radioattivi
pericolosi. Finché sono sottoterra se ne stanno fermi e non viaggiano
nell'aria.
Le autostrade delle linee ad alta
tensione si incrociano e convergono tutte in un'unica direzione. Là c'é la centrale.
Ci appare da lontano, seguiamo il
corso del canale del Prypiat, le cui acque servivano per il
raffreddamento delle barre. Dentro cui venne scaricato di tutto
durante l'esplosione e nei giorni a seguire, ora è
"isolato" da una lunga protezione in cemento per evitare la
confluenza nel Dniepr e contenere il resto delle porcherie in quella
"palude" radioattiva. Basterebbe un’ondata di piena per
far arrivare le sostanze radioattive depositate sul fondo fino al mar
Nero.
Ci fermiamo alla sinistra del
canale, da qui si intravedere la ciminiera della centrale. Sulla
destra ci sono due grosse costruzioni con delle impalcature, é il
reattore numero cinque, quello che stavano portando a termine le
squadre di operai in quel remoto 1986. Un altro modello di impianto
rispetto quello esploso. Dall'altra parte, sulla sinistra, un cantiere
con delle gru. Il nostro accompagnatore ci racconta che é una
centrale nucleare in costruzione, affidata ad un general contractor
francese, hanno bloccato la costruzione nell’aprile del 2004, ma
tutto era già stato approvato. Se si costruisce una nuova centrale a
Chernobyl, può anche funzionare male, tanto se c'é qualche perdita
non la rileva nessuno.
All’orizzonte scorgiamo il
mostro. Nell’aria c'é un'energia impercettibile. Ci chiediamo che
potenza ha, come reagisce il nostro organismo e rimaniamo in silenzio
provando a percepire qualche segno tangibile dell'esistenza delle
radiazioni.
Ci spostiamo ai bordi della strada
per fare qualche foto. Sergej, il nostro accompagnatore, ci urla
"don't walk on the grass", il radiometro che sul cemento
segna 0,98 raggiunge i 3,47 sull'erba. E' la natura ad aver assorbito
la radioattività. Ne é pregna più delle mura esterne della
centrale.
INODORE
L’automobile
si avvicina alla centrale, ci sono installazioni, tubi, cavi che si
concentrano in un unico punto e di fronte a noi i quattro reattori. Il
primo e il secondo sono dello stesso modello. Visti da lontano possono
sembrare fabbriche, non hanno l’aspetto delle centrali nucleari. La
macchina volta a destra, lasciamo alle spalle il reattore numero
quattro. Percorriamo un viale, qui
ci viene detto di nascondere videocamere e macchine fotografiche è’
l’ingresso del personale, in mezzo è piazzato un busto di Lenin
scolpito nel bronzo, a lui era dedicato lo stabilimento di Chernobyl.
Sopra l’ingresso due insegne luminose che segnalano il livello di
radiazioni presenti in quel punto.
Restiamo fermi
in attesa del controllo dei permessi, ci sorprendiamo per il numero di
persone che lavorano ai quattro reattori. All’ingresso c’è un
viavai di mezzi, gente che entra e che esce da quella facciata
lugubre, dal colore cupo che è tipico del cemento quando invecchia.
Ripartiamo e percorriamo tutto il perimetro della centrale, notiamo
l’incatenarsi di corsi d’acqua artificiali, edifici, costruzioni,
cavi elettrici. L’atmosfera sembra aver fatto scendere un velo su
questo luogo, come se vi fosse una malinconia diffusa. Si percepisce
una strana aria di decadenza, e il silenzio è tale da che sembra di
essere in un cimitero, un luogo che rasenta gli aspetti del sacro e
per questa ragione provoca timore.
Giriamo
intorno al corpo della centrale, passiamo prima davanti ai reattori
uno e due che sono dello stesso modello, poi sulla destra vediamo la
linea ferroviaria costruita appositamente per trasportare ogni giorno
coloro che lavorano in questa zona e hanno le proprie case a cinquanta
chilometri da qui. Arriviamo al reattore numero tre, con la sua
ciminiera bianca e rossa che sovrasta il tetto della centrale, e
qualche metro si erge la parete nord che condivide col reattore numero
quattro. Chernobyl è davanti a noi, il sarcofago che contiene
l’energia che ha scosso il mondo.
La struttura assomiglia ad una bara, arriviamo di fronte,
scendiamo dal nostro mezzo e ci fermiamo a guardare. Giriamo su noi
stessi per cercare di capire dove siamo, abbiamo davanti il simbolo
tangibile delle radiazioni e proviamo a capire come sia possibile
essere abbronzati da questa energia. Non si percepisce nulla, niente
di diverso dall’essere a chilometri di distanza. Tranne il silenzio
e l’aria che non trasporta alcun odore, poche presenze umane e vari
segni tangibili della natura, è come se l’ambiente fosse asettico.
Rimaniamo inebetiti di fronte alla rappresentazione stessa di un
dramma che indirettamente abbiamo vissuto nel 1986, il timore di
quanto accaduto a Chernobyl ha influenzato milioni di esseri umani.
Scattiamo moltissime foto, poi entriamo al museo, la sede del centro
documentazione sul progetto per la costruzione del nuovo sarcofago che
dovrebbe scongiurare l’instabilità di quello attuale. Ben che vada
non sarà pronto prima del 2008. La garanzia di quello attuale è scaduta nel giugno del 2004.
Dopo aver
fatto una foto di gruppo davanti alla centrale (come se fossimo
davanti ad un monumento, e in un certo qual modo lo è)
ci allontaniamo dal reattore numero quattro, siamo diretti al
villaggio di Prypiat, quello in cui abitavano i lavoratori della
centrale, ci vivevano oltre quarantacinquemila abitanti.
Prypiat è a
pochi chilometri dalla centrale, ora la città è immersa nella
vegetazione, gli alberi hanno ricoperto e nascosto le case, gli
ingressi, i marciapiedi. Soltanto i condomini si fanno strada oltre il
verde finchè si arriva nella piazza principale, attorno alla quale
sorgevano un ristorante, la sede del Partito Comunista e del governo
locale, un hotel. Tutto appare immobile, hanno definito questa città
come la Pompei dei tempi moderni. Il radiometro documenta il livello
di radioattivà, in questa zona è molto alto, specialmente vicino al
terreno o dentro le case.
E’
particolarmente tragica la storia del parco giochi di Chernobyl. Tutto
era pronto per l’inaugurazione che sarebbe dovuta avvenire il 1
maggio del 1986 in occasione della festa del Lavoro, il Partito aveva
preparato tutto in grande stile, se non fosse che il 27 aprile i
civili vennero evacuati. Questo parco rimane come testimonianza di un
futuro rubato alla città e agli abitanti di Prypiat quando
ricevettero la più alta scarica radioattiva che la storia
dell’umanità abbia mai documentato. La ruota panoramica, gli
autoscontri e le altre giostre non sono mai state utilizzate.
Lasciamo
Prypiat dopo aver visitato alcuni piani di un condominio abbandonato,
qui ci sono segni di vita negli oggetti disfatti, le buche delle
lettere arrugginite, le mura impolverate. Per la prima volta sentiamo
nell’aria una presenza malsana, forse per paur, percepiamo una
polvere diffusa dentro le stanze, la avvertiamo nella gola e giù fino
ai polmoni. Ci affrettiamo a visitare le stanze, sembra di essere
dentro a un film.
Credevamo di
aver passato il punto con l’irradiazione più alta, ma nella via del
ritorno verso il centro scientifico ci troviamo in mezzo alla Foresta
Rossa.
La Foresta
Rossa si trova in linea d’aria di fronte al reattore numero quattro,
nel luogo in cui si scatenò l’esplosione e dove si diresse lo
scoppio più ingente di grafite e altri materiali radioattivi. Nel
giro di poche ore, questa foresta acquisì il colore rosso. Ed ogni
forma di vita morì nel giro di poche ore. Questa foresta non passò
il natale del 1986, in quanto tutte le piante seccarono. Oggi il
terreno della Foresta Rossa è quello più pregno di radionucleidi,
qui vengono gli scienziati a rilevare le mutazioni genetiche degli
insetti e delle piante, che nel frattempo stanno ricrescendo e
prendono linfa da quella radioattività. La nostra auto accellera,
arriva ai novanta chilometri orari in una strada dal manto stradale
sconnesso. Capiamo immediatamente il motivo, il radiometro si mette a
“battere” all’impazzata e le radiazioni segnalate raggiungono
livelli altissimi, non conviene starci troppo. Per quindici, venti
secondi segna 1,348, meglio non rimanere a piedi su questa strada.
DOPO PRANZO
Una
volta tornati al centro scientifico ci laviamo le mani. Sergej misura il nostro livello radioattivo, non è al di
sopra dei valori di allerta. Non riusciamo ad immaginare con
precisione quanto la nostra sia stata incoscienza o se non abbiamo
corso alcun pericolo. Ci mettiamo a tavola, all'interno del centro c'é
una cucina con la sala da pranzo dove ci siamo soltanto noi, Sergej e
l’autista. C'é del pesce fritto, la minestra, la carne, il contorno
e dei biscotti. Il tutto si conclude con una tazza di caffé lungo.
Proviamo una strana sensazione,
mentre si porta il cibo alla bocca si pensa: "Sto mangiando a
Chernobyl, questa la devo raccontare".
Durante il pasto parliamo con il
nostro accompagnatore, gli effetti reali della contaminazione e
dell'esposizione prolungata alle radiazioni non sono ancora
documentati, non si può sapere che reazioni potrà avere la natura o
l'uomo di fronte a quanto accaduto e la sfida di ripopolare i dintorni
di Chernobyl fa parte di questo interrogativo. Non si può trattenere
il materiale radioattivo, i posti di blocco non possono fermare il
vento o gli agenti atmosferici, un solo incendio in una zona
fortemente contaminata libera nell'aria particelle radioattive che si
depositeranno chissà dove.
Il nostro accompagnatore è
tranquillo, forse chi lavora in queste condizioni non può far altro
che chiudere gli occhi e vederlo come un lavoro normale. A fine pasto
lo salutiamo, passiamo due posti di blocco e poi ci inoltriamo in una
strada laterale, percorriamo qualche chilometro senza incontrare
alcuna presenza umana finché la vegetazione si dirada e un grande
prato si apre a fianco della strada. Ci fermiamo e saliamo su un punto
di osservazione appositamente realizzato, di fronte a noi ci sono file
chilometriche di automezzi, camionette militari, elicotteri, bus,
mezzi dei vigili del fuoco. Una rete metallica impedisce l'accesso a
questo terreno, gli automezzi sembrano essersi sdraiati per terra,
come si fossero rilassati, anche le pale degli elicotteri per l'inedia
sono ricurve verso terra, appesantite dall'inattività.
Questo cimitero di automezzi
trasmette una certa ansia, ci si domanda quanto siano radioattivi quei
metalli. Intanto si alza il vento e percorriamo a piedi quel tratto di
strada, fino ad un viottolo di terra battuta che conduce all'ingresso
del cimitero. Non ci inoltriamo, abbiamo compreso quanto sia
pericoloso camminare sul terreno a Chernobyl é più sicuro il
cemento.
Il radiometro é rimasto al centro
scientifico e non possiamo misurare il grado di contaminazione, anche
il punto di osservazione su cui siamo saliti può essere altamente
contaminato.
Iniziano ad emergere i primi dubbi
sui radionucleidi, le sostanze disperse nell'aria, l'aver passato
diverso tempo in un ambiente radioattivo. Cerchiamo di percepire dei
segni tangibili, un particolare senso di stanchezza o altro ancora. Il
nostro accompagnatore a tavola aveva scherzato dicendo che la peggiore
malattia é la radiofobia, perché qualsiasi malessere che si
percepisce lo si riversa su Chernobyl e si rischia di non riuscire più
a lavorare.
Mentre arriviamo all'ultimo posto
di blocco, una delle due guardie prende un rilevatore e misura il
grado di radioattività delle quattro gomme, evidentemente sono nella
norma perché ci fanno uscire. Rincontriamo lo stesso paesaggio
dell'andata, soltanto che la desolazione diminuisce e facciamo ritorno
alla civiltà, alla vita. Proviamo la sensazione di allontanarci dal
mostro, é alle nostre spalle ed adesso non siamo più soggetti alla
sua forza invisibile. Da quel momento abbiamo iniziato a chiederci
cosa ha sentito il nostro corpo a Chernobyl, che reazione può
provocare l'esposizione alle radiazioni. Per ironizzare ci siamo messi
a cantare alcune canzoni improvvisate sul tema del nucleare. Questo
non é servito a toglierci
dei dubbi, avremmo voluto un radiometro con noi per misurare il
livello di contaminazione nelle altre città ucraine, per capire
quanto i valori "nella norma" siano stati alterati dalla
forza sprigionata dal reattore numero 4.
Scavare per terra nel bosco di
Prypiat può essere fatale, la grafite radioattiva é sparsa in tutta
quell'area, non é stata completamente bonificata e ce ne sono dei
brandelli ovunque. Chernobyl assomiglia ad una malattia, alla peste,
qualcosa da cui non ci si può difendere e l'unica maniera per
proteggersi é aspettare, sperando che passi.
A Kyev c'é una zona sacra famosa
in tutto il mondo slavo, quella del Monastero delle Cave. Questo luogo
di culto é stato costruito su una collina. In quella di fronte, una
grande statua d'acciaio che regge una spada e uno scudo in mano
simboleggia la madre patria. Sullo scudo, in rilievo la falce e il
martello. Forse non é un caso sia stato costruito proprio a fianco un
luogo religioso, da entrambe le parti si chiedeva di credere in
qualcosa. In questo colle c'é il museo della guerra ed il monumento
agli eroi della seconda guerra mondiale. Attorno a questa statua
gigante, c'é una rappresentazione della forza del popolo e la
cacciata dei nazisti. Un'altra eredità del comunismo, pregna di
fascino. Il dinamismo delle forme ha la stessa energia dinamica di
alcune opere futuriste.
Queste che un tempo erano zone
sacre, controllate dalla milizia in cui era necessario mantenere il
contegno, oggi sono invase dai bambini che salgono sui carri armati e
mimano di battaglie senza vittime, sonori colpi di sparo realizzati
con la bocca. E' strano soprattutto come questi ultimi siano
maggiormente concreti, alcuni bambini si immedesimano a tal punto
nella battaglia da non riuscire a controllare alcune gocce di saliva
che vanno a colpire il compagno di fronte. Il quale interrompe un
attimo la guerra, e con la manica si asciuga. Poi finge di sistemarsi
l'elmetto e riprende a sparare.
IL MERCATO SUI BINARI
I treni
sono il mezzo più diffuso per gli spostamenti nel vecchio blocco
sovietico. Sui vagoni ci si passava dentro interi giorni per
raggiungere l'altro lato dell'impero. Per molto tempo fu l'unico mezzo
per penetrare l'inverno siberiano e raggiungere parenti o amori
lontani.
Ora alcuni stati si sono
dichiarati indipendenti, ma i viaggi in treno durano lo stesso decine
di ore, a volte anche dei giorni se si vogliono ripercorrere le
vecchie rotte.
Una stazione di transito
può rappresentare un'ottima forma di sostentamento per gli
abitanti del paese. Se dei treni di media - lunga percorrenza si
fermano in queste stazioni durante il giorno, o al calar del sole,
lungo i binari si formano mercati informali, in cui donne, anziani e
ragazzi si mettono a vendere gli alimenti più disparati.
Si vendono prodotti, raccolti dal
proprio orto oppure dagli alberi da frutto disseminati nelle campagne.
I prezzi a cui vengono venduti questi beni fanno parte di un altro
mercato ancora, un mondo ulteriormente diverso messo a confronto con
quello dei prezzi ufficiali.
Una signora anziana ci osserva, il
suo sguardo ci impressiona per la profondità, si avvicina con passo
claudicante, uno zoppicare cadenzato a causa di un problema alla gamba
sinistra, si aiuta con l'ausilio di un bastone. Nella mano tiene due
borsine di plastica con delle mele dentro. Ci offre quindici mele,
piccole e con alcuni brufoli neri sulla buccia. Sono mele di campo,
raccolte direttamente dalla pianta. Non sono perfette come le mele che
si acquistano al supermercato. Quindici mele costano una grivna.
Le compriamo più che per il
desiderio di mangiare una mela, per la delicata bellezza di questa
anziana signora. Avvolta nei suoi vestiti e con il foulard che le
copre il capo, ci ringrazia con un ampio sorrisoci dice qualcosa nella
sua lingua, probabilmente ci racconta la storia di quelle quindici
piccole mele. Una grivna. Per fare un euro ce ne
vogliono sei e qualcosa.
In un primo momento non é facile
iniziare a comprare in questi mercati ambulanti. In un primo momento
li si osserva con un certo pudore. Si rimane coinvolti dal flusso di
venditori che camminano lungo i binari con la merce tenutra tra le
mani, in sacchetti, chiusa in contenitori termini improvvisati o
dentro carrozzine per bambini invase da frutta e panini.
Ci sono dolci tipici, fritture,
pane, pesci affumicati, semi di girasole... Si vende qualsiasi cosa.
In alcune città, dove sostano i grandi convogli che viaggeranno
migliaia di chilometri ci sono mercati specializzati. Nella
transiberiana, una delle prime stazioni dopo Mosca, ferma in una
cittadina con uno stabilimento produttivo di vetro e porcellana. In
questa stazione lampadari, bicchieri e vasellame sostituiscono i beni
di consumo, niente cibo ma prodotti vetriari. Mani al cielo che
stringono oggetti che vengono decantati con un incessante cicalare sui
prezzi.
I più sono anziani o ragazzi che
provano ad inserirsi nel mecato, a volte fruttuoso, alcuni giorni
invece sono costretti a rimanere fino a notte fonda, sperando che un
convoglio si fermi e scenda qualcuno a comprare qualcosa.
Quando il treno lascia la
stazione, il mercato sembra addormentarsi, il frenetico ritmo dettato
da voci che evidenziano la qualità del prodotto, il passo veloce che
percorre i binari dal primo all'ultimo vagone, improvvisamente si
ferma. La gente si riunisce e si siede sulle panchine, si appoggia ai
muretti. I più giovani si sdraiano per terra. Guardano il treno
partire, loro rimangono ad attendere il prossimo. Lo sguardo di alcuni
venditori rimarca la soddisfazione per le vendite effettuate, altri
fanno un sospiro e guardano il convoglio proseguire nel suo viaggio,
sembrano tradire un moto di commozione, l'ennesima opportunità che
abbandona la loro strada.
Una sera io e Andrea andiamo allo
stadio. Il Lobanowsky palace di Kyev. Gioca la Dinamo contro una
squadra turca.
Entriamo a partita iniziata,
troviamo posto nel nostro settore senza grossi problemi. Ci
incuriosisce osservare quante donne siano venute alla partita,
sembrano coinvolte dalla squadra della loro città. Io la Dinamo Kyev
me la ricordo bene, perché quando i russi erano cattivi e comunisti
giocavano nella Coppa dei Campioni, e i volti dei giocatori sembravano
di ghiaccio. Ora nella Dinamo ci sono alcuni giocatori di colore,
anche un italo-argentino.
La Dinamo Kyev perde due a uno
contro la squadra turca. Alla fine usciamo dal parterre e passiamo
proprio di fianco alla zona dove ci sono i tifosi turchi. Alcuni
vivono a Kyev e vendono il Kebab, altri sono arrivati in pullman o in
aereo per tifare la propria squadra. Gli ospiti festeggiano, i tifosi
locali gli passano davanti con pacatezza. Li osservano, e alcuni con
la sciarpa della Dinamo avvolta intorno al collo, allungano la mano.
Così tra i tifosi della squadra locale e quella ospite ci si scambia
una stretta di mano. La vittoria, i turchi, se la sono meritata. La
Dinamo non é più quella di una volta.
Fino a sei
anni non avevo il telefono in casa. Mia nonna andava all’ufficio
centrale della Sip per telefonare al figlio che viveva in Svizzera.
Un giorno,
durante la mia festa di compleanno, un compagno di scuola mi chiese
dov’era il telefono. Gli dissi che non avevamo il telefono, come se
fosse la cosa più naturale del mondo. Ricordo la reazione, si mise a
ridere e a gridare che io non avevo il telefono.
Per me non era
una necessità averlo, non ci serviva, se c’era bisogno si usciva di
casa e si chiamava da quello pubblico.
Quando si
visitano zone povere, capita di cadere nell’errore di commiserare
coloro che non posseggono quanto noi diamo per scontato avere, ai
nostri occhi alcuni bisogni rappresentano delle necessità.
I vestiti alla
moda, il modello di un autovettura, l’arredamento di casa o anche lo
stato delle strade sono
caratteristiche che in alcuni paesi provocano scoramento in colui che
è di passaggio, forse perché abituato a vivere in un luogo dove
scorre molta ricchezza. Ciò che manca rappresenta in modo tangibile
la povertà.
Un televisore
che smette di funzionare in Ucraina può diventare un ottimo
piedistallo, per creare un tavolino ad esempio. Ad occhi abituati a
schermi a cristalli liquidi e con diversi accorgimenti tecnici
quest’immagine è segno di una miseria dichiarata. Anche il modello
di televisore, risalente agli anni settanta, senza telecomando porta a
riflettere su quanti oggetti vengono demoliti senza utilizzarli a
dovere. Tutto però cambia se si considera che in alcuni paesi la
televisione viene accesa due o tre volte alla settimana, non è un
oggetto necessario.
Probabilmente
sono anche simboli di povertà, se vi fosse un’economia capace di
far nascere altri bisogni, col tempo anche questi luoghi
si adattarebbero alle necessità della società dei consumi. Al
giorno d’oggi in Italia chi non possiede un conto corrente in banca
e il bancomat viene guardato di traverso, come se fosse impossibile
vivere senza. Per questa ragione succede che alcuni viaggiatori
abbiano l’abitudine di osservare la povertà, dimenticando di
prestare attenzione al maggior livello di dignità. Le azioni
acquisiscono altri significati con lo spostarsi dei chilometri., in
molti luoghi si presta attenzione ad altro.
Non è facile
accettare il decadimento di alcuni palazzi, il disfacimento di interi
quartieri o l’abbandono evidente di strade o villaggi interi. Nasce
l’incapacità di intuire le motivazioni che stanno dietro le
incurie, che generano mostri con un fascino particolare. Si legge
chiaramente in queste strutture, e lo si respira negli interni, quanto
sia stata folle la mente che ha immaginato agglomerati di questo
genere, come alberghi con migliaia di stanze costruiti a ridosso di
palazzi storici o luoghi di interesse paesaggistico. Si percepisce che
questi fantasmi, vere e proprie cattedrali nel deserto non abbandonate
dagli uomini ma dalla decenza, fanno parte di un’epoca passata, di
una programmazione sociale che non appartiene ai nostri tempi.
Siamo arrivati
in Ucraina con la stessa presunzione di quel bambino che a casa mia
quando seppe che non avevo il telefono si mise a ridere. Le prime
impressioni sono sempre superficiali, ed allora ci si ritrova a
prendere in giro un uomo con un vestito di inizio secolo, una casa
tenuta in piedi con impalcature in legno marcio, un tavolo costruito
con assi di compensato tagliate malamente, un automobile Moscovich o
un pullman degli anni sessanta che fatica a superare i venti
chilometri all’ora. Lo stesso mercato, basato su regole igieniche
che non rispettano gli standard europei, venditori occasionali senza
licenza, vecchiette che offrono del latte di mucca travasato in
bottiglie di plastica della Coca Cola, i banchetti ambulanti che
distribuiscono lo Kvas.
Questa è la
povertà che appare immediatamente ai nostri occhi, la cultura in cui
siamo cresciuti da per scontato il raggiungimento di determinati
standard qualitativi, li chiamano così. Ho visto per la prima volta
in vita mia macellare un animale nel mercato di Lviv, le nostre
costrizioni igieniche non lo permetterebbero. Là è normale, come lo
era per me fino a qualche anno fa non possedere un telefono, non ne
sentivo il bisogno.
Quando ci si
abitua a vivere un’esperienza di viaggio nel pullman di linea o in
una vecchia Zigulì color panna, accade improvvisamente che si inizia
ad osservare tutto ciò con altri canoni estetici, si scopre la dignità
e la cura con cui “la povertà” è rappresentata e fa parte del
quotidiano di un popolo senza che se ne debba vergognare. Forse la
vergogna è stata nostra, quando abbiamo iniziato ad intuire che
quanto che credevamo essere un segno tangibile di povertà, possedesse
un decoro raro. Nessuno ha mai avuto il timore di porci di fronte a
queste privazioni, al le condizioni strutturali degli edifici o con le
diverse regole igieniche all’interno di un mercato. Anche se molti
si rendono conto che ai nostri occhi quella è povertà. Non è
ricchezza ma potremmo utilizzare altre definizioni, “lo stento”
quotidiano per garantire pane e futuro ai figli, e non per regalare un
fuoristrada o dirigenze d’azienda. Forse tra qualche anno giovani di
tutto il mondo verranno in Ucraina in estate perché sarà diventata
la capitale del divertimento e della notte, non ne ho idea. In tal
caso gli ucraini avranno meno ansie, non saranno costrette a scelte
radicali per necessità. Ma certamente acquisiranno un altro sguardo e
perderanno in semplicità.
Ricordo, da
bambino, che mi sono sentito in imbarazzo quando il mio amico si mise
a strillare come un pazzo “Gianluca non ha il telefono!”. Avevo
paura fosse malato. Non capivo che male c’era a non avere il
telefono, ma in un qualche modo sentii pendere il suo giudizio, un
po’ mi faceva pena, perché invece di giocare, o di venire a fare le
costruzioni, continuava a girare per la casa urlando quella cosa, come
se fosse importante.
A volte è
salutare fare quattro chiacchiere con uno straniero e farsi raccontare
come è la vita nel suo paese, si scoprono altri luoghi diversi da
quelli che siamo abituati a vedere nei film. Subito si prova un po’
di disagio, perché si pensa a quanto noi possediamo e quanto siamo
fortunati. Ma poi, alla fine del discorso, più o meno sento sempre la
solita frase detta con una semplicità imbarazzante: “Si, siamo
poveri, ma quando c’è la salute in tutta la famiglia, siamo
felici”. Qualche tempo fa i giornali scrissero che i forni a legna
per cuocere le pizze sarebbero stati sostituiti perché non
rispettavano gli standard igienici.
A Yalta
facciamo amicizia un gruppo di ragazze. Sono maestre per l'infanzia
nell'Ucraina centrale. In Crimea accompagnano un gruppo di bambini,
una colonia.
La sera, dopo le dieci, escono con
noi. Alcune sono molto provate dal lavoro, ma si trovano bene e ci
portano a vedere questa città il cui nome é celebre nei libri di
storia.
Ci consigliano i posti da
frequentare e quelli da evitare, ci raccontano dei dintorni di Yalta e
di quanto c'é di interessante da visitare in Crimea.
L'ultima sera che usciamo insieme,
vogliono farci vedere la spiaggia e i locali frequentati dai giovani
ucraini che si affacciano sul mare, all'aperto.
Mentre siamo sdraiati sulla
spiaggia di sassi, una ragazza si alza e sparisce per dieci minuti. Si
chiama Tania, quando torna ha una bottiglia di spumante russo in mano.
E' andata in un qualche bar a comprarla, ha anche i bicchieri di
plastica per tutti.
Sembra strano
brindare con dello spumante russo insieme a loro in riva al mar Nero,
ancora di più lo è, salutarsi.
Yalta
é posta in un'insenatura incastonata tra i monti della Crimea che
sembrano lanciarsi nel mar Nero. Le acque la penetrano a ventaglio, e
lungo la sua costa c'é la prospettiva su cui passeggiano migliaia di
persone durante le sere d'estate. Il lungomare é occasione di
incontri, festa o riposo. Nel viavai frenetico che va da maggio a
settembre c'é il desiderio di condividere la notte e poterla
rappresentare nelle sue innumerevoli forme.
La strada che da Simferopol porta
a Yalta sembra essere un ricettacolo di turismo, ci sono venditori
ambulanti di bellissime cipolle rosse coltivate nei declivi della
Crimea, coloro che affittano appartamenti per vacanza sono segnalati
da cartelloni scritti a mano posti su delle automobili parcheggiate ai
lati della strada.
A prima vista Yalta si rivela come
un agglomerato di megaliti di cemento i cui lavori non sono stati
portati a termine. Scheletri grigi che rivelano un'architettura
invasiva di stampo sovietico. Una serie di strutture si frappongono
tra le colline boschive e il mar Nero, tanto da rendere affascinante
immaginarsi le prospettive di coloro che hanno ideato questi mostri di
acciaio e cemento. Come l'hotel Yalta, vecchia struttura Intourist. Fa
uno strano effetto, quando si arriva, alzare lo sguardo e scorgere la
struttura, una fila interminabile di blocchi di cemento che segnano il
confine tra una camera e l'altra nelle decine di piani interposti uno
sopra l'altro, uno schema ripetuto apparentemente senza fine.
Alle undici di mattino é
overbooking, esaurita. Dobbiamo attendere le 14 perché si liberino
due delle oltre milleduecento stanze. L'hotel più che una struttura
ricettiva per i turisti, sembra una città, un centro commerciale per
famiglie aperto ventiquattrore al giorno. C’è il salone per la
prima colazione, fino al negozio di frutta e verdura, dai ristoranti
etnici alla sala da ballo, dalla sauna posta al terzo piano alla
piscina che é incastrata tra un delfinarium e un edificio
abbandonato, quella che sarebbe dovuta diventare l'ala est dell'hotel
Yalta.
La
Crimea, Yalta in particolare,
era uno dei luoghi preferiti per la villeggiatura in epoca sovietica,
arrivavano da qui a prendere il sole interi carghi aerei provenienti
dalle capitali del nord.
Dall'hotel Yalta attraverso il
lungo mare si raggiunge il centro, in questo percorso si susseguono
bar, pub e ristoranti aperti fino a tarda sera, ogni tanto ci si
imbatte in qualche ambulante che vende del pesce alla griglia. Anche
gli Ucraini che se lo possono permettere vengono a Yalta per turismo,
le spiagge di ciottolato sono suddivise da blocchi di cemento su cui
sono poste strutture ristorative. L'ingresso ad ogni spiaggia é a
pagamento. Vicino al centro, nei pressi del porto, ci sono anche le
spiagge pubbliche ma sono stipate di gente già dopo le prime luci del
mattino. Parallela alla spiaggia corre il boulevard, in tutte le ore
del giorno c’è un frenetico viavai di gente che si confonde tra i
mercatini, gli spazi dedicati alla pittura e alle caricature, i
negozietti di souvenir o tra i venditori di palloncini a forma di
cuore. Sembra di essere a Rimini, non l’odierna ma quella a cavallo
degli anni sessanta e settanta, un ambiente non pregno di sfarzo ma
dignitoso. Yalta ha alcuni fiumiciattoli che la attraversano, il
centro è formato da piccole case, al cui pianterreno si trovano
negozi e ristorantini di ogni genere. Ogni tanto una discoteca o un
casinò in stile occidentale rivelano la presenza di una clientela
internazionale abituata a certi standard. Basta allontanarsi dal
boulevard per scovare luoghi economici, in cui l'austerità prevale.
Yalta non ha ancora subito una occidentalizzazione, se non nel suo
centro nevralgico. Anche se risulta impossibile cancellare i segni del
tempo, il giorno di ferragosto due palcoscenici con esibizioni di
gruppi dance e una nave militare museo animano la piazza principale,
posta di fronte al molo. Nel retro del palco principale spunta la
statua di Lenin, che guarda sdegnato dall'altra parte ma con un occhio
sbircia la gente incuriosito un po' dal rumore e dagli abiti
variopinti.
Passare le vacanze a Yalta é un
lusso che non tutti possono concedersi. Molti universitari del
nord-ovest non sono mai usciti dall'Ucraina, una buona percentuale di
loro non è arrivata nemmeno qui, per molti è già un viaggio uscire
dai confini dal proprio distretto regionale. A Yalta il costo della
vita è sensibilmente più alto, un sacchettino di semi di girasole
costa mezza grivna, lo kvas costa quasi due grivna a bicchiere, 1
palloncino a forma di cuore 5 grivne. Un pranzo di cucina georgiana al
ristorante "Tbilisi" 130
grivne, a base di pesce in centro 160 grivne. Poi ci si sposta di un
chilometro dal centro e un pranzo completo con caffé, in un piccolo
ristorante affacciato sul mare lo si paga 20 grivne. Bisogna prestare
più attenzione, se non ci si può permettere di spendere i soldi, la
vita qui per coloro che in Ucraina hanno un lavoro normale, risulta
cara.
Alla sera ci si affaccia sul Mar
Nero, il vento sferza contro la città di Yalta e quasi non ci si
accorge di essere qui, a migliaia di chilometri da casa. Gli
spostamenti e il continuo movimento sembrano oramai parte del nostro
quotidiano. Poi, di ritorno, si apre l'atlante e quasi ci si
meraviglierà di questa terra, con un nome che ritorna spesso nei
libri di storia.
Il palazzo Livadia si trova a
Yalta, nell'estremità occidentale della città. Facciamo il biglietto
e ci mettiamo in fila per entrare. All'interno ci sono gli oggetti e
gli immobili che videro i protagonisti del congresso di Yalta
confrontarsi sui destini del mondo.
A dire il vero Yalta fu l'ultimo
atto distensivo tra coloro che furono alleati per sconfiggere l'Asse.
Gli intenti sembravano voler condurre il mondo verso una maggiore
stabilità, la guerra fredda non era ancora una certezza. Lo si può
rilevare anche dalle foto di Churchill, Roosvelt e Stalin, dal rigore
degli interni privi di un eccesso di sfarzo. Eleganti ma non opulenti.
Ci sono le sedie, i tavoli, i
giornali d'epoca. E' sorprendente che dentro al museo vi siano diversi
negozi con souvenir ucraini e russi. Nemmeno una cartolina o un libro
su Livadia e sulla storia dei protagonisti. Forse é stato un evento
talmente importante per questa città che non si vuole confondere la
Storia con il business.
Uscendo vogliamo dirigerci verso
il centro a piedi, ma siamo su un colle, scopriamo che esistono degli
ascensori che penetrano nella terra e attraverso dei lunghi tunnel
conducono di fronte al mare. Percorriamo questi sentieri scavati
all'interno delle rocce, alcuni di marmo, altri con piastrelle
bianche. Il dislivello é molto ed é un sistema per far arrivare i
signori anziani o le persone pigre direttamente sulla spiaggia senza
fare fatica.
Sembrano rifugi atomici, luoghi
segreti. O li immaginiamo tali. Un po' di esotismo dopo la visita di
Palazzo Livadia é naturale.
GUIDA
TURISTICA
Tra Yalta e Sebastopoli, cerchiamo
un taxi privato. Sono automobili modello Zigulì, Moskoskaya o Lada.
Appartengono a privati cittadini, signori che arrotondano la pensione
con un servizio taxi a buon mercato.
L’autista che ci accompagna é
disponibile a viaggiare per centottanta chilometri per 200 grivne.
Accettiamo. Durante il tragitto,
anche se non parla inglese, ci mostra i punti turistici di maggior
interesse, come il capo Al-Petry, una montagna alta e rocciosa che
sovrasta il mar Nero. O le Dacie dei vecchi segretari del Pcus, quella
di Gorbaciov si trova a trenta chilometri da Sebastopoli. Questo
signore nutre una certa simpatia nei nostri confronti e si ferma a
mostrarci i mausolei dedicati agli eroi delle due battaglie di
Sebastopoli, la guerra di Crimea e la strenua difesa del suolo russo
durante la seconda guerra mondiale.
Giunti a Sebastopoli gli abbiamo
fatto una foto ricordo davanti la sua auto, lo abbiamo pagato e con un
sorriso ci ha fatto intendere che per lui sono molti soldi, una parte
l'avrebbe utilizzata per trovare una donna che lo amasse, se non per
la vita anche una notte soltanto.
FEDE
La religione
in Ucraina si radica sul nazionalismo. La chiesa Uniate, tornata alla
legalità soltanto negli anni ottanta, nel corso degli anni novanta ha
più volte minacciato il Vaticano di volersi rendere indipendente e
strutturarsi come chiesa nazionale.
La chiesa
uniate è di rito greco riconosce il Pontefice di Roma come suo capo
spirituale. L’Ucraina è il passaggio religioso tra il mondo
cattolico-protestante e quello ortodosso. I sacerdoti uniati sono gli
unici, all’interno della chiesa cattolica, che si possono sposare.
In Ucraina
anche la chiesa Ortodossa ha subito differenti scissioni, c’è la
chiesa ortodossa Ucraina Patriarcato di Mosca, che è parte della
chiesa Ortodossa Russa e la più antica per tradizioni. La Chiesa
ortodossa Ucraina Patriarcato di Kyev, diretta dall’ex metropolita
di kyev e Galizia, scomunicato dal Patriarcato di Mosca per attività
scismica e comportamento immorale. Sfidò alla guida della chiesa
Ortodossa il Pope Alessio II. La chiesa ortodossa Ucraina Autocefala
fu attiva soprattutto al di fuori dei confini nazionali in funzione
anti-sovietica e anti-russa.
La Chiesa
Ortodossa è fondata su antiche norme culturali, canoniche e
dogmatiche più intransigenti rispetto alle altre chiese cristiane, e
a differenza del cattolicesimo non può fare proselitismo.
PIZZA CELENTANO
Celentano é un’istituzione in
Ucraina. C'é una catena di pizzerie che porta il suo nome. Sul menù
si scelgono gli ingredienti e il personale condisce la base della
pizza anche una con dodici gusti. Non assomiglia alla pizza italiana e
in diversi la chiedono con ananas e olive.
A Sebastopoli una sera al parco
abbiamo provato a cantare. C'era un banco con il karaoke. Alcuni di
noi hanno chiesto l'elenco delle canzoni e abbiamo scelto un brano di
Celentano. Mentre cantavamo "Susanna", una ragazza si é
messa a parlare in inglese con uno di noi e gli ha chisto: "Ma
anche in Turchia conoscete Celentano?".
NON C’E’ PIU’ IL TEATRO
A Sebastopoli una signora ci ferma
per strada. Ha sentito che parliamo italiano. In un russo reso
comprensibile dalla mimica delle sue mani, ci racconta che ama il
teatro, che vorrebbe venire in Italia a vedere uno spettacolo. Che ama
le opere liriche. Ci elenca una serie di spettacoli che non siamo in
grado di tradurre nella nostra lingua. Tempo fa anche a Sebastopoli
c'era un cartellone teatrale di tutto rispetto. Ci saluta con un
sorriso aperto, é contenta di aver incontrato degli italiani, dei
turisti. Tanto che i suoi denti d'oro brillano al sole e la fanno
sembrare ancor più vecchia.
A
Sebastopoli ci sentiamo stranieri. Ci accorgiamo che in pochi sono
abituati a vedere dei turisti. E’ soltanto dal 1996 che la città é
stata "liberata" dal vincolo militare, prima nessun turista
ha potuto mettere piede in questa città se non si vogliono
considerare "in vacanza" le armate tedesche che la
conquistarono nel corso della seconda guerra mondiale. Sebastopoli é
nei libri di storia per una delle grandi battaglie della guerra di
Crimea, sull'altura più alta della città, all'interno del Panorama
un monumentale affresco circolare documenta le fasi salienti di quel
conflitto.
A Sebastopoli capita di incontrare
i militari con indosso la vecchia simbologia sovietica, e scorgere
all'orizzonte in riva al Mar Nero si vedono sfilare le navi da guerra
della flotta russa.
Nel 1999 l'Ucraina ha firmato un
trattato per affittare la base militare di Sevastopol per ventanni
alla Russia, il contratto prevede la quasi totale copertura del debito
del petrolio che il governo di Kyev aveva maturato nei confronti di
Mosca.
Ci incuriosisce questa atmosfera ,
la maggior parte della popolazione parla russo e la sera i giovani si
riversano lungo le coste della città, sullo sfondo spuntano i
monumenti dell'era sovietica, e nel loro livore statico appaiono come
opere di design architettonico. Dietro ad una spiaggia affollata di
gente in costume si ergono due marinai di metallo che indicano in modo
fiero l'orizzonte e minacciano qualsiasi nemico voglia tentare la
conquista di Sebastopoli dal mare. Vicino ai chioschi estivi sorge un
lungo obelisco su cui é posta una stella rossa.
Segni distintivi di un passato,
che ora rappresentano il dominio russo.
L'atmosfera della città ci spinge
a visitare il luna park, saliamo sulla ruota panoramica e su altri
giochi per bambini, le attrazioni costano da 1 a 4 grivne, sembrano un
po' instabili e traballanti ma sono molto frequentate e dipinte con
colori sgargianti.
Sebastopoli quasi non sembra una
città, é un luogo che offre alcune particolarità, lo si trova
insolitamente piacevole.
Su internet prima di partire
abbiamo ricercato alcune informazioni, scopriamo che alcuni degli
avvistamenti Ufo più significativi sono avvenuti di fronte al porto
di Sebastopoli. Nei fondali sono state ritrovate delle piramidi
sotterranee, prova inconfutabile di passaggi alieni. Così per strada
fermiamo qualche giovane ed in inglese gli chiediamo se a Sebastopoli
sia mai stato testimone di avvistamenti di navicelle extraterrestri.
Nessuno sembra essserne a conoscenza, non ci rimane che tornare in
hotel con il naso all'insù, sperando di poter incontrare con gli
occhi qualche luce strana, una leggenda comune ai luoghi dove la metà
della popolazione indossa una divisa.
IL
MASSAGGIATORE
Nella
zona portuale di Sebastopoli un signore di circa quarantanni ci ferma.
Si chiama Vladimir e fa il massaggiatore. Indossa dei pantaloncini
corti color sabbia, uno strano cappello dello stesso colore e un paio
di sandali. Quando trova un cliente lo fa sedere sulla scalinata a
ridosso del mare e inizia a fare un massaggio alla schiena che dura un
quarto d'ora. I clienti, seduti di fronte al mare, sembrano essere
scossi dalle mani vigorose di Vladimir. Lui, un uomo con la pancia
prominente, fornisce al cliente alcune indicazioni su come trattare le
eventuali zone infiammate.
Quando il massaggio ha termine, ci
si riveste e Vladimir racconta qualcosa di sé, domanda al cliente
come si chiama e da dove viene. Vladimir saluta con una stretta di
mano.
TOVARISH
Ci troviamo nel lungomare di
Sebastopoli, stiamo cercando di raggiungere i monumenti realizzati
durante l'Unione Sovietica per ricordare l'assalto tedesco alla città.
Un signore che indossa abiti che risaltano un certo rigore, avrà
trentacinque anni, sostiene che siamo in Russia. Si presenta, era un
militare della Flotta Sovietica. Lui é arrivato a Sebastopoli perché
è la sede dell'armata marina Russa. Da lontano vediamo scorrere una
nave con dei radar e nelle vicinanze un sottomarino. Gli chiedo dove
si trova la Russia e dove si trova l'Ucraina. Lui ha un gesto di
stizza, mi guarda con fare deciiso e mi dice "Questa é tutta
Russia, l'Ucraina non esiste". Gli chiedo dove si trova il
governo russo e quello ucraino, la città é divisa in due. Lui mi
indica quello russo. Vedendo che insisto, mi indica il palazzo ucraino
e aggiunge: "Quello non é importante".
Rimango coinvolto dal suo
ostracismo, dal suo irremovibile convincimento. E' stato un militare,
ed ha avuto una fede. Nonostante i suoi modi siano un po' duri, sento
di potermi fidare di questo signore che alza un po' il gomito per
dimenticare che non si sente parte del presente.
Quando ce ne andiamo, alza il
pugno in cielo e ci saluta dicendo: "Tovarisch".
Odessa
sembra una nazione a parte. Qui si riscontrano condizioni diverse
rispetto alle altre città.
Il nome di questa città propone
un passato esotico, un brulicare di passaggi e casualità, come se
questo luogo sia stato designato per essere un transito obbligato
della storia.
Prima di partire un amico ci ha
scritto un messaggio di augurio: "Ricordatevi che ad Odessa,
Garibaldi maturò la convinzione di voler diventare un eroe". Ad
Odessa un signore con un italiano zoppicante ci ha raccontato che
Garibaldi venne ad Odessa per curarsi la gamba.
Eduardo di Capua musicò qui
"'O sole mio". Ad Odessa doveva giungere il treno con a
bordo Primo Levi e gli altri deportati prima di tornare in Italia ma
"l'odissea" fece cambiare loro tragitto dopo una sosta a
Leopoli.
Puskin e Gogol scrissero in questo
stesso luogo le loro opere fondamentali. Ad Odessa si separarono i
genitori di Kandinsky.
E' impensabile visitare Odessa
senza discendere la celebre scalinata della Corrazzata Potemkin che
ora si affaccia su un elegante hotel posto in mezzo al possente molo
della città.
La città é famosa per il suo
mercato, si dice che in Europa sia secondo solo a quello di Istanbul.
C’è anche un sito dedicato ai
turisti, Arcadia. E' una zona posta a sud-est rispetto al centro
storico dove una serie di locali, discoteche e ristoranti animano le
notti estive dei turisti. Ci si ritrovano turchi, rumeni, ucraini,
russi, polacchi. Arrivano turisti da ogni parte d'Europa, trovano una
città ricca di attrattive e capace di fornirgli una dimensione
"occidentale" del divertimento, un parco giochi della notte.
Il turismo é organizzato, sulla
strada principale del centro storico si affacciano boutique di alta
moda, ristoranti eleganti, fast food, il mercato per turisti e
ambulanti che cercano di rifilare dei souvenir di importazioneai
passanti.
Questa propensione al commercio
che in passato la pose al pari di Genova, viene confermata dalle
dimensioni del mercato, delle strutture coperte in muratura separono
lo spazio riservato al commercio del pesce da quelle della carne di
maiale e così via con i venditori di miele e quelli di latticini che
condividono il medesimo edificio. Migliaia di bancarelle si appoggiano
alle mure esterne del mercato, per vendere alcuni prodotti, anche
usati. Il dedalo di passaggi e stradine del mercato é fitto, i
mercanti occupano anche lo spazio aereo, esponendo la merce a
pericolose peripezie.
Fuori dal mercato c'é una casa
abbandonata in cui fanno capolino alcuni senzatetto, é la prima volta
che in questo paese tocchiamo una povertà che ricorda le grandi
capitali europee, barboni che si lasciano andare appoggiati a terra,
addormentati con metà del corpo disteso sul marciapiede e l'altra per
strada. Un'odore di piscio e di escrementi che annebbia un po' il
nostro viaggio. In una città che sembra essere toccata dal commercio
e dal turismo incontriamo una forma di povertà comune all'occidente,
forse la più violenta di cui siamo testimoni nel nostro viaggio. Come
se qui vi siano sacche che altrove riescono a trovare una protezione
presso le famiglie o con aiuti pubblici. Questo stato di abbandono ci
avvicina al ritorno, queste sono le forme di povertà a cui siamo
abituati e hanno poco a che fare con il mantenimento della dignità
individuale. Ci rendiamo conto che Giovanna, alcuni suoi famigliari e
molte delle persone che abbiamo incontrato se non avessero intrapreso
il viaggio per l’Italia forse oggi dovrebbero fare i conti con la
miseria. In questo paese abbiamo incontrato famiglie capaci di
solidarietà, di un mutuo soccorso fatto di legami solidi, per
difendersi dalle condizioni avverse.
Negli anni novanta i governi che
si sono succeduti hanno deluso fortemente la popolazione ucraina,
spesso gli stipendi e i salari non venivano pagati per mesi, le
pensioni sembravano essere sparite e l'acqua, il gas, l'energia
elettrica venivano a mancare di continuo. Qui le difficoltà
economiche e umane le hanno avvertite tutti e lo spettro di una povertà
lo hanno quasi tutti sentito bussare alla porta di casa. Ma le scelte
radicali di molte madri e altrettanti padri, la solidarietà e gli
aiuti per le famiglie, hanno finora scongiurato questa condizione.
L'economia di molte famiglie, ed il sostentamento di molti anziani, si
basa proprio sulla malinconia, sul rinunciare ad una propria parte di
vita, per come la si intende, nella speranza di poterla recuperare in
futuro.
LA CONTRAVVENZIONE
Ad Odessa ci ferma una coppia di
poliziotti. Le loro intenzioni sono chiare, vogliono constatare
un'irregolarità. Ci perquisiscono come se avessimo compiuto un reato,
ci fanno svuotare le tasche spulciando nei portafogli per verificare
quante grivne avevamo con noi.
Dopo una serie interminabile di
finte telefonate, di discussioni in diverse lingue, finiscono col
darci cinquanta grivne di multa a testa. Vogliamo una ricevuta. Tirano
fuori un modulo e lo compilano.
Al ritorno in Italia chiediamo ad
un ucraino che era seduto al nostro fianco, di leggere cosa c'era
scritto sulla ricevuta, gli spieghiamo che é una multa presa dalla
polizia di Odessa.
La guarda,
scuote la testa e dice che non c'é scritto nulla, che quella ricevuta
non vale nulla. Che la milizia disonora il suo paese, ci hanno rubato
in un colpo duecento grivne, sua madre prende una pensione di 160
grivne al mese.
Ci sono
nazioni che non sembrano interessare i tour operator, le grandi
agenzie che si occupano di organizzare il turismo di massa. In queste
nazioni si concentrano siti archeologici, storici, monumentali; si
scoprono mercati, luoghi di culto, strade. Potrebbero attirare i
visitatori per le bellezze naturali, o quelle architettoniche, per
questioni storiche o per la vivacità popolare di vecchi quartieri in
cui le tradizioni locali non si sono smarrite nel corso del tempo.
Alcune di queste regioni sono
costrette ad essere isolate a causa delle tensioni internazionali o
guerre che sconvolgono gli equilibri interni. L'ingresso ai turisti é
sconsigliato dalle stesse ambasciate.
Esistono regioni che non vengono
prese in considerazione per altre motivazioni, una di queste é
l'Ucraina. Anche i recenti moti di protesta a seguito delle elezioni
presidenziali hanno rivelato come non si siano registrate violenze,
benché meno verso la comunità internazionale.
Probabilmente esistono
"filosofie del viaggiare", e il turismo organizzato ha
programmato altre strategie. In Ucraina la vita é diversa, gli
atteggiamenti delle persone, i diversi livelli sociali, la dimensione
quotidiana creano continui interrogativi ai visitatori. Sono luoghi
specifici sparsi per il mondo, dove si ha a che fare con una realtà
capace di far scricchiolare le convinzioni con cui si é arrivati.
Molti paesi che appartenevano al
blocco sovietico mostrano ancora una certa verginità, come alcune
realtà in Asia, in Africa o in Sudamerica. Luoghi in cui il mercato
globale non é riuscito ancora del tutto ad egemonizzare le
transazioni, le relazioni. E' necessario approcciarsi a queste realtà
in modo del tutto aperto, imitanto le cartine tornasole, limitandosi a
percepire quanto avviene intorno al proprio quotidiano. Lasciarsi
invadere dagli incontri, dai sapori, dalle abitudini. Non si può
pretendere un servizio, cercare a tutti i costi di ritrovare gli
stessi identici sapori di casa o comunicare con personale capace di
intendere diverse lingue.
Paesi come l'Ucraina ce ne sono
tutto sommato molti sparsi per il mondo, c'é il desiderio di
incontrare uno straniero, di conoscerlo, perché suscita una certa
curiosità. Spesso della gente, dai più anziani ai più giovani, ci
hanno fermato o si sono intromessi nei nostri discorsi chiedendoci in
un italiano imperfetto o con semplici gesti: "Da dove
venite?".
Forse perché coloro che abitano
in questi paesi sanno che é difficile incontrare turisti simili a
quelli che riempiono le strade di Praga o i boulevard parigini. Qui si
può venire per turismo sessuale o per il desiderio di scoprire un
paese, di affrontare una sfida personale: mettersi in gioco.
La vita in Ucraina può essere
dura, non si nascondono le difficoltà che poi non sono così tragiche
ma che in certi casi sfiorano i confini della povertà. Forse parte
della ripresa economica sta avvenendo grazie alle persone che scelgono
di emigrare e spedire i soldi a casa.
I mercati hanno un rigore e una
dignità che fanno cadere l'esasperato senso di igiene e di
denominazione controllata dei prodotti, segno distintivo di un certo
progresso che rende fuorilegge il più banale mal di pancia.
Le case che sembrano cadere a
pezzi nascondono luoghi accoglienti ed anche se gli arredi non sono di
pregio e i televisori prodotti venticinque anni fa, dentro si riesce a
respirare la vita stessa dellle famiglie, gli oggetti hanno tutti un
valore in quanto non ci si può permettere un consumo a ciclo
continuo. Nelle cucine bollono zuppe, si affettano salumi e vengono
preparati piatti che non si mescolano ai sapori internazionali, hanno
un'impronta forte nel palato, ed a volte capita di bere o di mangiare
qualche miscela insolita alle nostre abitudini.
Tra l'altro incontrare uno
straniero, nel senso che questa parola possiede, in quanto
"diverso" da me - estraneo, pone l'obbligo di interrogarsi
sul valore delle cose. Sul fatto che con gli euro che si spendono per
prendere un chilo di pane in Italia, nel suo corrispettivo in grivne
in Ucraina se ne possono prendere dieci. Sul fatto che il costo di una
pizza ai frutti di mare, una birra, un dolce e il caffé é pari alla
pensione mensile di una signora di sessantanni che per trentanni ha
lavorato la terra, allevato animali, accudito i propri figli e
contribuito alla vita della propria comunità.
Questi viaggi non possono essere
definiti fino in fondo turistici, perché costringono ad un confronto
con la realtà, paragonando la propria alle innumerevoli altre; noi ci
siamo confrontati con quella parte di persone che abbiamo incontrato,
nel bene e nel male.
Per questo si è costretti a fare
i conti con i propri stili di vita, le convinzioni personali. La
"vacanza" é intervallata da alcuni pensieri, che ai
monumenti, alle cattedrali, ai musei si intersecano con gli incontri,
le perlustrazioni nei mercati, la visita ad una centrale nucleare, la
difficoltà di far convivere culture e tradizioni differenti.
Le organizzazioni del turismo di
massa non programmeranno mai ingenti spostamenti in questi luoghi
finché non diveranno innocui. Un turista ha bisogno di spegnere la
mente per un po', prima di tornare al proprio posto di lavoro e
contribuire così al meglio nel suo compito specifico. E’ richiesta
una certa normalità, un turista deve trovare nel luogo che vuole
visitare quello che si aspetta. Anche la povertà deve avere i tratti
immaginati, se ne possiede altri, più dignitosi e umani allora il
viaggio rischia di far tornare il turista con un pensiero in più, che
dopo nessuno può eliminare. Il turismo spesso é organizzato per
negare l'esistenza di mondi diversi da quelli immaginati.
FRITTATA DI
TRANSITO
Una Babushka ad una fermata del
tram, in una cittadina ucraina tra Odessa e Lviv di cui non ricordo il
nome, cerca di vendere lungo i binari del cibo. Su un piatto sono
accatastate fette di pane nero avvolte da una pellicola trasparente,
sono condite con fette di pomodoro, una frittata di verdure e un
ciuffo di prezzemolo.
Ne compro una per quattro grivne.
Lei mi sorride e mi fa segno di comprarne ancora, sono buone. Ho
finito la moneta e le faccio segno che una è sufficiente.
Lei si allontana e continua il suo
mercatanteggiare lungo i binari del treno fino a perdersi nella
corrente di coloro che vendono cibo e bevande ai viaggiatori. Tolgo la
pellicola traparente e inizio a mangiare. Ha un sapore buonissimo, il
pane è fatto in casa e sia le uova che il pomodoro sono freschissimi.
Il treno si ferma per un quarto d'ora, ma la signora che vende il pane
con la frittata non ritorna. Ne vorrei un'altra, perché l'ho mangiata
in fretta, ma la signora non torna, probabilmente le ha vendute tutte.
Una frittata
squisita, non ne avevo mai mangiato una così. E dovevo andare in un
villaggio di cui non ricordo il nome per sentirne il gusto.
Torniamo
a Leopoli dopo venti giorni di viaggio in Ucraina. Arriviamo all'alba
quando i negozi sono chiusi e per strada ci sono poche persone che
vagano apparentemente senza meta. Il taxi ci porta dalla stazione dei
treni alla Svobody prospekty, la piazza principale di Lvov.
Scendiamo, ci guardiamo attorno,
di fronte a noi la strada dove era situato il nostro appartamento. La
città sembra essere cambiata, le sue forme si rivelano ancor più
aggraziate. E' come se avessimo fatto ritorno in questo luogo dopo
qualche mese e la riscoprissimo con occhi diversi. Il nostro viaggio
circolare a più tappe ha scosso il nostro orologio biologico. Quando
si viaggia il tempo sembra scorrere all'impazzata e vivere mentalmente
una settimana in un sol giorno.
Alle spalle abbiamo sedici ore di
viaggio da Odessa fino qui, ora ci rimane qualche ora libera per fare
degli acquisti, rifocillarci e girare per la città. Poi saliremo sul
pullman che ci riporterà a casa.
Passiamo queste ore a Lvov
cercando di analizzare quanto ci ha impresso il viaggio, i luoghi che
abbiamo visitato, le persone che abbiamo conosciuto e durante
quest'esperienza che si sta chiudendo con un percorso circolare. Non
sappiamo cosa ci aspetterà, cosa ci ricorderemo, e cosa saremo
costretti a dimenticare per tornare a vivere negli stessi panni di
quando siamo partiti.
Verso sera, torniamo in stazione a
prendere i bagagli e con un taxi preistorico, una Lada modello inizio
anni sessanta, ci dirigiamo verso l'autorimessa dove partirà il
pullman per il ritorno.
La ragazza che lavora negli uffici
dell'autorimessa, la stessa che ci aveva visti smarriti al nostro
arrivo, ci riconosce. Ci chiede dove é finita la persona che manca,
diciamo "E' morto". Lei ci guarda. Noi ridiamo, perché in
un certo senso ognuno é morto diverse volte in questo viaggio.
Registriamo i nostri nomi, andiamo
in bagno e ci uniamo a coloro che saranno i nostri compagni di
viaggio: molte badanti, i loro figli e alcune coppie miste
italo-ucraine. Conosciamo un signore
di una certa età di Sant'Ilario d'Enza che ogni anno va in
Ucraina a trovare la sua donna, ci mostra la sua tessera di iscrizione
al Kom Party, il partito comunista ucraino. C’è anche un ragazzo
spaesato che é arrivato in questo paese in aereo per fare delle cure
termali, nel mentre si é innamorato e questo imprevisto gli ha fatto
prima perdere l'aereo di ritorno e poi prolungare il viaggio di altre
due settimane.
Il nostro arrivo provoca curiosità,
tanto che ci chiedono dove siamo stati. Si intrecciano storie e
racconti di viaggio, dopo un po' alcuni di loro ci riconoscono, si
ricordano che eravamo in pullman con loro anche all'andata. Una
signora di Ivano-Frankovsk ci dice: "Ma ragazzi, cosa avete
fatto? Sembrate diventate più vecchi! E' l'Ucraina che vi ha fatto
questo effetto?".
Così ci guardiamo tra di noi,
forse é vero, siamo diventati più vecchi.
Il pullman é arrivato, ci
apprestiamo alla procedura di imbarco bagagli. Con una bilancia
manuale si pesano i bagagli, se a persona superano venti chili, si
paga la sovrattassa, procedura per limitare il carico di trasporto ma
che influisce parecchio sulle tasche dei viaggiatori. I bagagli sono a
posto, non rimane che salire, mettersi a sedere e aspettare.
Al
ritorno abbiamo sperimentato il mercato unico. L'Austria é stato il
paese che ha segnato il nostro ritorno in Unione Europea. Alla
frontiera abbiamo dovuto affrontare una coda chilometrica. Il
centralino della dogana ci ha consigliato di spostarci su un altro
passaggio, a circa mezzora di distanza.
In questa frontiera ci dicono di
non essere abilitati alla procedura di controllo per i pullman. Altro
spostamento, ancora più a sud, dove i doganieri ungheresi non ci
controllano nemmeno ma quelli austriaci ci rispediscono al mittente,
al passaggio doganale da cui eravamo partiti. Tra controlli, soste e
spostamenti perdiamo circa tre ore e mezza di viaggio, anche se non
abbiamo percorso più di un centinaio di chilometri. Ci sembra non si
voglia un nostro ingresso, vogliono farcelo sudare.
Torniamo alla prima dogana e
affrontiamo come ci é stato richiesto ogni singolo passaggio
burocratico.
Al confine con l'Austria veniamo a
conoscenza del trattamento riservato ai convogli dell'est, il motivo
per cui le altre dogane non “erano abilitate”.
Gli autisti ci traducono gli
ordini delle guardie di frontiera. Dobbiamo con molta calma e senza
parlare ad alta voce scendere dal pullman, entrare in un'area di
controllo, sistemarci rigorosamente in fila a forma di ferro di
cavallo e attendere il nostro turno. Se non rispettiamo gli ordini i
doganieri interromperanno il controllo e ci faranno restare fuori al
freddo e in piedi per tutto il tempo che riterranno opportuno.
Ognuno deve tenere il proprio
documento di identità e i relativi permessi in mano e aspettare.
I pochi
italiani sul pullman si mettono in fondo alla fila increduli. Gli
ucraini formano la fila, come se questa procedura fosse loro
famigliare. Rimaniamo senza parole, proviamo vergogna pensando che é
una sera di fine agosto e il freddo si può sopportare, ma che nelle
altre stagioni con la neve o con la pioggia il trattamento é lo
stesso, e le persone devono sopportare questi metodi concentrazionari.
Se fossimo un pullman turistico composto da italiani i doganieri
salirebbero sul mezzo per controllare i passaporti, e ci
"offrirebbero il caffé". Ne abbiamo alla prova alla fine
della coda, dopo mezzora di controlli arriva il nostro turno, i
passaporti non vengono nemmeno aperti la guardia legge "Unione
Europea" e questo decreta che siamo gente perbene. Per noi il
ferro di cavallo é una formalità che ci riporta a vivere una strana
forma di burocrazia, per chi deve entrare invece é un calvario, carta
bollata in mano a qualche funzionario che può decidere se infrangere
o meno una speranza di benessere.
Il simbolo
dell’Ucraina è un tridente, usato dai grandi principi di Kyev fin
dalle antichità, rappresenta la divisione del mondo in tre sfere:
terrestre, celeste e spirituale. Terra, aria e acqua.
La parola
Ucraina appare per la prima volta nel 1187 per descrivere Kyev e il
regno di Halychyna, divisi già a partire dall’839 quando viene
menzionata in un testo antico la “Rus’ di Kyev”. Il territorio
di Halychyna deriva dal principato di Halicz, il termine ha coniato la
parola “Galizia” che è una vasta fetta di terra che unisce
l’ucraina occidentale, la polonia meridoniale e parte della Moldavia
e della Romania. L’unione tra Kyev e la Galizia avviene soltanto del
1238, ma due anni dopo il paese è nuovamente diviso, la nascita di
Lviv (Leopoli) risale al 1256, questa città sarà per secoli il punto
di riferimento culturale e politico della Galizia. Le guerre, le
conquiste provocarono frammentazioni all’interno dell’Ucraina, la
Crimea per secoli in mano ai turchi, poi ai russi è soltanto a
partire dal 1954 e per volontà di Nikita Krushev donata dai russi
all’ucraina come simbolo di amicizia tra i due popoli. Il resto
dell’Ucraina fu sempre diviso, in parte legata all’impero russo e
per il resto conquistata dai polacchi o dai lituani o sotto la
dipendenza di altre nazioni in funzione anti-russa. Vi fu un periodo
di indipendenza con l’Etmanato Ucraino sotto il principe
Skoropadskij che ebbe vita per sei mesi soltanto. I Russi e i Polacchi
che furono tra i principali dominatori di questi territori, nonostante
le divergenze politiche, si trovavano d’accordo per la questione
nazionale: “non c’è nazione Ucraina perché non c’è lingua
ucraina”. Nel 1772 Russia, Germania e Austria si contendono i resti
della Polonia e la Galizia finisce sotto il controllo degli Asburgo
che designano Leopoli capitale della regione. Nel 1863 la
russificazione dei territori giunge all’apice con l’interdizione
ufficiale nell’utilizzare la lingua ucraina, alla fine
dell’ottocento l’ucraina è
la più grande nazione dell’impero russo, gli ucraini etnici
rappresentano il 17 per cento della popolazione dell’impero degli
Zar.
Un altro breve
periodo di indipendenza risale al 1917 a seguito della rivoluzione
d’ottobre, nasce la Repubblica Ucraina che deve immediatamente
vedersela con i desideri di conquista di russi e tedeschi. Nel 1918
parte della repubblica ucraina occidentale viene annessa alla
Cecoslovacchia e la Romania e nel 1921 si forma la Repubblica
Socialista Sovietica Ucraina. In questi anni la cultura nazionale
raggiunge la sua massima diffusione, le pubblicazoni sono
principalmente in lingua ucraina e si forma una cultura di Stato che
viene brutalmente interrotta da Stalin, con la russificiazione e il
massacro organizzato, “la grande fame” che portò alla morte tra i
tre e i sei milioni di ucraini in due anni. Le purghe staliniane
videro l’eliminazione fisica e politica di 99 dei 102 membri e
candidati del Comitato centrale del Partito comunista repubblicano.
Nikita Krushev fu l’astro nascente della politica ucraina, emerso a
seguito delle purghe di Stalin.
Il 17
settembre 1939 con il patto Molotov-Ribbentrop l’Unione Sovietica
riacquista i territori occidentali dell’Ucraina e della Biellorussia.
L’accordo con la Germania si disgrega e il 21 agosto del 41 i
tedeschi entrano a Kyev. L’Ucraina occidentale, che ha visto per due
anni la dominazione sovietica, finisce in parte per collaborare con i
nazisti nella speranza di formare a guerra finita, uno stato
indipendente. I nazisti, dopo un primo momento, iniziano un
trattamento di repressione con la popolazione civile e a partire
dall’estate del 41 vista l’ingente presenza di ebrei (soltanto a
Leopoli rappresentavano un terzo della popolazione) prende corpo
l’idea della soluzione finale.
Qui la
storiografia si divide e le ferite provocate in questi anni riportano
all’attuale divisione del paese, ad un senso di appartenenza
nazionale che è intriso di vicende drammatiche.
L’OUN
l’esercito per un Ucraina indipendente, stando ad alcune fonti
storiografiche si alleò con i reparti tedeschi, uno dei loro leader,
Stepan Bandera si proclama anti tedesco ma decide di sostenere le
armate naziste per ottenere l’indipendenza. Bandera viene disegnato
come un reazionario con sentimenti fortemente anti comunisti, anti
russi e anti semiti. All’indomani dell’arrivo dei tedeschi a
Leopoli vi sono alcune cronache riportate sul libro nero di Grossmann
e Erenburg che raccontano “costringevano gli ebrei a leccare il
pavimento e a pulire le finestre col una piuma di gallina. Gli ebrei
venivano messi in fila e obbligati a picchiarsi tra loro.”. Solo in
città vennero uccisi 136.800 ebrei ed è tristemente celebre
l’immagine dell’orchestra del ghetto costretta a suonare allegre
marcette durante l’eccidio.
Le divisioni
indipendentiste dell’Oun furono sostenute anche dalla Chiesa Uniate
che venne decretata fuori legge da Mosca alla fine della seconda
guerra mondiale. Da questo esercito di liberazione e dalla polizia
baltica e biellorussa furono reclutati i membri effettivi della 14^
divisione SS Galicia, formata per contrastare la reazione sovietica.
Una parte della storiografia racconta che questa divisione era
scortata da alcuni sacerdoti e si rese complice dello sterminio di
seimila ebrei, massacro che durò tre giorni e tre notti, di cui fu
testimone anche il giovane Simon Wieshental. Bandera e i suoi
continuarono la lotta macchiandosi di crimini contro le popolazioni
non ucraine, cercando di stabilire una minaccia terroristica a sfondo
etnico per ottenere l’indipendenza del paese. Fino al 52 sotto le
insegne dell’esercito partigiano ucraino (UPA), Bandera continuò a
combattere contro gli invasori. E nel 59 fu ucciso da un sicario del
Kgb in Germania occidentale.
Ma la storia
di Bandera e dell’esercito indipendentista non ha ancora trovato una
giusta interpretazione, infatti alcuni storici sostengono che i russi
hanno modificato gli eventie falsificato gli atti compiuti dai
banderisti.
Un’altra
versione è quella che rivela gli scontri interni tra le fazioni
dell’OUN, con Bandera ed altri che decidono di sostenere i tedeschi
per scacciare i russi, che in due anni hanno represso il desiderio di
indipendenza e le libertà personali della popolazione ucraina. Dopo
un’iniziale collaborazione, Bandera arriva a dichiarare lo Stato
Ucraino e Leopoli ed il 30 giugno del 1941 viene eletto membro del
governo provvisorio. Questi atti di indipendenza gli costano la
prigione in un campo di concentramento tedesco. Nel 1943 e 44 col
ritorno dell’Armata Rossa l’Ucraina vede una massiccia emigrazione
verso occidente, in particolare Canada, Stati Uniti, Francia e
Inghilterra. L’odio diretto contro i russi ed i polacchi è generato
dai sopprusi pagati dal popolo ucraino nel corso delle diverse
occupazioni. Bandera si trasforma in eroe ucraino, nonostante i modi a
volte crudeli con cui il suo esercito elimina polacchi, russi, ebrei o
tedeschi. Gli scontri si fanno intensi e anche nel dopoguerra i
banderisti continuano a reclamare la sovranità anche con atti di
terrorismo verso i russi che cercavano di trasferirsi ad ovest. Questa
parte di storiografia nega un diretto coinvolgimento nei crimini
contro gli ebrei e non vuol sentir parlare di una collaborazione
dell’OUN di Bandera con l’esercito nazista. L’OUN infatti era
divisa tra due fazione, una a capo di Bandera l’altra di Andrey
Melnyk, soltanto quest’ultimo è accusato di aver collaborato in
modo stretto con la Gestapo. Bandera stando ai documenti ebbe rapporti
soltanto con l’Abwehr, il servizio di intelligence della germania
nazista. L’OUN infatti fu protagonista nell’organizzaione della
Prima armata della divisione dell’esercito Ucraino, allo scopo di
formare un esercito nazionale, capace in un secondo momento, di
conquistare l’indipendenza e cacciare i tedeschi.
Inoltre la
chiesa Uniate non avrebbe “benedetto” i massacri di ebrei, anzi il
suo massimo esponente, il monsignor Sheptystsky ebbe il merito di
salvare molti ebrei dallo sterminio e di aver redatto una lettera di
accusa indirizzata ad Himmler a causa dello sterminio perpretato a
Lvov. Sheptystsky imputava storicamente l’uccisione di Gesù al
popolo ebraico ma non per questo giustificava la soluzione finale
nazista. Questo dibattito, ancora attuale, è una delle cause della
frattura all’interno del paese.
Facendo un
salto in avanti, a partire dal 91 c’è stata una rivalutazione
dell’Oun e della figura di Stepan Bandera, probabilmente anche a
causa del livello di diffamazione raggiunto durante l’Unione
Sovietica. Inoltre la mancanza di figure storiche eroiche legate
all’indipendenza ha portato alla valorizzazione di questa
esperienza. La chiesa Uniate, riabilitata durante la perestrojka di
Gorbachev, ha fatto proselitismo nell’occidente del paese
collegandosi al desiderio di indipendenza delle regioni che una volta
erano parte della Galizia e che sempre hanno mal digerito il legame
con Mosca.
A partire dal
2001 lo scontro sull’interpretazione storica dell’esercito guidato
da Stepan Bandera ha diviso in due il paese. In alcune regioni, prima
di tutte quella di Ivano Frankovsk (ex Stanislav), è iniziato un
processo di riconoscimento dell’esperienza banderista. Le autorità
locali hanno pubblicato un decreto nel quale riconoscono anche ai
veterani della 14^ divisione SS Galicia come partecipanti alla lotta
per la libertà e l’indipendenza dell’Ucraina. Di conseguenza sono
stati riconosciute loro le stesse agevolazioni sociali che godono i
veterani dell’Armata Rossa, considerati fino a pochi anni fa i veri
“liberatori”. Allo stesso modo il governo di Kyev, prima con
alcuni interventi di Yushenko e poi del suo successore Kinakh che
dichiarò “la necessità di riabilitare i membri dell’esercito
ucraino istituito da Stepan Bandera”. Allo stesso modo, Gad Lerner
in un suo articolo, testimonia che a Borislav un momumento
commemorativo allo sterminio di ebrei è posto a poca distanza da
quello dedicato a Stepan Bandera, complice se non lui il suo esercito
di parte dei crimini perpetrati nei confronti degli ebrei. Racconta
anche che Padre Boris Gudziac all’accademia teologica greco
cattolica di Leopoli si sta prodigando nella difesa del “patriota
Bandera”.
Il rabbino
capo ucraino Yaakov Dov Bleich sostiene che non esiste una ricerca
approfondita tale da assicurare che la divisione SS Galizia fu
direttamente coinvolta nell’olocausto. Ma probabilmente il processo
di “santificazione” che è in atto nella parte occidentale del
paese sta avvenendo senza una minima ricerca storica atta a confutare
le accuse che per anni sono state rivolte a Stepan Bandera e i suoi.
Considerando
che il nome di Bandera fa ancora tremare buona parte del paese, per
molti anni gli Ucraini orientali che si trasferivano nelle
regioni occidentali hanno rischiato di pagare questa scelta con la
vita. L’Oun cercava di salvaguardare le proprie terre da una
russificazione anche con metodi violenti.
Alcuni partiti
che sostengono Yushenko e la rivoluzione arancione dovrebbero cercare
di abbandonare il populismo banderista e chiarire l’interpretazione
storica dell’Oun e dell’Upa. Vi sono ancora diverse versioni e
troppi dubbi sul valore morale che sosteneva l’esercito banderista,
bisognerebbe capire se pur di raggiungere l’indipendenza abbiano
accettato il compromesso di essere coinvolti nell’olocausto e
nell’eliminazione di popolazione inerme, uccisa soltanto perché
parte di un altro ceppo etnico. In questo caso, anche i patimenti e i
sopprusi patiti dal popolo ucraino, le devastazioni e i morti
provocati dalle occupazioni non potrebbero giustificare un tale ciclo
di violenza; come è riprovevole e infame La grande fame escogitata da
Stalin così anche una reazione capace di generare altra violenza non
può ottenere alcuna benedizione politica, per non parlare di quella
religiosa da parte della chiesa Uniate.
Negli oblast
(distretti regionali) di Leopoli, Ivano Frankovsk e Ternopil le
amministrazioni stanno dedicando particolare attenzione a Stepan
Bandera e al suo movimento indipendentista, tanto che alcune canzoni
della Rivoluzione Arancione prendono spunto da quei canti che tenevono
vivi gli animi della divisione Galizia o degli Ucraini
collaborazionisti, canti certamente patriottici (proibiti fino a pochi
anni fa perché invisi a Mosca) ma forse composti per accompagnare un
periodo storico su cui è necessario fare chiarezza. Le ferite di
quegli anni sono ancora aperte e in molti sono spaventati o d’altro
canto affascinati dal mito di Bandera, per una parte del paese
assassino e per l’altra eroe. Forse sarebbe necessario far entrare
l’Oun e il suo massimo esponente nella Storia prima che nel folklore
del paese.
Facciamo un
salto indietro, il paese dopo Stalin vede un suo concittadino salire
alla massima carica dell’Unione Sovietica, tocca infatti a Nikita
Krushev prendere in mano il paese. Da quel momento l’Ucraina divenne
famosa in tutto il mondo per essere il “granaio” dell’Unione
Sovietica. Una terra fertile, ricca di materie prime, con un
potenziale produttivo industriale e agricolo fondamentale per l’Urss
e la sua economia a mosaico.
L’Ucraina fu
uno dei motori di questo sistema e fino alla perestrojka e le
politiche di Gorbaciov il sistema pareva resistere all’assalto del
libero mercato. Un periodo nero, basato su una recessione economica e
la tragedia di Chernobyl. Il reattore 4 della centrale, esploso il 26
aprile 1986 diffuse nell’atmosfera 45 milioni di curie di xeno 133,
7 milioni di curie di iodio 131, un milione di curie di cesio 134 e
137. Il 7 per cento del territorio ucraino è tuttora contaminato, lo
stato che ha risentito di più della nube tossica è la Biellorussia.
L’emissione di sostanze continuò per molti giorni e soltanto a
novembre il reattore fu sigillato nel cemento armato del sarcofago, al
cui interno risiedono ancora 180 tonnellate di uranio. In quel periodo
furono evacuate 132.800 persone, più di 10.000 perirono per le
conseguenze dell’esposizione delle radiazioni. Più di centomila
persone parteciparono ai lavori di bonifica e di costruzione del
sarcofago, questi furono chiamati “i liquidatori”. La tragedia ha
provocato un aumento dei casi di cancro, malattie alla tiroide,
leucemia e indebolimento delle difese immunitarie. La manutenzione
della centrale divorava il 15% del bilancio annuo dell’Ucraina e nel
91 e nel 96 a seguito di piccoli incidenti vennero chiusi i reattori 1
e 2, il reattore numero tre cessò di funzionare nel 2000. In Ucraina
esistono ancora 5 centrali dello stesso modello, quella sita nella
regione di Zaporizhye è la più grande d’Europa. Oggi in un’area
ritenuta ancora altamente radioattiva, grande come una volta e mezzo
il Portogallo, vivono due milioni e mezzo di persone. Il periodo di
dimezzamento delle sostanze tossiche va dai trenta alle migliaia di
anni, le conseguenze sulla natura e sull’uomo sono in fase di
studio. Fu in occasione di questa esplosione, sostengono molti
commentatori, che l’Unione Sovietica si dissolse. La propaganda
vinse sulla buona ragione e molti cittadini persero completamente la
fiducia nel governo.
Leonid Kuchma é nato nel
villaggio di Chaikyne, nella regione di Cherniv nel 1938, il padre
morto al fronte nel 1944 e sua madre, attiva in una fattoria
collettiva non si immaginavano che il giovane Leonid avrebbe avrebbe
incarnato il difficile passaggio del proprio paese tra l'età
sovietica e quella della non ancora acquisita maggiore età. Subito
dopo aver conseguito la laurea nell'Università statale di Dniepr
specializzandosi in ingegneria missilistica si iscrive al partito
comunista delll'Unione Sovietica, viene mandato per ventisei anni in
qualità di ingegnere progettista a Bajkonur, in Kazakistan, nella
base spaziale dove Mosca tentò l'assalto allo spazio e tuttoggi una
delle più famose al mondo.
A Bajkonur fu anche responsabile
dei progetti segreti per i voli speciali, fino a che nel 1986 venne
nominato direttore generale dell'impresa Yuzhny, specializzata nella
costruzione di missili militari nucleari.
Entra in politica al tramonto
della Perestrojka, nel 90 é eletto deputato nel Soviet Supremo della
Repubblica e partecipa al Congresso dei deputati popolari al disegno
dello schema istituzionale della nuova unione di stati sovrani che
avrebbe dovuto sostituire l'Urss. Kuchma é costretto a ridimensionare
le sue aspettative con il crollo dell'Unione e la proclamazione della
Repubblica Ucraina La guida viene affidata a Leonid Kravchiuk, del
quale diventa stretto collaboratore in qualità di esperto delle
capacità produttive del pase. Le prime elezioni si tengono nel corso
del 1991 e vedono sfidarsi Leonid Kravchiuk già membro del Politburo
e ex responsabile ideologico del partito comunista con il giornalista
dissidente Vjaceslav Cornovil due volte incarcerato durante gli anni
sessanta e settanta (fu in grado di far giungere in occidente un
resoconto dettagliato degli arresti e dei processi che furono vittime
molti intellettuali in quel periodo).
Il 13 ottobre del 92 entra a pieno
nella vita politica dell'Ucraina indipendente come Primo Ministro,
l'obiettivo del suo mandato era quello di presiedere un comitato
interministeriale in grado di affrontare i problemi economici che
avevano portato il paese ad una crisi di ampie proporzioni. Il paese
non riusciva a tenere a freno l'inflazione e le speculazioni
monetarie, sul Karbovanets, hanno causato un vero e proprio tracollo
nel paese, in molti persero i risparmi di una vita. Kuchma diede le
dimissioni nel settembre del 93 e dopo tre mesi divenne presidente
dell'Unione Ucraina di Industriali e Imprenditori, laboratorio
politico per la sua candidatura alla presidenza della Repubblica è a
capo del Blocco interregionale delle Riforme che vede nei suoi vertici
vecchi uomini di apparato e alcuni gruppi di potere. Kuchma arriva al
giorno delle elezioni con l'etichetta dell'uomo moderato, una politica
volte alle riforme di mercato non radicali, rispettando gli interessi
dell'apparato industriale ereditato dall'impero sovietico. Kuchma si
presenta con un progetto teso a costruire buone relazioni con la
Russia, ma allo stesso tempo inserì nel programma la creazione di una
nuova moneta allo scopo di rinsaldare l'indipendenza della nazione. E'
così che la politica del "pendolo" di Kuchma iniziò a
convincere parte del paese, cercando di trovare consensi in alcune
proposte con la parte est del paese e la sinistra, proponendo uno
stretto legame con Mosca, ad ovest propone un programma incentrato sul
nazionalismo ucraino. In questo periodo, Kuchma prende lezioni di
ucraino, infatti oltre ad essere russofono passò diversi anni al di
fuori dai confini della nazione a cui voleva assurgere a guida. Molti
nazionalisti non si fecero ingannare e lo accusarono di essere
asservito a Mosca. Il 26 giugno 94 Kuchma ricevette i voti della zona
merdionale e orientale del paese, e riuscì ad arrivare al
ballottaggio con il suo ex mentore Kravchiuk. Riuscì a convincere la
sinistra ad appoggiarlo e al secondo turno, il 10 luglio 94, divenne
Presidente della repubblica Ucraina. Nella capitale fu il candidato
sconfitto ad ottenere il maggior numero di preferenze.
Il paese ereditato da Kuchma
nell'ultimo anno aveva visto un'inflazione galoppare al 493% e un
prodotto interno lordo che aveva subito una flessione del 19%. I
centri nevralgici produttivi del paese erano pesantemente afflitti da
un'insufficiente rendimento rispetto le loro reali capacità.
Dopo aver prestato giuramento,
Kuchma iniziò a far conoscere i suoi metodi politici, rimangiandosi
gli intenti pre elettorali e prendendo le distanze dalla Russia e
dall'influenza di Mosca, fino ad arrivare nel 96 a discorsi pro
Occidente che guardavano alla Nato come punto di riferimento.
L'avvicinamento all'Europa e agli Stati Uniti avvenne con e cautela
nel corso di cinque anni che portarono il paese ad avere ottimi
rapporti con Washington. Così nel 94 firma la rattifica del trattato
di non proliferazione in cambio di ingenti aiuti da parte degli Usa,
questo permise l'entrata a vigore di Start-1. Nel 95 infatti il paese
disattiva tutti i missili a testata multipla e le ultime unità
vengono restituite nel 96 alla Russia. Le centinaia di testate
nucleari e la flotta ancorata in Crimea, che con la disgregazione
dell'Unione Sovietica erano rimaste in eredità all'Ucraina furono
nodo importante di controversie internazionale nei primi anni di
indipendenza. Kuchma venne invitato a Mosca a partecipare ad una
riunione dei G8 per un vertice sulla sicurezza nucleare. Il problema
Crimea rischiò di causare tensioni tra Russia e Ucraina, né Mosca né
Kyev sembravano voler trovare un accordo sulla flotta militare. Quando
nel 99 venne firmato un trattato di amicizia e cooperazione che
prevedeva una clausola di affitto alla Russia di Sebastopoli in cambio
dell'esaurimento della quasi totalità dei debiti che l'Ucraina aveva
nei confronti dei magnati russi per le forniture del gas e del
petrolio. Buona parte della flotta in arme al porto venne così
affidata a Mosca, anche perché la cattiva congiuntura economica non
permetteva al paese di sostenere la manutenzione dell'arsenale.
Kuchma iniziò a firmare trattati
di collaborazione e cooperazione anche con le altre ex nazioni del
patto di Varsavia, con la Romania, Moldova
e Polonia in primis.
Kuchma nel 96 tenne a battesimo la
nascità della Hryvnya (grivna), sostenuta dal Governatore della Banca
centrale Ucraina, Viktor Yushenko. Nel 97 Kuchma firma una serie di
trattati di intesa e cooperazione con Mosca e con le altre repubbliche
ex sovietiche, ma pone dei forti vincoli rinunciando all'adesione di
trattati che propongono la creazione di strutture di gestione
sovrannazionali per le questioni economiche e commerciali. Nonostante
questi affronti alla Russia, che considera l'Ucraina la culla del
proprio popolo, la seconda grave crisi economica che colpisce il paese
avviene a seguito della caduta del rublo nel corso del 98. Nello
stesso anno iniziano le proteste e gli scioperi in molte città a
causa della situazione economica avversa.
Nonostante la crisi Kuchma può
permettersi di continuare a guardare ad Occidente. Nel 94 l'Ucraina fu
la prima nazione dell'ex Urss a firmare una ccordo di cooperazione con
l'Europa, nel 95 divenne membro del consiglio d'Europa che prevede un
certificato di condotta democratica all'interno degli organismi di
governo. Nel 97 firma una carta di relazioni con la Nato, senza
entrarne a far parte. Nel 98 entra in vigore il trattato commerciale
firmato nel 95 con l'Europa, il Presidente lamenta i ritardi con cui i
trattati prendono vita. L'unione Europea ha seguito con la firma dei
trattati una strategia comune per lo sviluppo di una democrazia
stabile e per la risoluzione delle problematiche nucleari. Anche gli
Stati Uniti appoggiarono Kuchma, che fu ospite della Casa Bianca per
quattro volte durante il primo mandato e Bill Clinton visitò Kyev sia
nel 95 che nel 2000. Fu con gli aiuti statunitensi ed europei che
venne finanziata la chiusura del reattore numero tre, l'ultimo attivo
della centrale di Chernobyl.
Oltre ai trattati internazionali
il 28 giugno del 96 venne presentata la prima Costituzione
repubblicana che prevedeva la carica elettiva di 5 anni al Presidente
della Repubblica, 450 membri della Rada Suprema (il Parlamento) eletti
per 4 anni e la nomina del Primo Ministro affidata al Presidente. Nel
corso del 2000, al suo secondo mandato, attraverso un referendum
vennero approvati una serie di emendamenti proposti da Kuchma che
prevedevano un rafforzamento dei poteri del Presidente, diminuendo a
300 il numero di parlamentari e formando una seconda camera la cui
nomina avrebbe dovuto essere affidata alla massima carica dello Stato.
Kuchma giustificò questi emendamenti, dichiarando l'urgenza di
realizzare senza intoppi alcune riforme vitali per il paese.
L'opposizione iniziò da qui a denunciare il pericolo dell'insediarsi
di un regime oligarchico la cui concentrazione di potere stava
iniziando a minare la stabilità del paese. Il Consiglio Europeo
espresse disapprovazione in quanto le ultime scelte politiche del
paese non erano compatibili con gli standard democratici, e minacciò
di sospendere l'Ucraina dagli organismi europei. Ma gli Stati Uniti
ammiravano il talento occidentalista e riformista di Kuchma, il veto
di Washington prevalse e le minacce di Bruxelles cadderò nel vuoto.
Nell'autunno del 99 si tennero le
elezioni presidenziali in un clima fortemente anti-democratico. I
mezzi di comunicazione erano interamente controllati dal Governo e vi
furono forti pressioni sul voto, la sinistra era l'unica forza
parlamentare capace di opporsi e denuciare gli scandali, ma la sua
frammentazione la portarono alla sconfitta al secondo turno con Pyotr
Symonenko candidato per il Partito Comunista. Se la sinistra avesse
saputo concordare una candidatura unica non prettamente russofona
avrebbe avuto buone chance di vincere al primo turno.
Nei primi cinque anni alla
Presidenza del paese, Kuchma ha visto sei diversi governi, nominato
cinque premier e cinquantun diversi ministri. Dopo le elezioni del 99
propone l'ex governatore della Banca Centrale alla carica di Primo
Ministro, si tratta dell'entrata in politica di Viktor Yushenko che é
fautore di alcune riforme economiche ma nel 2001 é costretto a
dimettersi perché viene considerato scomodo da alcuni gruppi di
potere e dai partiti di sinistra a causa delle sue politiche
anti-sociali, Kuchma lo sostituisce con Kinakh.
Fu nel 2000 che iniziò a
verificarsi uno spostamento dell'orientamento politico di Kuchma, vi
fu un graduale avvicinamento alla Russia e alla costituzione dello
Spazio Economico Unico, un'alleanza commerciale e strategica tra
Mosca, Kazakistan, Biellorussia e Ucraina.
Da qui, l'Unione Europea iniziò a
preoccuparsi del nuovo atteggiamento di Kuchma, i cui rapporti
andarono a incrinarsi anche con la Polonia e l'Ungheria. Gli Usa
diminuiscono i fondi destinati al paese e iniziarono le accuse al clan
di Kuchma, con l'arresto dell'ex premier Lazarenko e con i sospetti di
coinvolgimenti del Presidente nell'uccisione del giornalista Gongadze
che stava investigando sui rapporti tra politica e potere economico.
Fu accusato anche di aver venduto sistemi radar proibiti e materiale
militare prima alla Macedonia e poi all'Iraq.
Gli osservatori internazionali
sembrano accorgersi del "regime Kuchma" soltanto quando il
Presidente si allontana dall'orbita occidentale per fare ritorno ad
una confederazione slava, da qui iniziano ad accusare
l'amministrazione di una profonda corruzione radicata in modo diffuso
nella classe dirigente, evidenziando come le guerre di potere interne
intacchino e coinvolgano l'economia del paese, spesso trasformandosi
in regolamenti di conti tra i clan, tanto da creare frequenti
cambiamenti al vertice, frutto di un sistema di alleanze in continua
evoluzione.
I blocchi degli investimenti
occidentali segnano l'ascesa di Yushenko alle elezioni parlamentari
del 2002, da cui Kuchma esce ridimensionato ma con la maggioranza, si
profila così la necessità di nominare primo ministro il governatore
della regione del Donetsk, Viktor Yanukovich, sostenuto dai gruppi di
potere legati ai vecchi apparati industriali sovietici. La nomina del
filo-russo Yanukovich segna il definitivo riavvicinamento all'orbita
russa, questo porta gli istituti occidentali a finanziare in modo
massiccio il blocco che sostiene Yushenko.
Dalle elezioni Kuchma inizia a
limitare ancor di più la libertà di stampa e fa chiudere alcune
testate nate con il sostegno finanziario di enti occidentali. Ma
nonostante questo non vuole scegliere con chi stare, quindi aderisce
alla campagna iraquena come uno dei maggiori sostenitori in termini
umani. Quello ucraino é
il quarto contingente per dimesioni, sono 450 uomini addetti alla
decontaminazione e oltre 1200 soldati nel contingente internazionale.
Nonostante questo sforzo l'Ucraina non ottiene alcun contratto di
ricostruzione. Il Governo aveva votato l'invio delle truppe
dichiarando che le compagnie ucraine avrebbero ottenuto più di cinque
miliardi di dollari a guerra finita.
Leonid Kuchma é arrivato alla
fine del secondo mandato con un indice di gradimento presso il suo
popolo al di sotto del dieci per cento, segno della sua incapacità di
decidere e delle forte limitazioni democratiche che hanno intaccato a
fondo la vita del paese. Questa giovane democrazia, che Kuchma ha
plasmato a sua immagine, ha infatti dovuto sopportare un sistema di
potere corrotto, capace di guardare soprattutto alle grandi
concentrazioni di potere economico e politico del paese, dimostrando
atteggiamenti di insofferenza e disprezzo verso la creazione di uno
stato democratico e maturo, incapace di sostenere gli sforzi
realizzati dal suo popolo. In molti hanno visto anche in fase pre
elettorale per la sua successione, l'indecisione di Kuchma se
sostenere il "suo" candidato Yanucovich o il "suo"
vecchio amico Yushenko, cercando di trattare l'immunità con entrambe
le parti, e mantenendo un atteggiamento ambiguo anche durante le
manifestazioni di massa e la crisi politica verificatasi dopo il
ballottaggio del 21 novembre. Ora Kuchma dovrebbe appartenere al
passato della storia ucraina, così anche la sua politica del pendolo,
incapace di prendere una direzione, un bilanciamento continuo tra le
forze occidentali e Mosca. Da qui parte il futuro della repubblica
Ucraina, questo difficile rapporto rischia di minare le aspettative di
un paese che deve essere ancora costruito.
Negli anni
sessanta hanno inizio le prime manifestazioni di dissenso verso
l’Unione Sovietica, molti intellettuali iniziano a parlare
apertamente di identità ucraina e di indipendenza. Il giornalista
Cornovil riesce a far trapelare in occidenti i documenti che provano
gli arresti e i processi contro i dissidenti. La diffusione dei testi
anche in Ucraina si affida al fenomeno definito “samizdat” cioè
l’autoproduzione e la divilgazione di testi e saggi proibiti dal
regime.
Nel 68, come
avverrà l’anno successivo a Praga, si immolò a Kyev, dandosi
fuoco, un insegnante al grido di “libertà per l’Ucraina”,
l’anno successivo un altro insegnante compì lo stesso gesto,
quest’ultimo scampa alla morte e viene condannato a due anni e mezzo
di carcere.
Negli anni
ottanta i dissidenti si riuniscono nella Rukh, il “movimento” che
raggruppa le istanze di indipendenza e in cui aderiscono molti
esponenti politici. Nel 91 aumentano i “regionalismi”, le istanze
separatiste e la frammentazione sia religiosa che politica.
Soprattutto perché la classe politica fa perno su sistemi economici e
i gruppi di potere in lotta tra loro, questo comporta una continua
instabilità della dirigenza, i premier si susseguono e le opposizioni
sono composte principalmente da politica “epurati” da Kuchma e il
suo clan.
Le pressioni
sugli organi di informazioni e sulla vita democratica hanno
addirittura subito un livellamento dei livelli etnici e morali della
politica. Nel settembre del 2000, il direttore di Verità Ucraina, il
trentunenne Gheorgj Gongadze viene trovato decapitato nei boschi di
Kyev.
Questi furono
gli anni in cui Viktor Yushenko e il suo vice-premier Julia Timoshenko
cercarono di applicare riforme strutturali economiche. Timoshenko è
accusata di estorsione indebita, lei si difende sostenendo di essere
stata vittima di un complotto che l’ha portata per un periodo in
carcere. La sua difesa si basa sull’aver smascherato
l’esportazione di capitali illegali di alcuni gruppi di potere
vicini al presidente Kuchma. Lo stesso Yushenko fu silurato
nell’aprile del 2001 da una mozione di sfiducia del Parlamento,
accusato di una politica eccessivamente filo occidentale. Subito dopo
la sua uscita di scena, in poche ore si riuniscono quindicimila
persone a Kyev per manifestare solidarietà al primo ministro uscente.
Per affrontare le elezioni amministrative del 2002 sono circa trecento
le organizzazioni culturali finanziate da istituzioni americane. I
quali si schierano apertamente per il movimento “Nostra Ucraina”,
ad occidente si accusa il regime ucraino di scarsa trasparenza e di
mancato rispetto delle regole democratiche. Alcuni osservatori
politici, come il russo Serghej Markov, accusano questi movimenti di
voler scatenare una campagna stampa esasperata tanto da stimolari moti
di piazza per ripetere lo “scenario jugoslavo” e fare un pacifico
assalto ai palazzi del potere. Symonenko, leader comunista, nel 2002
dichiara: “L’azione delle destre porterà ad una divisione
dell’Ucraina. La parte occidentale assoggettata all’influenza
americana, l’est sotto quella della Russia e la Crimea sotto
l’influenza turca.”.
Il cuore
elettorale di Yushenko è l’Ucraina occidentale, che vede in lui
l’uomo capace di tagliare definitivamente il cordone ombelicale che
lega il paese alla Russia. Sia la chiesa Uniate che le formazioni
nazionaliste sono tra i primi che credoo in lui, perfino le formazioni
più estremiste che si macchiano di una caccia alle streghe contro gli
ex combattenti partigiani e dell’Armata Rossa lo sostengono.
Intanto il
governo accusa Yushenko di essere un agente segreto al soldo degli
americani e di avere come obiettivo il rovesciamento democratico della
nazione per sottostare ai piani del Fondo Monetario Internazionale.
Inizia così
un periodo di delazioni e reciproche accuse, alcune vere e altre
inventate, il cui clima politico peggiora e alle amministrative si
affrontano tre grandi blocchi: quello comunista, quello di Yushenko e
quello governativo. Yushenko, fu nominato primo ministro esprimendo
una politica riformista di sinistra, capace di rispettare i vincoli
dei trattati internazionali. Una volta fatto fuori dall’orbita di
potere del Presidente, invece che cercare un posizionamento moderato
si è lasciato trasportare dagli umori della destra del suo
schieramento e dagli attacchi rivolti contro la Russia. Queste
posizioni portano “Nostra Ucraina” a ricevere più del cinquanta
per cento dei consensi nelle regioni occidentali, ma a pochissime
preferenze nel resto del paese. Ad oriente i partiti pro Kuchma hanno
la maggioranza. La fondazione Gallup poche ore prima dell’esito
elettorale rendeva noto un sondaggio che attribuiva a Yushenko il 33%
e il 15% ai comunisti, inoltre assegnava al movimento di Yushenko una
vasta serie di seggi uninonimali tanto da conferirgli il controllo del
Parlamento. Gli esiti furono un po’ diversi, Nostra Ucraina ottenne
il 23,5% ed i comunisti superarono il 20%. Riesce a vincere, seppur
ridimensionato, il blocco che sostiene Kuchma, nonostante si attesti
soltanto al 12% delle preferenze riesce ad aggiudicarsi molti seggi
uninonimali, diviene così il primo gruppo parlamentare grazie ad un
sistema elettorale incapace di rappresentare il paese. I toni si fanno
durissimi, tanto che anche una risoluzione della camera dei
rappresentanti degli Stati Uniti chiede “elezioni democratiche e
trasparenti”. Chernomyrdin, ex primo ministro russo e ambasciatore a
Kyev, suggerisce: “perché non rispondete che gli americani hanno
eletto un presidente ma sono governati da un altro?”. E il 22 marzo
Kuchma usa toni forti contro l’ingerenza d’oltreoceano. A fine
anno viene nominato primo ministro Viktor Yanukovich che rappresenta i
grandi interessi delle regioni orientali e dei gruppi industriali del
Donetsk, un avvicinamento ulteriore a Mosca, una delle sue proposte è
di istituire il doppio passaporto “Ucraino-Russo”.
Yushenko in
Parlamento riesce a dimostrarsi indipendente, vota contro l’invio di
truppe in Iraq e durante la campagna elettorale per le presidenziali
ha promesso più volte in caso di vittoria il ritiro immediato dei
1700 uomini inviati da Kyev. Le sue proposte convincono non soltanto
gli abitanti delle regioni occidentali ma la sua ritrovata moderazione
si insinua anche nelle altre zone del paese come antagonista alle
politiche corrotte e lobbistiche di Kuchma.
Il paese tra
il 1992 e il 2000 ha visto il reddito pro capite scendere del 42%, la
speranza di vita ridursi di due anni e mezzo, e la popolazione è
scesa da 52 a 48 milioni (47 milioni nel 2004). Ogni giorno cento
persone lasciano il paese per cercare fortuna altrove, la propria
terra può offrire uno stipendio mensile di 35 euro al mese e la
pensione che parte da 16. Due terzi degli abitanti vivono con questo
reddito. Negli anni novanta circa trecentomila ucraini fanno i
pendolari tra il proprio paese e la Polonia, dove lavorano, questo
flusso si è interrotto il 1 ottobre del 2003 quando la Polonia è
entrata ufficialmente nell’Unione Europea e da quel giorno occorre
il visto di ingresso per i cittadini ucraini, questo ha causato una
diminuzione del 66% dei rapporti commerciali che davano da vivere al
40% degli ucraini che abitano nelle zone di frontiera.
Nel corso del
2003 si hanno i primi segnali di ripresa, anche se il divario tra i
ricchi e i poveri aumenta. A Kyev il salario medio era di 453 grivne
al mese, meno di cento dollari al cambio ufficiale, considerando che
nella capitale gli stipendi sono due volte e mezzo a parità di lavoro
rispetto la regione di Ternopil. Nonostante questo gli Ucraini hanno
speso 20 miliardi di grivne, pari a 3,7 miliardi di dollari, buona
parte provenienti dai redditi non dichiarati dei molti ucraini che
vivono all’estero, il fenomeno in termini economici equivale a circa
un quarto del bilancio dello Stato. Nei primi mesi del 2004 il Pil ha
un incremento del 13.5%, l’inflazione si attesta al 4,4% e nei primi
cinque mesi le esportazioni aumentano oltre il 50% rispetto lo stesso
periodo dell’anno precedente. Il reddito pro capite ha un aumento
del 19,7% (attestandosi circa sui 1000 dollari), le retribuzioni del
26.7%. Anche se gli stipendi medi si assestano sui 45-50 euro al mese.
Nelle elezioni
del 2004 si presentano 24 candidati, ma immediatamente si percepisce
che il vero avversario da battere è Viktor Yushenko, entrato nel
cuore della gente e rappresentante di un riformismo che vuole dare
risposte concrete al paese. Kuchma fino all’ultimo non scioglie le
riserve su una sua possibile candidatura, teme infatti le indagini
giudizarie sulla scomparsa di Gongadze e sui denunciati illeciti. Fino
all’ultimo il gruppo di potere legato al Presidente sembra essere
titubante e le lotte intestite ritardano le candidature, si susseguono
i nomi dell’ex ministro Marchuk e del capo dell’Amminstrazione
presidenziale Vladimir Litvin, ma alla fine tutto ricade sul primo
minsitro in carica, Viktor Yanukovich che rappresenta i grandi
interessi dell’industria produttiva dell’acciaio e degli
stabilimenti di estrazione mineraria.
La campagna
elettorale si svolge con spallate forti da parte del movimento di
Yushenko, Kuchma si prepara a rispondere limitando fortemente le
libertà di stampa e di espressione, questa volta riesce a bloccare
parte dei finanziamenti alle istituzioni culturali. L’opposizione
preannuncia l’ipotesi di brogli e di condizionamento del voto, nelle
regioni occidentali, alcuni giorni prima del voto, i dirigenti
governativi costringono molte persone a firmare un foglio di rinuncia
al voto, ad est invece ci sono forti pressioni e proliferazione del
voto di scambio. Prima delle elezioni Yushenko viene ricoverato
urgentemente a Vienna, vittima di un presunto avvelenamento, il clima
si fa ancora più pesante, i suoi avversari lo accusano di simulare e
quando si presenta col volto completamente sfigurato diffondono la
tesi che sia stato vittima di un errore di chirurgia estetica. I
sostenitori di “Nostra Ucraina” giudicano i servizi segreti
complici di Kuchma per tentato omicidio. Al primo turno Yushenko e
Yanukovich sono alla pari, con un lieve vantaggio per quest’ultimo.
Il 21 novembre al ballottaggio due istituti europei assegnano agli
exit-polls la vittoria al candidato dell’opposizione. La mattina
seguente i primi risultati ufficiali ribaltano il verdetto e assegnano
la vittoria al premieri in carica. Gli osservatori dell’Osce
reputano le elezioni “non conformi alle regole democratiche”.
Migliaia di persone si ritrovano in piazza e nel giro di poche ore una
buona parte del paese fa capolino a Kyev e in altre città il popolo
si tinge di arancione. Nelle prime ore le amministrazioni comunali di
Kyev, Leopoli, Ternopil e Ivano Frankovsk riconoscono Yushenko come
vincitore. I palazzi governativi, le scuole e tutti gli uffici sono
bloccati, il paese sembra essere sull’orlo di una guerra civile, da
più parti trapelano presunti interventi armati dell’esercito e dei
corpi speciali russi. Yushenko in Palramento arriva a prestare
giuramento sulla Bibbia come Presidente democraticamente eletto, la
situazione sembra portare al tracollo economico del paese, mentre gli
incontri con gli inviati internazionali si susseguono, alle banche si
formano lunghe file per dare assalto ai risparmi e cercare capitali
stranieri. A Kyev si riversano migliaia di persone, anche l’est del
paese si risveglia e le regioni industriali che appoggiano Yanukovich
chiedono un referendum per rivedere i rapporti con il resto del paese,
si inizia a parlare di scissione, anche alcuni stretti sostenitori di
Yushenko ne parlano apertamente, come Borys Tarasiuk, presidente della
Commissione parlamentare per l’integrazione europea si rivela
favorevole ad un’eventuale divisone dell’Ucraina in due parti, una
galiziana ed una ad est che torna sotto l’egidia di Mosca. Sul
Dnestr sostiene vi sia una frattura geopolitica, fra occidente e
oriente ucraino, linguistica tra ucraino e russo, culturale tra
russofobia e russofilia, religiosa tra la chiesa uniate e quella
ortodossa, etnica tra ucraini e russi. Un economia ad ovest basata
sull’agricoltura, ad est basata sul sistema industriale e minerario.
Per due
settimane si lanciano proposte che muiono ancor prima dell’alba
successiva, chi suggerisce di ritirare entrambi i candidati, chi di
ripetere da capo le elezioni, altri una suddivisione dei poteri con
nomina degli sfidanti alle due più alte cariche dello Stato. Finchè
la Corte Suprema scioglie le riserve e annulla l’esito del voto,
indicendo la ripetizione del ballottaggio per il 26 dicembre. Nel
frattempo al Parlamento si giunge all’accordo di limitare i poteri
del Presidente della Repubblica e ad alcune riforme strutturali del
sistema di voto. Si fanno sentire anche i sostenitori di Yanukovich
che manifestano sia nelle regioni dell’est che a Kyev, dove si
attestano nei pressi dello stadio della Dinamo Kyev.
L’esito del
ballottagio è contestato da molte parti, le denunce di brogli
riguardano anche le percentuali assegnate ai candidati. In quattro
regioni Yushenko supera l’85% dei consensi, in tre Yanukovich;
Yushenko vince in diciassette regioni, Yanukovich in dieci, però gode
del un sostegno dei territori con maggior numero di abitanti. A
livello politico si assistono a momenti di acuta tensione, questo
sembra contrapporsi alla dignità delle migliaia di manifestanti,
anche se di opposte fazioni non scendono mai a scontri. Le migliaia di
manifestanti riescono a condurre una protesta civile, e a chiedere che
l’esercizio democratico del voto venga rispettato, questa condizione
va al di là degli interessi delle parti, dei gruppi di potere e dei
sospetti che minano la credibilità di entrambi i candidati. Yushenko
certamente può rappresentare la speranza perché il paese intraprenda
un percorso di partecipazione alla vita pubblica e ad una ripresa
economica. Su Yanukovich pendono pesanti accuse, riemerge una doppia
condanna per reati di stampo economico risalente agli anni settanta,
buona parte dell’Europa e del mondo occidentale inizia a conoscere
l’Ucraina attraverso le notizie che arrivano dalla Rivoluzione
Arancione. Peccato che la Rivoluzione politica e quella civile abbiano
due volti differenti. Nelle piazze si ritrovano giovani e gente di
ogni età, si autorganizzano e assediano i palazzi nonostante le
temperature che vanno sotto lo zero e il gelo, dall’altra invece un
dibattito politico che sembra in bilico tra una soluzione radicale e
il compromesso. A pochi giorni dalla ripetizione del ballottaggio i
medici di Vienna rivelano che Yushenko è stato avvelenato con la
Diossina, il Ministro della Sanità Russo nega questa ipotesi
sostenendo che per essere efficace come veleno, la Diossina ha bisogno
di un’assunzione prolungata nel tempo.
Ci sono molti
interessi in gioco, le ricchezze del sottosuolo, la posizione
strategica, il corridoio 5 che prevede l’interconnessione da Lisbona
a Kyev passando per Spagna, Francia, Italia, Slovenia e Ungheria.
L’oleodotto che dovrebbe portare il petrolio del Mar Caspio fino al
porto di Danzica, il futuro dello Spazio Economico Unico tra le
repubbliche ex sovietiche. E la piazza di Kyev chiede maggiori dignità,
rapporti di prezzi più giusti, salari equi, una stabilità economica
e il rispetto del voto popolare, vi è la chiara richiesta di
conquistare una dignità nazionale e di rendere la politica un luogo
dove formare una coscienza civile non assoggettato ai grandi interessi
industriali. La rivoluzione arancione, passata la fase iniziale di
moto popolare, è costretta ad affrontare la difficile situazione
economica del paese, che rimane profondamente fratturato da questa
prova di democrazia. Soltanto nei prossimi mesi si potrà giudicare il
nuovo volto di questo paese.
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