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Di seguito viene pubblicato un lavoro 
di un viaggiante italiano per il territorio ucraino, 
avvenuto nel 2005.Contattare l'autore.
Ricordiamo, che l'amministrazione del sito può non condividere l'opinione del autore

un viaggio nato per comprendere le migrazioni dei popoli slavi.

NEL PAESE DEL GRANO  
Viaggio a ritroso in Ucraina 

Prima di partire.. 4  
VIAGGIO IN PULLMAN.. 5  
ECONOMIA DI MERCATO.. 8  
TRASPORTI COLLETTIVI. 10  
SPOSI. 13  
STORIA DI GIOVANNA.. 14  
LE DONNE.. 21  
CAPITALE kiev.. 22  
CHERNOBYL  CENTRALE FACCIA VISTA.. 27
LUOGHI DI CULTO.. 33  
DINAMO.. 35  
SUL MAR NERO.. 38  
BUNKER D’ESTATE.. 40  
SEBASTOPOL. 41  
ODESSA.. 43  
SULLA VITA QUI. 45  
IL CERCHIO SI CHIUDE.. 47  
DOGANA.. 48  
APPENDICE.. 49  
LA FORMAZIONE DELL’UCRAINA.. 49  
LA POLITICA DEL PENDOLO.. 54  
DAL DISSENSO ALLA RIVOLUZIONE ARANCIONE.. 58  

L'Ucraina é diventata nazione ad ovest di Varsavia dal momento che i media di tutto il mondo hanno iniziato a parlarne. Kyev o Kiyv, come meglio preferite, é la capitale di questa giovane nazione ed é storicamente la città di passaggio tra oriente e occidente, sia in senso fisico che religioso, é qui che la religione cristiana separa la presenza cattolica e protestante con quella ortodossa. Questa terra é costretta a stare in mezzo alle appartenenze, anche quella territoriale, dove pure l'alfabeto nutre il desiderio di distinzioni. Nonostante l'Unione Sovietica abbia provato a "russificare" questa regione, permangono molti dipartimenti  che rivendicano  le proprie origini in Europa, nella vecchia Galizia. 

La rivoluzione arancione é in atto e  segnerà la storia di questo paese, poche cose rimarranno come sono state finora. Poche settimane fa, un viaggio nato per comprendere le migrazioni dei popoli slavi alla ricerca di maggiori opportunità, si é trasformato in una serie di incontri, storie e situazioni che ci hanno mostrato differenti anime di questo paese apparentemente immobile.  

L'Ucraina che abbiamo conosciuto non sarà più la stessa. Una nazione che ai nostri occhi si é mostrata sospesa, per la prima volta nella sua giovane storia ha espresso un sentimento popolare. 

Rabbi Bleich ha detto: "In questo paese non ci sono eroi, quindi gli eroi hanno bisogno di essere inventati". Yushenko rischia di essere elevato a questo ruolo, soprattutto perché una serie di vicende hanno costruito attorno alle elezioni in Ucraina un alone di mistero, lo stesso candidato "arancione" ha dichiarato: "In queste elezioni ho messo in gioco anche la faccia", sfigurata da un avvelenamento causato dalla Diossina, i cui esiti non sono ancosa chiari. Molti rischiano di voler trasformare Yushenko in eroe ancor prima di conquistare la più alta carica dello Stato. Sarà la politica di questo mandato presidenziale che determinerà il vero volto del nuovo Presidente. 

Ma per ora, quel che é certo, é che l'Ucraina ha trovato i suoi eroi. Sono quelle persone che prive del sostegno di oligarchie, senza la protezione di grandi potenze internazionali e con poche risorse economiche, hanno espresso il desiderio di esserci, scendendo nelle strade, invadendo piazze e scandendo una protesta che non é mai sviscerata negli scontri. 

Anche nei momenti più tragici, quando la politica minacciava scissioni, fratture e guerre civili, nella piazza le persone presidiavano le istituzioni e la solidarietà tra i manifestanti cementava un patto di appartenenza alla nazione Ucraina. Queste storie hanno costruito una nazione. Quella del bambino che é scappato dalla famiglia per poter dare il suo contributo alla causa ed ha rischiato di morire congelato, se non fosse stato salvatod a una manifestante della fazione opposta. Il giornalista sordomuto che da anni "leggeva" le notizie con i gesti sulla tv nazionale, che si é stancato di essere tramite di informazioni manipolate e con le mani ha raccontato a tutti coloro che lo stavano seguendo che ogni notizia "era falsa, e che tutto era manipolato. E si é congedato così preannunciando che lo avrebbero licenziato". Anche i gesti degli ucraini sparsi per il mondo sono stati eroici, perché gli uomini e le donne sapevano che in patria i figli stavano esprimendo la necessità di cambiare corso,sono state organizzate petizioni, raccolte fondi inviate al conto corrente destinato a sostenere chi i manifestanti che hanno affrontato l'inverno. Tutti coloro che hanno abbandonato il lavoro o sospeso gli studi sono stati capaici di un gesto eroico, nel loro piccolo. Che sostenessero Yushenko o Yanukovich non importa, non hanno valenza nemmeno le delazioni, le accuse di essere stati finanziati da una parte o dall'altra. Perché i sentimenti che la politica non sembra essere capace di esprimere, il popolo li ha offerti gratuitamente, come massima rappresentazione di democrazia, di esigere che il diritto di voto di ogni singolo cittadino sia l'unico punto di riferimento dello Stato, e che questo abbia diritto di cambiare il Governo e i gruppi di potere.

In Ucraina probabilmente la classe dirigente e i potentati economici si erano abituati a condurre il gioco, tanto che nel marzo del 2002 il ministro della Difesa fece pubblicare un annuncio su un giornale:"Cerchiamo diverse centinaia di missili. Sono inutilizzabili, ma non li troviamo più". 

Abbiamo definito il nostro viaggio, prima di partire, "a ritroso". Ci immaginavamo di compiere un percorso al contrario, oggi il viaggio a ritroso ha acquistato un altro significato, perché parla di un paese che non c'é più, ed il nostro rapporto con l'Ucraina é continuato, il 21 novembre abbiamo accompagnato la comunità  della nostra città a Milano, per il ballottaggio tra i due candidati e nulla faceva presagire ad un tracollo istituzionale. Ed anche il 26 dicembre siamo tornati al Consolato perché non potevamo tirarci indietro dal dover testimoniare il coinvolgimento sentimentale e umano di un popolo che seppur frammentato e diviso da Storia, religione e politica, ha scelto di costruire un percorso civile. Indipendentemente dai vincitori e dai vinti, da quanto é trasparente e quanto invece rientra negli interessi economici e nei meccanismi del potere, tutto questo scivola via di fronte alle persone che hanno alimentato il desiderio di crescere e di pretendere un altro paese, di cui andare fieri. Non si parla soltanto di Ucraina, la politica un po' dappertutto non sembra più capace di tenere il passo con la dignità e il senso morale delle persone che costituiscono la coscienza civile di un popolo. I veri eroi non hanno nome, restano soltanto le loro storie.

 I prezzi e i dati economici si riferiscono al cambio di

1 Euro = 6,3 - 6,5 grivne
10 Euro = 63 - 65 grivne

Prezzi indicativi sul mercato di Odessa:

Frappé 1,05 grivne
Scatola filtri thé 3 grivne
Sacchetti di plastica 50 Kopechi
Semi di girasole 1,20 - 1,50 all'etto
Vestiti uomo 16 - 50 grivne
Jeans di marca riprodotti 100 grivne
Pantofole 7 - 10 grivne
Pomodorii 70 - 80 Kopechi al chilogrammo
Mele 2,5 grivne al chilogrammo
Pacchetto di sigarette nazionali 1,10 grivne - 2 grivne
Stecca di sigarette 12 grivne
Camicia 20 - 40 grivne
Birra in bottiglia 1,10 - 2,40 grivne
Accendino 1 grivna
Scarpe donna 20 - 40 grivne
Peluche per bambino 15 - 95 grivne
Copertina Cellulare Nokia originale 30 grivne
1 rotolo carta igienica 50 Kopechi
Pacco dieci confezioni fazzoletti di carta 4 grivne
 

Prima di partire 

“Non avete nulla di meglio da fare che andare a Chernobyl? In pullman poi? Con quella gente là?”. Erano i primi di giugno, e sull’Atlante geografico era nato un passaggio, l’idea di andare a ritroso, di compiere un viaggio seguendo l’idea delle Carovane, della transumanza dettata dalla quotidiana necessità di portare in tavola il pane per la propria famiglia, di garantire un futuro. Parlare di futuro nella terra di Chernobyl, a distanza di sicurezza, potrebbe apparire di cattivo gusto. Là, Chernobyl, fa ancora paura, quando te ne parlano, lo descrivono come un fantasma invisibile, e sussurrano quasi l’incredulità della nostra scelta, di andarci a stretto contatto. Quasi fosse un animale in letargo, che è meglio tenere la voce bassa per non correre il rischio di risvegliarlo. La gente però mangia i funghi che raccoglie nei boschi, beve l’acqua seppur pescata a maggiori profondità, pesca nei fiumi mentre le mogli a casa preparano la pastella e scaldano l’olio; la gente continua a vivere, alla faccia della radioattività.

Il nostro viaggio non è nato per via di Chernobyl, ma per via dell’Ucraina. Prima di partire non avevamo nemmeno idea di che colori avesse la bandiera di questo paese, nella mente rimane sempre la provincia di Mosca, dell’impero sovietico. E sembra che tutti questi stati finchè non accade qualcosa siano influenzati da come gira l’ombra del Cremlino.

Un anno fa, una signora Ucraina, da tre anni in Italia, con un contratto regolare ma ancora senza il permesso di soggiorno, tornò a Ternopil, la città in cui abitavano i sue due figli che non vedeva dal giorno della sua partenza. Questa signora da qualche tempo prestava le cure a mia nonna, faceva la badante. Il giorno prima di partire mi disse che mi avrebbe ospitato volentieri, che avrebbe voluto vedermi in Ucraina, per mostrarmi “come si vive là”.

Giovanna, questo è il suo nome, l’avevo sentita spesso parlare del suo paese, del viaggio che devono affrontare per arrivare nel nostro paese, la nostalgia che a volte diventa insopportabile per la propria famiglia – dice- “i figli non so se capiscono che sono qui per loro, per il loro futuro”. Ci sonoagenzie che speculano sulla precarietà di donne e uomini che vogliono soltanto lavorare, non importa quanto o come, lo fanno per mandare a scuola i figli, per acquistare un appartamento decente o per garantire una tranquillità che ora lo Stato non può permettere.

Sapevo che un giorno sarei andato a Ternopil, che ero stato invitato e sarebbe stato scortese rifiutare. Andare a Ternopil non è come andare a Parigi, uno pensa a Ternopil e dal nome non ne ricava nulla, non un’immagine, non una citazione letteraria. E’ come prendere l’atlante e segnare delle città a caso e provare l’esigenza di dare un contorno a quei nomi.

Tutto è partito da qui. Un anno dopo il viaggio si è concretizzato per caso. “Perché non accettare l’invito e partire? Magari rinunciando ai tempi brevi di spostamento degli aerei,  un viaggio a ritroso, il ritorno ad una casa che non conosciamo, che non è la nostra”. Un viaggio in pullman, come fanno loro, in cui i chilometri vengono macinati dalle ore, dalla dogana e i sussulti fanno vibrare i bagagli stipati di ogni cosa, colpi che mettono a dura prova le sospensioni già logorate dai chilometri.

Un viaggio lungo un giorno e più, l’Ucraina è un paese grande, dipende da dove si scende. Così tracciamo sull’Atlante un percorso: Lviv (Leopoli), Ternopil, Kyev, Chornobyl, Simferopol, Yalta, Sebastopol, Odessa e di nuovo Lviv, per poi tornare a casa nostra, per ritornare nel paese che garantisce a queste persone l’idea di un futuro, la possibilità di lasciare qualcosa ai figli.

Un viaggio a ritroso, sembra di tornare indietro, dove le persone per strada si guardano negli occhi ed a volte ci si ferma improvvisamente a parlare con qualcuno, anche parlando lingue in cui si comunica con un alfabeto diverso, fatto dal desiderio di scoprire qualcosa di lontano, di cui forse si conosce poco.

Prima di partire in molti ci hanno rivolto la domanda sul perché volevamo andare a Chernobyl, appena arrivati a Bologna, il giorno della partenza, aspettando il pullman, due donne ucraine ci hanno chiesto “Perché venite in Ucraina? Non c’è nulla, l’unica cosa da vedere è la miseria”.

  VIAGGIO IN PULLMAN

Partono da ogni dove, solitamente nei parcheggi o nelle autostazioni delle città capoluogo. Attraversano l’Europa addentrandosi come carovane nomadi in paesi che hanno nomi difficili da pronunciare. Oltrepassano Austria, Ungheria, Slovenia,  Repubblica Ceca e sono diretti in Polonia, in Russia, il Biellorussia, Ucraina, Moldova, Romania. Alcuni arrivano anche più lontano.

Vanno e vengono, una o due volte alla settimana. Il costo indicativo per l’andata e il ritorno va dai 140 ai 250 euro circa, il prezzo varia a secondo della città di partenza e di arrivo. Ed i mezzi di trasporto sono diversi, ci sono quelli organizzati dalle compagnie di trasporto, vettori specializzati in collegamenti internazionali, che solitamente effettuano diverse fermate nel paese di partenza e di arrivo e hanno regolamenti più rigidi sul trasporto. Ci sono i vettori che non effettuano un servizio di linea ufficiale e sono specializzati in una o due tratte. Il mezzo di trasporto più veloce sono i piccoli pullmini “marushtka” su cui salgono dalle sette alle nove persone, e gli autisti si sono inventati questo lavoro, col quale “traghettano” da una città all’altra le donne e gli uomini che tornano a casa o arrivano in Italia. In questi viaggi si crea più confidenza, perché non ci sono molte fermate e le tratte formano dei veri e propri gemellaggi invisibili tra città, come Ternopil-Reggio Emilia, o Chisinau-Ancona, Salerno-Minsk per esempio. Questi piccoli bus privati diventano dei collegamenti con la propria città, la madrepatria, solitamente arrivano in Italia il venerdì sera o il sabato mattina, dopo un viaggio che dura decine di ore, i viaggiatori escono stanchi, con un senso di torpore agli arti, si viaggia più veloce con poche soste ma in sedili scomodi, con i bagagli che sembrano un puzzle che ricopre il pavimento dell’automezzo. Nel bagaglio i due autisti che guidano l’automezzo tengono alcuni giornali, un po’ di pane, qualche bottiglia di Kvas, dei salumi e un po’ di prodotti comprati a basso prezzo nei mercati dell’est. A volte hanno dei sacchetti chiusi con lo scotch, con sopra scritto un nome, sono le spedizioni raccolte prima del ritorno. Trasportano la spesa per migliaia di chilometri. E così il sabato c’è il mercato improvvisato, un esposizione per chi vuole riscoprire i sapori e i prezzi di casa. Costa meno far viaggiare attraverso strade connesse una confezione di fazzoletti da dodichi pacchetti, che uscire e comprarlo al primo supermercato sotto casa, quattro grivne al mercato di Odessa, corrispondono a 80 centesimi di euro. Un pacchetto di sigarette nazionali a 1-2 grivne al massimo, se si vuole la stecca bastano 12 grivne, due euro.

Mentre gli autisti aspettano di ricevere le prenotazioni per i viaggi delle settimane a venire, ne approfittano anche per vendere qualche giornale, per consegnare pacchi o lettere che arrivano dalla famiglia, diretti alle persone care che lavorano distanti da casa. Gli autisti di questi mezzi sono anche postini, banchieri, commessi di bottega… Incarnano il vero mezzo di comunicazione con le famiglie, la casa, spesso sono in buoni rapporti con le famiglie, forse perché hanno ben presente le lacrime che scendono a fiotte dagli occhi delle donne che lasciano la propria città per la prima volta, mentre escono dal proprio paese, dirette a cercar fortuna in un altro che non conoscono. Quando chiudono lo sportello del minibus, gli autisti hanno davanti questi occhi e i figli trattenuti dalle braccia dei nonni che salutano i genitori. Il sabato ricevono i pacchi diretti alle famiglie, ogni tre o quattro mesi consegnano le buste piene del denaro guadagnato nelle mani dei famigliari. Ogni volta che arrivano a destinazione crescono le speranze di poter fare ritorno a casa. In genere questa transazione monetaria costa cinquanta euro, bisogna essere scaltri per far giungere tutto a destinazione. A volte è necessaria una certa delicatezza, le madri inviano ai figli i regali di compleanno, e bisogna prestare attenzione di consegnare il pacco il giorno giusto. Trasportano uomini e merci, hanno un buon guadagno, anche se devono avere pazienza coi doganieri e soddisfare qualche richiesta della milizia per “sistemare” in seduta stante le avarie riscontrate negli automezzi.

Il sabato notte o la domenica nel corso della giornata si parte per fare ritorno a casa. Il ritorno è più semplice, o almeno così sembra se tutti hanno i documenti in regola, in caso contrario alla frontiera del Mercato Unico si rischia l’arresto, alla frontiera del proprio paese gli autisti conoscono passaggi preferenziali, dove un contributo economico non è disdegnato dal doganiere di turno. Funziona così.

Le ore nel pullman sono condite da chiacchiere, si cerca di dormire, si mangiano insieme i panini preparati per il viaggio. Si respira ansia, come se si partisse per una vacanza, invece si torna a casa. A volte si ha paura di riabbracciare i propri cari e di scoprire che qualcosa è cambiato, ad esempio che il marito non c’è più. Sono viaggi col batticuore, perché il passaporto e i permessi vengono scrutrati per bene, e se c’è un errore nessuno può correggerlo.

Arrivano nella notte o di primo mattino, dipende da quel che accade nel viaggio. Prima ancora di girare la chiave per spegnere il motore, gli autisti sentono lo sportello posteriore aprirsi e sbattere, arrivano voci stanche ma piene di frenesia che scansano i bagagli e si fanno strada per riabbracciare i figli, i propri cari. Così è il ritorno, ed il primo è quello più difficile, perché a volte dura anni e spesso sembra non arrivare. Finchè non hai il permesso di soggiorno non puoi fare ritorno, se non di nascosto, in un doppio fondo, sperando che nessuno veda, ma è raro così i mesi diventano anni e la speranza lascia posto alla rassegnazione

KBAC  
Lo Kvas é una bevanda di pane di segala raffermo lasciato fermentare. Ci sono varie ricette, per prepararlo basta un po' di zucchero, di acqua e di pane. Alcuni lo lasciano riposare in alcune ore, altri un po' di giorni. Ogni famiglia ha la sua ricetta.

Per strada ci sono botti di metallo colorate con scritto "kbac". Sono dei carretti che ogni sera vengono prelavati e riportati nella fabbrica che lo produce. Verso il tramonto passa un camioncino che traina le botti formando il convoglio dello kvas.

Il bicchiere piccolo costa qualche copeco, quello da un litro può costare anche una o due grivne. A Ternopil lo Kvas non costa molto, per pochi copechi ne compri un litro, a Yalta per la stessa cifra ne prendi un bicchiere malinky (piccolo).

Alcuni lo versano nel bicchiere di plastica, altri ti danno il boccale di vetro e lo si beve sul posto.  E' piacevole prendersi una pausa con un bicchiere di Kvas, se non dà fastidio pensare che é pane di segale raffermo lasciato fermentare.  

ECONOMIA DI MERCATO

  La prima bettola che incontriamo nel nostro viaggio é una stamberga fumosa, in legno. Entriamo insieme alle donne che ci accompagnano nel percorso, dopo tante ore di viaggio iniziamo a sentire una certa stanchezza. Sei vodke costano 11 grivne, una salsiccia con pane e senape 3,5 grivne. Uno di noi paga e inavvertitamente apre il portafoglio da cui spuntano fuori parecchie centinaia di grivna che avevamo cambiato varcato il confine. Un compagno di viaggio ci prende da parte e ci dice di fare attenzione perché c'é gente che vede quei soldi in un anno di lavoro, forse nemmeno, e potrebbero fare comodo. In Ucraina non sono tutti malintenzionati, ma la povertà porta a compiere azioni riprovevoli.

Arriviamo a Lviv prima del previsto. Aspettiamo giorno nello stanzino della guardia dell’autostazione, ci offre un caffé e passiamo tre ore con lui, osservando lo stato fatiscente degli interni. Io lo "ascolto" attraverso le parole degli altri, ho contratto la congiuntivite e non riesco ad aprire gli occhi.

Al mattino, come da accordi un signore ci passa a prendere per accompagnarci al nostro appartamento. E' in pieno centro e per questo motivo avremo l'acqua calda sei ore al giorno dalle sei alle nove, per lo stesso periodo sia al mattino che la sera.

L'appartamento solitamente è abitato da una famiglia, ci sono segni evidenti nel bagno e nelle altre stanze. Nello sgabuzzino ci sono arnesi di diverso genere e prodotti alimentari a media conservazione. Gli armadi sono colmi di vestiti invernali. In cucina si respira l’odore del gas, forse nelle vecchie tubature c'é qualche perdita.

Dopo esserci riposati andiamo ad acquistare i biglietti del bus, ci serviranno per il trasferimento a Ternopil, paghiamo 10 grivne a persona per due ore e mezza di viaggio.

Il mercato centrale di Lviv sembra essere disegnato da un architetto che aveva in mente l’immagine di un castello. Questo crea uno strano effetto, somiglia ad un parco dei divertimenti. L'impressione non dura molto, ci troviamo immediatamente catapultati nella realtà. Al mercato si vende di tutto, piccoli banchi si susseguono, donne che vendono dei sacchetti di plastica per fare la spesa. Il mercato é suddiviso ordinatamente, c'é la zona in cui si vende la frutta, quella delle verdure, gli animali, la carne, il materiale per la pesca, il pesce affumicato è separato da quello fresco, le bevande, i beni di prima necessità, i vestiti... Tutto trova una propria collocazione, c'é la parte coperta per l'inverno e quella all'aperto per la bella stagione. Il reparto alimentare non rispetta alcuna regola igienica o direttiva comunitaria. Siamo fuori dall'Europa, ma le attenzioni e la dignità con cui ogni singolo prodotto viene esposto, ci distoglie da queste osservazioni. L'impressione é che ci si possa fidare dei mercanti, nell'eccesso di igienismo da cui proveniamo ci siamo dimenticati di come si conservavano i prodotti fino a qualche anno fa; le regole stanno minando le tradizioni alimentari e culturali radicate nel tempo.

Per una grivna acquistiamo un caffé caldo, sotto il porticato dove si commercia la frutta. Nel mercato ci sono venditori che posseggono la licenza ed altri che giungono con i prodotti della terra e della pastorizia improvvisandone la vendita, stendono uno straccio per terra e ci appoggiano i prodotti sopra. Non ho mai visto patate in vendita con delle bucce coperte da tanta terra scura, o cataste di frutti di bosco tutti insieme. Alcune donne offrivano del latte fresco di mucca, munto la mattina stessa a mano, contenuto in bottiglie di plastica della coca cola o dell'acqua. Per due grivne ne si comprano due litri.

E' un altro punto di vista della dimensione mercantizia, si respira una maggiore sincerità nel rapporto tra costo e prodotto, c'é una genuinità nel cibo che non eravamo abituati ad osservare. Per questo vien voglia di mangiare tutto, i salumi, il miele fresco, la panna acida e tutto quanto viene offerto in assaggio, per poterlo gustare.

Il pesce affumicato é ordinatamente messo in mostra, inserendo il fil di ferro nella testa, formando composizioni che ricordano le collanine con le palline di plastica che fanno i bambini. Per gustare il miele, basta allungare il braccio e con il cucchiaio di legno te lo depositano sulla mano, tra il pollice e l'indice. Basta usare la bocca per assaggiarlo. E dopo rimane sulla pelle un po' di sostanza zuccherina, che va via soltanto con il sapone.

Incontriamo un signore che ci ha sentito parlare italiano, é un anziano che ha preso tre lezioni di italiano, lo vuole imparare, anche se non ne capiamo il motivo. Ci parla della musica italiana, di Celentano e Modugno. Ci racconta che durante l'Unione Sovietica aveva viaggiato molto, faceva le maratone, ne ha fatte diciassette, ricorda quelle di Mosca, Varsavia, Berlino, Praga.

Ci saluta dopo averci mostrato un libro, dice che il ricordo più bello che porta con sé fu quando corse a Firenze, quella maratona se la porta nel cuore.

Arriviamo al mercato dei vestiti, i prezzi sono bassi e i banchi sono privi dei camerini per per provarsi i capi. Rimaniamo affascinati della semplicità con cui o in mezzo alla strada o sotto al mercato coperto, le ragazze si spoglino senza timore di mostrarsi, senza doversi vergognare. La gente non si ferma a guardare, é una cosa normale. Noi rimaniamo confusi da questa naturalezza, conosciamo persone che non riescono a farsi vedere nudi nemmeno dai genitori o dalla persona che amano, qui invece il corpo non é qualcosa da nascondere a tutti i costi. Quando i capi da provare sono gli intimi, con l'aiuto del commerciante o dei parenti, vengono sorretti con le mani dei teli per poter improvvisare un camerino, anche se qualcosa si intravede lo stesso. Lo si fa per rispetto, tutti possono mostrare il proprio corpo senza il timore di essere giudicati. I vestiti sono molto colorati, non c'é una moda stagionale, sembra esserci una certa ricerca della differenza, in questi paesi che apparentemente sembrano malinconici indossano vestiti dai riflessi vividi e non ci si veste eleganti solo per uscire nei locali notturni, ma per andare al lavoro o fare una passeggiata. Certo, i vestiti eleganti sono diversi dai nostri, ed hanno altri prezzi. Un paio di jeans per ragazza costano 37 grivne, sopra c'é il nome di uno stilista famoso, ma chissà in quale fabbrica sono stati prodotti.

Al mercato facciamo un po' di spesa, compriamo qualche prodotto locale e della birra. Spendiamo poche grivne per dei salumi, del pesce affumicato, del formaggio e una abbondante scorta di pane.

Mentre compriamo del salume, un ragazzo ucraino con un forte accento romano ci consiglia cosa comperare.  Quasi non ci crediamo quando dice di essere nato a Lviv e di aver lavorato a Roma per due anni, la sua pronuncia sembra appartenere ad una persona che non ha mai messo piede fuori a trastevere.

Ci racconta un po' di sé e ci chiede che effetto fa comprare con due o tre euro delle intere borse di spesa. Il valore di ogni singolo oggetto cambia proprietà con il passare dei chilometri, ed é incomprensibile una differenza talmente elevata.

Dopo aver cenato decidiamo di avventurarci in un qualche locale. Ne troviamo uno realizzato nel sottoscala di un teatro, un ambiente poco curato, il suo nome tradotto dovrebbe stare per " Il sotterraneo". All'interno c'é una zona con dei tavolini, una piccola pista da ballo e una stanza con il bigliardo. Non ci sono molti giovani, ma l'atmosfere é calda. L'ingresso costa quindici grivne, la birra media 3,5 grivne, la vodka 2. Ci sediamo ad un tavolo e siamo sorpresi, i ragazzi e le ragazze vengono a salutarci, si presentano. Vogliono sapere da dove veniamo, perché siamo a Lviv e ci invitano a trascorrere con loro anche i giorni a venire. Ci si conosce senza pagare nulla.  

TRASPORTI COLLETTIVI  

La rete dei filobus non riesce a servire tutti i quartieri e in pochi possono permettersi di servirsi dei taxi.

Per spostarsi da una parte all’altra della città si può utilizzare un taxi privato, un lavoro informale, sono privati cittadini che stanziano vicino alle autostazioni e chiedono alle persone dove devono andare quindi si offrono di accompagnarli a destinazione per una tariffa sensibilmente minore a quella dei taxi ufficiali. Nelle grandi città basta mettersi a fianco ad una strada trafficata e alzare la mano. Prima o poi qualcuno si fermerà, ed in cambio di un po' di grivne accompagnerà il passante a destinazione.

Un'altra forma ufficiale di trasporto é quella dei taxi collettivi, piccoli bus e pullmini che effettuano fermate in una linea prestabilita. Sono delle compagnie private che gestiscono una parte del trasporto pubblico. Raggiungono ogni dove, ce ne sono tantissimi. Si contraddistinguono per via dei numeri differenti, ai finestrini hanno appesi i cartelli con le destinazioni e le tariffe. In cittadine come Ternopil per un taxi collettivo si può pagare dai 20 copechi fino alla grivna.

L'unico obbligo che hanno queste compagnie di taxi collettivi é di garantire per ogni tratta cinque ingressi gratuiti, in cui anziani, invalidi o militari possono usufruire del servizio senza pagare nulla. Al limite se dentro l'abitacolo ci sono già cinque di queste figure, basta attendere il prossimo.

PROFILO ARIANO  
A Leopoli, in un locale, incontriamo un gruppo di giovani. Appena ci vedono entrare sono incuriositi dalla nostra presenza. Per prima si presenta per prima una ragazza, dice che sta festeggiando il suo addio al nubilato, si dovrà sposare nel fine settimana. Il suo ragazzo e gli amici sono dentro al locale. Parla perfettamente inglese, ci racconta di aver vissuto diverso tempo negli Stati Uniti d'America e di aver fatto l'insegnante. Non é da molti anni che lei e la sua famiglia sono tornati a Leopoli.

Evidentemente ha ecceduto con l'alcol, ci racconta che il motivo per cui sposa il suo ragazzo é che possiede una bellissima moto, é il capo del suo gruppo di amici. Ha molte energie questa ragazza di ventisei anni. Ed é anche carina. Ha un modo di provocarci che ricalca i classici cliché occidentali. Si chiama Olga.

Il suo ragazzo resta zitto per un bel po', ad un certo punto si presenta insieme ai suoi amici. Uno di questi in Italia sarebbe stato scambiato per un metallaro o un punk, se non fosse per le svastiche ricucite addosso e i tatuaggi con simboli nazisti.

Ha l'aspetto del classico colonnello della gestapo, profilo ariano, occhi chiari che emettono una strana intensità che non sembra promettere nulla di buono. Ci saluta con il braccio teso, come se Leopoli facesse ancora parte della Galizia sotto il dominio della Germania di Hitler.

Cerca di scontrarsi in modo blando con noi. Olga lo allontana, dice che non é normale, é un po' stupido.

Tra i ciondoli del ragazzo si intersecavano simbologie di nazionalismo ucraino e di neo nazismo. Questo gruppo é piuttosto folto, tanto che al nostro tavolo si siedono diverse persone che sembrano non capire molto bene l'inglese.

Olga ci racconta che ci sono tanti ragazzi così perché gli ebrei sono tornati nella loro terra e hanno comprato tutto. Che gli ebrei hanno acquistato i palazzi e le case, e lucrano alle spalle delle famiglie ucraine che non hanno molti soldi.

Anche da parte sua emerge un non molto celato anti-semitismo.

Nella vecchia Galizia, territorio che comprende anche parte del sud della Polonia, non é rincuorante sentire queste parole considerato lo sterminio di milioni di ebrei che vivevano in queste regioni. Nelle parole di questi ragazzi, che sembrano prendere coraggio e aprirsi con noi, si rivela un nazionalismo ucraino che vede di cattivo occhio sia i russi quanto gli ebrei. Una tipologia deforme di orgoglio nazionale, che tende ad escludere piuttosto che integrare.

Olga alterna alcune dichiarazioni sconcertanti, con altrettante provocazioni. Ci chiede quali automobili possediamo e del nostro lavoro, come se provasse un certo filo di invidia per la nostra condizione occidentale. Certo dall’esterno uno stipendio di mille euro al mese sembra produrre ricchezza, ma oramai la nostra generazione vive di quanto sono riusciti a mettere da parte i genitori. Viviamo in un'epoca in cui tanto si prende e tanto si spende. E forse alcune forme di attrazione verso l'economia sfrenata nascono dall’illusione di arricchirsi con estrema facilità.

Considerare i pochi ebrei rimasti causa dei problemi dell'Ucraina appare difficilmente credibile. In alcune regioni, come questa, dove il nazionalismo ha basi solide, tra l'antico mito della Galizia e il risentimento verso i russi, é facile l'attecchirsi di questi miti.

Il revisionismo storico trae linfa dal risentimento che in molti nutrono ancora verso il comportamento dei polacchi o dei russi nel periodo pre-bellico, dalla Grande Fame orchestrata da Stalin per decimare la popolazione al soffocamento della cultura nazionale. Soltanto a leopoli le ultime quattro generazioni possono essere nate da diversi ceppi nazionali: austriaco, russo, polacco, ebraico e ucraino. Tutte queste considerazioni le abbiamo fatte soltanto dopo aver salutato questo folto gruppo di ragazzi, quegli occhi che ci scrutavano in modo sospettoso e quella mano tesa non aveva la stessa dimensione dei film di guerra. Erano lì, parte della nostra generazione.

  IL MIO LAVORO E’… BADANTE  
 
Partono per trovare lavoro, per portare a casa i soldi necessari per vivere con maggiore serenità, ed affrontare il futuro in paesi che faticano a mettere a fuoco il presente.

Partono diretti in Germania, altri vanno a cercar fortuna a Mosca, altri ancora in Grecia o negli Stati Uniti d'America. Arrivano ovunque questi migranti, in un modo o nell'altro. Tramite agenzie che in cambio di un visto turistico chiedono migliaia di euro per dare loro la possibilità di lasciare il paese e di entrare in clandestinità, altri, ma sono pochi, riescono ad uscire seguendo l'iter burocratico, nelle sedi delle ambasciate ci sono file lunghe centinaia di metri che si prolungano ogni giorno, per cercare fortuna.

In Italia i dati ufficiali sono un po' flessibili, si parla di una presenza di 400/600mila unità, donne e uomini dell'est che lavorano come badante, colf o collaboratrice famigliare. Almeno la metà di loro ha un diploma di studi superiore, il 23 per cento possiede la laurea. In Ucraina lo stipendio medio nel 2003 (generalizzato per zone del paese, città con diverso reddito quindi) era di 450 grivne al mese.

Alla presenza ufficiale, che ha un contratto e un lavoro regolare, bisogna aggiungere anche una folta schiera di persone che non hanno il permesso di soggiorno, a volte in condizioni di sfruttamento.

Mediamente nelle campagne e nelle regioni da cui provengono gli anziani ricevono pensioni che vanno dai 15 ai 30 euro al mese.

Secondo un indagine realizzata in Ucraina su un campione di  cittadini che hanno lavorato in Italia, al 2003 soltanto il 20% ha trovato lavoro privatamente, il 65% tramite agenzie.

Circa l'80% ottiene il visto per una settimana, quindici giorni. Un 10% per un mese. Coloro che vengono a cercare lavoro in Italia provengono dalle regioni occidentali dell'Ucraina, dalle città di Lviv, Ternopil o Ivano-Frankivsk. L'età varia dai 21 ai 55 anni, che siano madri o figlie la motivazione del viaggio sono più o meno le stesse, acquistare una casa, mantenere i figli, garantire un migliore livello di vita ai propri famigliari.

In Ucraina fatica ad emergere un ceto medio, gli stipendi sono bassi ed il livello di povertà é preoccupante, anche se in alcune zone della Moldavia, Biellorussia e Romania si presentano situazioni ancor più preoccupanti. Si parte anche perché il tasso di disoccupazione in Ucraina é molto alto, molte industrie hanno chiuso i battenti e il livello di sfruttamento rispetto alla retribuzione oraria é uno dei più alti in Europa. Il reddito medio percepito in Italia, per coloro che non hanno un contratto regolare, é molto basso, dai 200 ai 400 euro mensili. Con la regolarizzazione dei contratti, alcuni diritti vengono salvaguardati, anche se le condizioni di lavoro sono sicuramente difficili, molto dipende dalla famiglia e dal rapporto che viene instaurato con l'assistito.

Chi é irregolare rischia di stare lontano dai propri cari per anni, per questo spesso succede che una volta tornati in patria siano costretti a curare i problemi, causati dall'assenza prolungata e dalle difficoltà incontrate durante la permanenza all'estero.

Nonostante le difficoltà, questi viaggi vengono giudicati positivamente da coloro che tornano a casa, perché riescono a percepire il miglioramento delle condizioni di vita della propria famiglia, a ristrutturare una casa o acquistarne finalmente una propria.

Ci sono famiglie che in questi anni stanno vivendo una vera e propria disgregazione, con madri e padri distanti migliaia di chilometri ed i figli affidati ad una sorella o una cognata che deve crescere con un numero variabile di ragazzi e bambini. Crescono tutti insieme in appartamenti logori e fatiscenti, ed ogni volta che squilla il telefono si levano in piedi e corrono sperando di ascoltare la voce di mamma e papà che li chiamano da lontano.  

SPOSI

  Il sabato e la domenica ci si sposa. Detto così può apparire banale, ma in certe realtà il matrimonio é un evento che non rimane relegato al termine della cerimonie o all’interno dei ristoranti. Nelle città durante i fine settimana si vedono alternarsi coppie di sposi mentre fanno foto nei luoghi più significativi, passeggiano per la città insieme ai parenti, vanno a portare i fiori ai martiri della seconda guerra mondiale, come simbolo di gratitudine verso chi ha dato la vita per difendere la propria terra.

A Ternopil in un pomeriggio festivo abbiamo incontrato almeno una dozzina di matrimoni, le coppie molto giovani. Giovanna ci ha raccontato che in diversi si sposano e poi partono per andare a lavorare all'estero, é l'unico modo per acquistare casa e permettersi di avere dei figli. C'é una grande festa il giorno del matrimonio, il mattino dopo tutto torna normale e bisogna fare i conti con le difficoltà economiche ma almeno quel giorno deve essere speciale. Ci racconta che ci sono molti matrimoni perché i giovani non hanno tanto tempo per divertirsi e devono iniziare presto a pensare al futuro, perché i genitori non hanno molto da lasciare in eredità, e non possono nemmeno aiutarli nel crescere i figli. Il domani non sarà facile per nessuno.

Ai nostri, quel giorno, le coppie di sposi sembravano felici.  

STORIA DI GIOVANNA

  Siamo arrivati all’autostazione di Ternopil con un’ora di anticipo. Spostandoci all’interno del paese si nota un certo disordine. Ovunque si offre mercanzia, da una parte vestiti e utensili, di fianco al parcheggio dei busi  beni alimentari. Saranno le vivande che i viaggiatori acquisteranno per affrontare medi o lunghi spostamenti, sopra a mezzi logori e imbellettati con adesivi e piante rampicanti di plastica.

Ci aggiriamo nel mercato, fino a quando mi trovo di fronte Giovanna, la signora che fino a un anno fa era la badante di mia nonna.

Giovanna arrivò in Italia nel 2000 e ci restò tre anni. Senza permesso di soggiorno, l’unico modo che trovò per entrare fu quello di pagare una finta agenzia di viaggi, che le avrebbe procurato i documenti come turista e l’avrebbe spedita fin qui. In quel momento le chiesero di scegliere fra l’Italia e la Grecia. Lei scelse il sud Italia, meta privilegiata delle irregolari. Pagò cinquemila euro per ottenere un foglio di via, senza ritorno. Arrivò a Napoli, dove a seguito di alcuni giorni di difficoltà, trovò una famiglia alla ricerca di una tuttofare. Infatti il suo lavoro, oltre ad accudire una bambina, consisteva nel fare le pulizie, preparare da mangiare e svolgere tutte le mansioni che le venivano richieste. Pagata nemmeno cinquecento euro al mese, aveva una propria stanza, un po’ appartata rispetto a quelle dei padroni, così li chiama tuttora. Giovanna per un anno svolse questo lavoro, perché aveva bisogno di soldi. A casa c’erano i suoi due figli, Ivan e Oxana. Con suo marito si erano separati presto, ora i due piccoli vivevano con i genitori di lei, e durante l’estate vivevano nel villaggio.

Quando decise di lasciare il suo posto di lavoro, scelse di migrare a nord e si ritrovò a Reggio Emilia, dove vivevano delle amiche di Ternopil. Per due settimane mangiò alla mensa della Caritas e ogni giorno si informava se qualcuno aveva da offrirle un lavoro. Venne a sapere che c’era una famiglia che stava cercando una signora per accudire un’anziana signora che usciva da un periodo di salute precario, e non si era del tutto ristabilita. Questa anziana, mia nonna, non era più totalmente autosufficiente, e i figli erano occupati nei rispettivi lavori e non potevano prendersi cura di lei. Per camminare aveva bisogno di sorreggersi con un treppiedi, non aveva la forza per mandare avanti le faccende di casa e ricordarsi di tutte le medicine che doveva assumere.

Iniziò così a fare la badante, prima senza e poi con regolare contratto. Al sindacato firmò i documenti che le permettavano di regolarizzare il suo mestiere. Questo la tranquillizzò, perché non la potevano più sfruttare. Nel suo precedente lavoro quando seppero che se ne stava andando non le pagarono lo stipendio dell’ultimo mese e la cacciarono di casa senza nemmeno salutarla.

Ora Giovanna stava instaurando un rapporto con una signora di una certa età che non voleva prendere le medicine, e lei si comportava come se fosse una nipote che la accudiva. Nei paesi dell’est europa è una prassi normale, le donne fin da ragazze sono abituate a prendersi cura delle “Babushka”, cioè le nonne, le matriarche della propria famiglia. Così Giovanna si sentì in parte adottata da questa signora e dai suoi figli, nonostante questo sentiva la mancanza di casa e dei propri figli “anche se vieni trattata bene, la tua famiglia è un’altra”.

Lo stipendio aumentò, ricevette prima 700 e poi 800 euro mensili. Così poteva spedire i soldi a casa, anche se a Ternopil i prezzi degli appartamenti stavano aumentando sensibilmente, e questo causava il prolungarsi del suo soggiorno. Voleva comprare casa, per lei ed i suoi figli. Per garantire loro un futuro migliore, una stabilità, il cibo e l’educazione. Un giorno suo fratello le chiese un prestito, anche lui voleva andare all’estero, ma l’agenzia questa volta non fece i documenti perbene e il fratello fu costretto a tornare a casa, perdendo tutti i soldi. L’ex marito le chiese invece un prestito per comprarsi un trattore, per lavorare la terra e dare parte dei frutti del lavoro ai figli.

Giovanna stava aspettando l’arrivo del permesso di soggiorno, ma questo tardava. Alla questura dicevano che sarebbe arrivato ma a causa delle molte domande ricevute le procedure si sarebbe dilungata un po’.

Un giorno ricevette una telefonata dal proprio paese, erano i genitori che l’avvertirono della disgrazia. Il trattore che l’ex marito aveva acquistato con i suoi soldi, durante una manovra azzardata, si era capovolta, schiacciando il conducente. Lo ritrovarono esanime qualche ora dopo. Era diventata  vedova, ed i suoi figli orfani di padre.

Era combattuta se partire o meno, il funerale era il giorno dopo e nemmeno in aereo sarebbe arrivata in tempo per il funerale. Il pullman ci metteva troppo e Ternopil non c’era più l’ aeroporto. Questa città, una volta industria fiorente,  era rimasta il fantasma del suo passato.

Sentiva i figli ogni giorno, e non li poteva abbracciare. Sua madre per telefono le diceva di non preoccuparsi, che stavano bene nonostante tutto, e di tenere duro. Giovanna aspettava il permesso di soggiorno, ma questo non arrivava. Anche la mia famiglia si mosse presso la questura e gli organismi competenti. Riuscì ad aspettare per cinque settimane, poi decise di tornare, anche se il permesso di soggiorno non era arrivato. Quelle cinque settimane la invecchiarono di cinque anni, gli occhi sembravano essersi spenti, era nervosa con tutti e silenziosa. Lei, una madre, si sentiva di mancare proprio nel momento in cui i suoi figli avevano più bisogno.

Così, un giorno, decise di aver messo da parte abbastanza soldi, con quelli avrebbe comprato una casa più piccola del previsto ma almeno avrebbe riabbracciato i propri figli che non vedeva da tre anni, l’unico contatto era il telefono.

Lascio il posto di lavoro alla sorella, Alina, e Giovanna partì. Non si può descrivere l’emozione di tornare a casa. Si ricorda ancora il momento in cui il pullman ha aperto le porte all’autostazione di Ternopil e l’ha fatta scendere. Lo sguardo fisso sui genitori e i figli, le mani tese che cercavano di abbracciare tutti quei corpi insieme, le lacrime. Ri vedere i propri cari a distanza di tre anni, e ritrovarne alcuni provati dell’età, altri cresciuti. E la prima nott, nel proprio letto, abbracciata ai figli. Di primo mattino, all’alba, si è svegliata di soprassalto per la paura di aver sognato il ritorno. E dopo, la quiete: uardandosi attorno ritrova le proprie cose, i propri bambini che dormono al suo fianco.

Giovanna ha avuto bisogno di qualche seduta dallo psicologo per superare lo stress e cercare di ritrovare un equilibrio. Che, arrivare a perderlo oltre a questi limiti, è faticoso soltanto nell’immaginarlo.

SUBOTNIK

Il subotnik era il sabato (o la domenica) sovietico che i cittadini dovevano dedicare alla collettività, lavorando nel pubblico. Non erano lavori assegnati su basi di gradimento. Forse per questo in tutte le nazioni che formavano l'Unione Sovietica la "cosa pubblica" é in completa decadenza.

I bagni pubblici ne sono un esempio. Nelle cittadine come nei quartieri periferici di Kyev ci si può entrare soltanto per necessità. Lo stato di igiene é minimo, i bagni sono spesso intasati tanto che i liquami invadono il pavimento. Le mura sono intrise da un odore nauseabondo, ma in certi casi non si può fare a meno di utilizzarli. In questi bagni abbiamo notato che le persone non chiudono le porte in difesa della privacy, probabilmente le tengono spalancate per non dover sopportare l'aria vizzia. Un’insolita mancanza di pudore. Forse l'unica vergogna é lo stato dei luoghi pubblici, non ci sono abbastanza fondi per pagare il personale e garantire un grado di pulizia che rientri nella decenza.

TERNOPIL STANZE CHIUSE

Era da qualche settimana che Giovanna ci stava aspettando. Si era informata da qualche amica sugli alberghi della città, di cosa avrebbe potuto farci vedere.

Può sembrare strano, ma gli abitanti di Ternopil non sono abituati ad avere ospiti stranieri. Non esiste un ufficio del turismo o qualche pubblicazione sulla città. Ci sono due hotel Intourist, ora chissà a chi è affidata la gestione, erano quelli dell'apparato e sono ancora oggi i più famosi. Sono nati alcuni hotel in qualche casa privata, ma lì non ci "possono andare i turisti". Perché spesso manca l'acqua, o c'é solo quella fredda oppure c'é un solo bagno comune a tutti. Sono alberghi per ucraini, gli stranieri meritare qualcosa in più.

In queste settimane Giovanna si é preparata ad accoglierci. E' contenta di vederci, non era certa che saremmo riusciti a oltrepassare indenni i primi giorni di viaggio. Vuole farci spendere il meno possibile, raggiungiamo l’hotel su un taxi colletivo. Usciamo dal centro di Ternopil e arriviamo all'hotel Galischina, una struttura di cemento, un grande parallelepipedo sparato verso l'alto, posato sulla riva del lago artificiale di Ternopil. Arriviamo alla reception, probabilmente siamo gli unici "turisti" di Ternopil. Giovanna contratta il costo della camera, cinquantatre euro per tre camere doppie con bagno. Ma la nostra guida riesce ad insistere, trovano una tripla all'unidicesimo piano e una doppia al nono. Così spendiamo trentasette euro in totale. Sedici euro in meno, Giovanna dice che é meglio, abbiamo perso un quarto d'ora al bancone a contrattare. Alcuni di noi con ironia dicono che forse era meglio accettare la prima offerta e accellerare le procedure di registrazione.

Giovanna li osserva incredula, nella busta paga mensile trova trentasei euro al mese, e sedici euro non si buttano via.

L'hotel é la prova che questa città ha avuto un passato industriale. Quindici piani, decine e decine di camere per ogni piano, nell’atrio di ogni piano ci sono i mobili rotti inutilizzati accatastati uno sull’altro.

Le camere sono spaziose, il balcone si affaccia sul lago e la città. La qualità dei bagni e del mobilio non é delle migliori considerato gli standard europei. Ternopil non é l'occidente e ciò che ai nostri occhi può essere al limite della decenza qui é al di sopra della possibilità dei più.

Giovanna abita dall'altra parte della città in un quartiere composto da "blocchi", i grandi condominii tipici dello sviluppo urbanistico sovietico. Immensi palazzi, tutti uguali, che si distinguono uno dall'altro soltanto grazie ai numeri e alle sigle che vi sono dipinti sulle pareti esterne. Giovanna abita nel 42esimo edificio. L'appartamento in cui abita é composto da una piccola cucina, una camera da letto, il bagno e una sala. Saranno cinquanta metri quadri, appartiene a suo fratello. Attualmente lui lavora a Mosca e sua moglie é in Germania. Giovanna ci vive con quattro bambini, i suoi e quelli del fratello. A Ternopil si occupa anche del figlio di sua sorella, si chiama Arthur e ha diciassette anni, vive da solo e può permettersi di essere indipendente perché sua madre le invia i soldi dall'Italia ogni tre mesi.

Le condizioni di queste abitazioni impressionano. L’ingresso sembra essere quello di un vecchio edificio abbandonato. Le pareti interne sono scrostrate e le parti in comune sembrano aver subito un invecchiamento precoce. Quasi non ci si crede che queste case siano state costruite poco più di quindici anni fa. Per le scale è diffusa una certa umidità, l'ascensore cigola, le cassette delle lettere sono arrugginite e la porta di ingresso non si chiude bene. D'inverno probabilmente il freddo penetra e rimane tra le mura fino all'arrivo della bella stagione.

L’ingresso di ogni appartamento è preceduto da un piccolo atrio chiuso in modo da  creare una struttura isolante. Giovanna ci invita ad entrare, e notiamo subito che nell'appartamento c'é pochissimo spazio. Appoggiamo le macchine fotografiche e gli zaini in mezzo al corridoio, ci togliamo le scarpe come é d'uso e si cammina sui tappeti. Ci accomodiamo in sala, in cinque ci stiamo stretti. Nei due giorni che passeremo a Ternopil mangeremo tre volte in questa stanza, il secondo giorno torneremo anche con le valigie, che faranno diventare la sala ancor più piccola.

Non facciamo in tempo a sederci che notiamo le attenzioni di cui siamo oggetto. I figli di Giovanna, Ivan e Oksana ci fanno festa, e sono molto emozionati, lo si capisce dalle loro voci, dal fatto che si muovono in quelle tre stanze come se fosse loro accaduto qualcosa di importante. Giovanna nel frattempo porta una scrivania in sala, una tavola improvvisata. Nella casa ci sono soltanto quattro sedie, due di noi si siedono sul divano e mangiano lì sopra. Giovanna ci presenta diverse portate, offrendoci il meglio che ha. Anche una bottiglia di vino ucraino, mercanzia piuttosto rara in quella casa, lo abbiamo capito dal cavatappi giocattolo che non sarebbe riuscito a sturare nemmeno il tappo di sughero di un'oliera. Fortunatamente uno di noi ha un coltellino svizzero con sé e ovviamo il problema.

Il pranzo ucraino si suggella con un caffé, preparato all'italiana, con la moka. Rimaniamo mezzora a parlare. Giovanna vuol sapere cosa vogliamo vedere, ci avverte che Ternopil non é una città turistica, nonostante sia capoluogo del suo distretto.

Oggi nel condominio non c'é l'acqua. Nei paesi dell'est i bagni sono divisi in due ambienti, in un piccolo ripostiglio il water, nell'altro la vasca, il lavandino e la lavatrice. In questo secondo spazio, una tanica industriale di plastica é sempre colma d'acqua. Così quando viene a mancare quella corrente si riempiono due secchi, uno viene messo nel bagno per "tirare l'acqua" manualmente e l'altro invece serve per lavarsi le mani o il viso. Succede spesso, e non ci si domanda perché, non si fanno lamentele. Tanto al massimo é questione di un giorno, poi torna.

KOSMOS

Il Kosmos è bar-mensa di Ternopil, ai vetri sono attaccati adesivi su cui sono raffigurati astronauti e alieni. Decidiamo di assaggiare qualche specialità locale. Dobbiamo ordinare quel che capita perché nessuno del servizio parla una lingua europea.

Una signora, seduta ad un tavolo, si alza e chiede: "Siete italiani?". Noi sorridiamo: "Si capisce da quello che abbiamo ordinato?". Ci racconta di aver lavorato quattro anni in Italia e che ora é tornata nella sua città. Ha comprato casa e i suoi figli stanno studiando all’Università. Il periodo difficile é passato. Ma l'Italia le manca, vorrebbe poterci tornare con la famiglia.

"E' stato un piacere avervi incontrato... Qui, nella mia città, che strano vedere degli italiani".

TERNOPIL STANZE APERTE

Ternopil con la pioggia é una città malinconica. Le nubi si riflettono opache nel lungo lago che contorna la città. Parte del centro si appoggia a questo bacino artificiale, scavato dalla popolazione nel corso degli anni ottanta (subotnik), nel lato opposto alcune villette costruite dai pochi benestanti si oppongono ai grandi insediamenti popolari.

Una pioggia insicura fa da contorno al panorama del nono piano dell'hotel Galischina, se le stanze non fossero talmente vuote verrebbe voglia di non uscire.

Giovanna ci avvisa nuovamente che a Ternopil non c'é molto, e che lei stessa non la conosce benissimo. Dopo aver mangiato decidiamo di andare a visitare il centro, la pioggia cessa e le nuvole iniziano a lasciare posto ad un cielo azzurro pallido. Vengono con noi anche Ivan e Oksana. Nella piazza principale ci fermiamo a vedere il teatro e le fontane che l'adornano, é un giorno di festa e Ivan prende una macchina elettrica a noleggio per ricordare il momento sua sorella gli fa una foto. Mentre continuamo la nostra passeggiata Ivan chiede un po' di monetine alla madre per comprare i semi di girasole abbrustoliti, ce li fa assaggiare. I bambini sono molto agitati, ai loro occhi forse veniamo da un paese che non riescono a immaginare, ci rendiamo conto che siamo i primi italiani che vedono entrare nella loro vita.

Dal centro una lunga scalinata porta direttamente al parco che costeggia il lago. Decidiamo di salire sul battello che compie un giro panoramico sull'acqua. Giovanna mi racconta che non c'é mai stata con i figli. Da qui Ternopil appare come una cittadina tranquilla e ospitale, anche se il paesaggio è un po' disturbato dall'edificio dove passiamo la notte.

Quando finiamo il giro entriamo nel parco e passeggiamo tra fontane spente e vecchi giochi per bambini. E' piacevole ritrovare Giovanna, conoscere non soltanto dalle sue parole ma anche dai gesti come é la vita in un capoluogo di distretto nell'Ucraina occidentale. C'é una certa delicatezza nel modo in cui apre il borsellino e tira fuori la moneta per comprare qualcosa ai figli, e con pudore si parla di cosa é successo quando è tornata a casa. Sa che se prima o poi le cose non miglioreranno dovrà tornare lontano dai figli per garantire loro un percorso scolastico universitario.

Proseguiamo il nostro percorso e andiamo al mercato di Ternopil, annesso all'autostazione. In alcuni banchi troviamo dei vestiti, una camicia elegante a 70 grivne, una da lavoro 40. Un paio di scarpe da ginnastica 20 grivne, poco più di tre euro, anche se non sono di buona fattura non riusciamo a capire come possono essere messe in vendita per così poco

Accompagnamo a casa Ivan e Oksana, che sono stati coi parenti "americani". In bus un controllore chiede a Giovanna chi siamo, a Ternopil non si vedono molti turisti e molti domandano se scriviamo per qualche giornale di New York e chiedono di farsi fotografare. Giovanna racconta il motivo per cui siamo a Ternopil, più volte nel corso della nostra permanenza deve dire a qualche amico o passante perché cinque ragazzi italiani hanno scelto di passare la propria estate qui.

Decidiamo di andare al cimitero. Girovaghiamo  tra le tombe russe, ucraine e quelle risalenti alla Galizia degli Asburgo. In queste zone le tombe hanno a fianco una panchina dove i vivi possono sedersi per fare compagnia ai morti. Il giorno dei morti é d'uso venire al cimitero con un pasto per condividerlo con la persone che non c'é più. Solitamente il verde e le rampicanti ricoprono le tombe, non si estirpano come se la natura dovesse segnare il tempo che passa.

Arriviamo nei pressi del monumento ai caduti della seconda guerra mondiale, la stella rossa e la falce e martello sono ancora bene impresse nelle tombe e nei decori. Una croce cristiana é stata piantata di fronte al monumento, per ricordare che adesso si può anche pregare un Dio e non soltanto lo Stato.

Quando usciamo Giovanna mi dice: "A mio marito ho fatto una bella tomba, era un bell'uomo, ancora giovane, e nel paese lui é sepolto con la sua immagine scolpita sulla lapide. Lo sai, il cimitero mi da malinconia".

Di fronte al cimitero cristiano c'é quello ebraico. Tombe che hanno più di mezzo secolo, e che al tempo della venuta dei nazisti furono scheggiate dal fuoco tedesco. In mezzo al cimitero abbandonato due mucche brucano l'erba.

Percorriamo un centinaio di metri a piedi e dietro una zona boschiva Giovanna mi indica una gru: "Ecco lì c'é mia casa".

Dietro quel bosco sorgerà il suo sogno. Tre anni lontano dai figli e dai propri cari per quella casa. Un obiettivo fatto di cemento e mattoni impilati in una cittadina ucraina. Devono ancora finire di costruirla, ancora pochi mesi e il suo sogno si avvererà. Quella casa le é costata sedicimila euro anticipati. In Ucraina ne prende sessanta in un mese, non le basterebbe una vita per mettere tanti soldi da parte. E non é una casa particolarmente cara, ora i prezzi sono molto più alti, perché l'inflazione aumenta, i costruttori se ne approfittano, sanno che possono lucrare su coloro che vanno a cercar fortuna in giro per il mondo.

Giovannna sembra guardare con soddisfazione quella gru, perché tra poco vedrà conretizzarsi il frutto di tutte le sue fatiche e andrà a vivere coi figli nel suo appartamento.

Andiamo al museo di storia locale, dove é illustrata la storia della regione dagli albori ai giorni nostri. L'ultima sezione é abbastanza piacevole in quanto cancella sessantanni di storia per una serie di vetrine che marcano un nazionalismo ridondante e una sacralizzazione del presidente Kuchma, che resterà in carica ancora per pochi. La responsabile di questo settore cerca di costringere Giovanna a tradurre la storia recente del suo paese alterandone il contenuto, per fortuna la nostra accompagnatrice ci protegge e ci evita uno sproloquio nazionalista. All'uscita mi rivela che é la prima volta che visita il museo.

In questa tappa il nostro punto di riferimento è la  casa di Giovanna, dove in due giorni assaggiamo diversi piatti ucraini come il borsh, kasha, bligny, salumi e formaggi locali e una torta dell'industria pasticciera dove lavora Giovanna.

L'ultima sera, poco prima di partire, ci offre anche una mezza bottiglia di cognac: "Prima di fare un viaggio in treno é meglio berne un bicchiere, riscalda". Salutiamo i suoi figli e ci dirigiamo alla stazione. Mi dice che le sarebbe piaciuto portarmi dai suoi genitori, che vivono in campagna. Perché lì, la vita, é diversa ancora. Ci salutiamo velocemente. Il treno lascia la stazione di Ternopil diretto nella capitale. Nello zaino Giovanna mi ha lasciato un vasetto di marmellata e di salsa di pepe confezionata dalla sua famiglia.  

LE DONNE

  I paesi dell'est vengono spesso associati al turismo sessuale.
Ma ad est capita anche di innamorarsi.
La povertà porta a mercificare la sessualità, non come forma di prostituzione ma come ulteriore possibilità di vita. Ci sono molte donne dell’est che a venticinque anni sono già divorziate e si ritrovano sole con una prole da mantenere, in paesi che non possono assicurare protezioni sociali.
Le ragazze si sposano mediamente tra i diciotto e i ventanni, dopo qualche anno se si separano si ritrovano improvvisamente vecchie e con poche opportunità di rifarsi una vita affettiva. Molte raccontano di essere attratte dagli uomini latini perché sono più ironicidei loro connazionali.

Dicono che gli stranieri hanno più attenzioni verso di loro, si sentono trattate con maggior riguardo. Queste donne oltre ad avere lineamenti molto fini si vestono in modo elegante senza dover seguire i capricci dell’alta moda. 

I rapporti interpersonali non sono sostenuti dallo scontro tra un sesso e l’altro, c’è una accettazione delle differenze e forse la lotta viene accuita dalle difficoltà quotidiane.
Capita di fermarsi per strada e colloquiare con gente del posto come se fosse la cosa più naturale possibile. Questo accade non solo con le ragazze, ma anche con gli uomini e gli anziani,.

Una donna di circa quarantanni con tre figli, un marito scomparso a Mosca da due anni si mise a parlare con me  su una panchina nel viale principale di Odessa, mi ha detto: "Mi piace la mia città, mi piace vivere qui, in Italia mi trovo bene ma qui tutto mi sembra diverso. Anche le ragazze, sono tutte belle, e si aspettano grandi cose, come me le sognavo io alla loro età", questa signora ha vissuto due anni a Torino ed ora è tornata a casa. Ha ragione, le ragazze sono tutte belle. E capita di raccogliere facilmente numeri di telefono, inviti e appuntamenti capita anche di ricevere un rifiuto.

Ma tutto si svolge nel rispetto reciproco, una volta tornato a casa ad una festa a cui ho prestato servizio, ho chiesto ad un ragazza che lavorava al mio fianco cosa faceva nella vita, se lavorava o studiava. Lei si é voltata di scatto e mi ha detto: "Guarda che c'é il mio ragazzo lì dal bancone".
Ecco, ci sono luoghi al mondo, e sono molti, dove le persone possono parlare tra loro. Dove il sesso o le relazioni non vengono vissute come merce di scambio. Dove fare quattro chiacchiere può portare sì ad una notte di sesso, ma non é la regola. Se questo vuol dire "fare un viaggio sessuale", allora sì, quando si viaggia in alcuni
paesi sparsi per il mondo, e solitamente non sono quelli più ricchi, succede di fare sesso, inteso come sano e piacevole stare insieme. Non sono soltanto gli uomini a corteggiare le donne, capita anche il contrario. Non c'é nulla di strano, dovrebbe essere così, é normale. Si nasce per incontrarsi, soffre di solitudine per la paura di non rivelarsi mai, di trattenere tutto dentro di sé.
Molte città turistiche dell'est rischiano la mercificazione sessuale, dense come sono di night club. Ci sono agenzie specializzate nei viaggi di carattere sessuali, dove fanno incontrare ad agiati signori diverse ragazze che in cambio di denaro prestano la loro immagine e il corpo. Altre agenzie invece formano matrimoni a distanza.

Ma non é tutta prostituzione. La si descrive così perché si ha il timore di osservare con profondità un'indole culturale diversa. Dove il sesso e la sessualità non vengono vissute come una specie di baratto o di conquista faticosa. E' un'espressione di piacere e di felicità. Incontrarsi in un locale, per strada, in uno scompartimento del treno o in metropolitana non è probito.
Comprare il sesso e le illusioni dove c'é più povertà è estremamente facile; la prostituzione di lusso in questi luoghi se la possono permettere tutti. Coloro che fanno questi viaggi fingono un’altra vita, raccontando di svolgere compiti di massima responsabilità al lavoro per fare colpo sulle ragazze.
Un italiano in un locale di Yalta ci disse: "Qui sono tutte mignotte, o le paghi o gli offri". E poi ci dispensò altri interessanti teorie sulle donne ucraine.
Lui comprava sesso, cercava coloro che per difficoltà personali o per una scelta consapevole erano intente a mercificare il proprio corpo. L'abbiamo osservato per un po', si capiva benissimo da come si muoveva che era un fallito, lui il sesso doveva comprarlo perché con le donne non ci sapeva proprio fare, tentava di approcciarle come se fossero manichini.
Ma è necessario andare a nascondersi in Ucraina per farlo?

CAPITALE kiev

  Kyev é una città di contrasti. Nelle capitali é frequente vedere come il benessere e la povertà si scontrino in modo marcato.

Ci sono palazzi ristrutturati, dai colori vivaci, al cui interno sembrano cadere a pezzi. Gli ascensori cigolano e sussultano e spesso possono portare un'unica persona.

Ci sono palazzi che sembrano cadere a pezzi, la cui porta di ingresso sembra quella di un magazzino, dentro agli appartamenti finemente ristrutturati ci sono vasche con idromassaggio, televisione satellitare, aria condizionata e finiture di alto pregio.

Nei centri commerciali e nelle stazioni di interscambio della metropolitana si susseguono persone che indossano abiti di marca ad altri con vestiti logori tanto da farli sembrare mendicanti, signore anziane che vendono pochi oggetti stesi su un lenzuolo per arrotondare la magra pensione.

Il monumento alle vittime della guerra in Afghanistan vede una madre sofferente stringere un soldato, il proprio figlio privo di vita. Questa statua é contornata da grandi tavole su cui sono incisi i nomi dei soldati di Kyev caduti in quel conflitto. Dei senza tetto, privi di un adeguato sostentamento economico, usano queste tavole come materasso. Vi si sdraiano sopra e si lasciano cadere nel sonno.

Nelle capitali é come se il divario tra i ceti ricchi e quelli poveri creasse una frattura insanabile, come se le direzioni fossero opposte, da come camminano si capisce che i benestanti staranno sempre meglio e i meno abbienti siano condannati allo stento.

LA LISTA

A Kyev, una sera due ragazze ci invitano in discoteca. Le abbiamo conosciute donando loro due rose. Abbiamo regalato un mazzo di fiori anche alla cameriera, aveva due bellissimi occhi, e dopo il suo turno di lavoro doveva tornare a casa per riposare, ci sembrava la ragazza più interessante all'interno del locale.

All'ingresso della discoteca hanno bloccato le due ragazze all'ingresso. Era una festa privata e che non si poteva entrare ma quando il personale del locale ha intuito che non eravamo dei ragazzi ucraini ma italiani, hanno richiamato le ragazze: "con gli stranieri potete entrare".

"Qui ci svuotano il portafoglio" pensiamo. I prezzi sono sensibilmente più alti, il doppio rispetto gli metà rispetto il paese in cui siamo nati.

 

Kyev é una città di confine. Nata tra le colline che vengono separate dal Dnepr, l’ampio fiume della capitale. Il cuore della città è formato da una croce, il Kreshaktich che si interseca con la piazza dell'indipendenza. Viali larghi si susseguono e si alternano a boschi e colline su cui risiedono palazzi, monumenti, centri sportivi.

Dalla piazza principale partono tre stradine dirette al borgo più antico, che si trova in cima ad un colle e in cui le strade di ciottolato ospitano il mercato turistico.

Kyev non sembra nemmeno la capitale del suo paese. I palazzi sono restaurati e ci sono evidenti segni di modernità. In fondo al Kreshaktich in mezzo al parco un poderoso arcobaleno di metallo segna l'amicizia tra il popolo russo e quello ucraino. Il governo di Kyev ha voluto così rappresentare la ritrovata intesa con Mosca. All'inizio del viale, a circa due chilometri, la statua di Lenin. Negli anni trenta venne premiata come la migliore raffigurazione dell'eroe della rivoluzione. Le statue costruite nel periodo sovietico non guardano mai negli occhi il popolo, i personaggi raffigurati sembrano sempre presi da qualcosa di più importante, da un'attenzione particolare che gli uomini comuni, da terra non possono scorgere. Abbiamo più volte provato ad immaginare cosa guarda il compagno Lenin da quel piedistallo.

I palazzi del Governo ed i Musei, hanno cambiato nome dal 1991, l'anno dell'indipendenz, ma sono eredità del passato. Dove un tempo c'era il museo Lenin ora c'é il museo dello Stato, dove la topografia ineggiava gli eroi della rivoluzione, ora conferisce gli onori a quelli dell'indipendenza. Ovunque ci sono pubblicità elettorali, tra pochi mesi i cittadini ucraini saranno chiamati per scegliere il nuovo presidente della Repubblica. Ventiquattro candidati si affronteranno per avere la meglio.

I palazzi presentano segni del passato, la stella rossa o la falce e martello. In altri luoghi, come nell'illuminazione pubblica sono stati tolti di forza, ci sono ancora tracce del passato. La capitale vuole essere una vetrina d'occidente, anche se guardandosi attorno si avverte una certa discontinuità, nella prima periferia emergono i blocchi residenziali, a nord quelli costruiti negli anni del comunismo, a est quelli recenti. Chi ci vive in quei quartieri non guadagna più di 60-90 euro al mese, in molte cantine di queste residenze ci sono i laboratori di chi vuole arrotondare il salario gestendo il mercato parallelo della vodka, una bottiglia qui si vende per pochi euro, e quelle di contrabbando sono le più economiche.

Nel centro città si ritrova l'occidente, i negozi espongono abiti firmati, marche globali, torna anche il Mc Donalds che deve fare i conti con i fast food ucraini, come il Dva Goosa dove un pranzo costa 14 grivne.

E' uno Stato giovane quello Ucraino, lo si capisce perché ha pochi eroi da celebrare, i politici che finora l'hanno governata non sono entrati nel cuore del popolo. Non ci sono molte statue in giro, oltre a quella di Lenin, sono presenti riconoscimenti agli eroi sportivi, come Sergej Bubka, l'uomo che saltava con l'asta. Anche la Dinamo Kyev ha i suoi eroi, l'allenatore Lobanowsky a cui lo stadio é dedicato é raffigurato su una panchina con un atteggiamento paterno, e poco prima c'é un monumento dedicato ad alcuni giocatori che duranta la seconda guerra mondiale non cedettero ai nazisti, e vennero fucilati. Ci sono diverse versioni di questa storia, alcuni raccontano che furono uccisi perché sconfissero la squadra di calcio d'occupazione, altri invece sostengono che i giocatori fucilati fossero agenti segreti. Probabilmente molte delle statue che ornavano i viali fino a quindici anni fa, hanno fatto riflettere sull'opportunità di aspettare prima di dare giudizi storici, nella piazza dell'indipendenza una statua femminile raffigura la libertà.

Il Dnepr sembra scorrere senza che la città gli dia troppo peso, sfiora il centro e separa i nuovi assembramenti con quelli vecchi. Sull'ansa del fiume le spiagge sono il luogo scelto dagli abitanti di Kyev per passare il fine settimana.

Kyev é una città elegante, si passeggia piacevolmente la sera, i viali si animano e aprono le porte dei locali curati. Alcune signore anziane fanno il giro di questi luoghi con dei mazzi di fiori, sperano di incontrare degli uomini intenzionati a corteggiare qualche donna.

Visitare Kyev senza mettere piede nelle le regioni orientali potrebbe interferire con un giudizio obiettivo sul paese. La capitale ha un tenore di vita più alto, le automobili o lo stato delle strade hanno uno standard occidentale. Un dislivello tra benessere e povertà evidente, come in tutte le capitali del mondo.

PIRATI

A Kyev c’è un mercato pirata di compact disc e programmi per computer. Non sono legali al di fuori della Comunità stati indipendenti.

Al mercato costano 12 grivne, in centro 18 o 20 grivne.

Per contrastare la duplicazione illegale le case discografiche hanno raggiunto una sorta di contratto forfettario per il pagamento dei diritti d'autore. Tutto rigorosamente falso, ma legalizzato dalle industrie che in teoria dovrebbero confezionare il prodotto.

Il mercato si estende per centinaia di metri, ci si può perdere una giornata per visitarlo tutto, volendo si può scegliere anche la qualità della confezione, alcuni cd all'interno hanno i libretti coi testi perfettamente riprodotti.

Ad ogni modo con due o tre euro puoi avere un album, un videogioco e con qualcosa in più l'ultimo programma di software per computer.

ARRANGIARSI

In Ucraina il lavoro non c'é. E' difficile da trovare, per questo in molti se lo inventano.

Nelle situazioni più disparate l'ingegno trionfa sulla forma, e nelle zone in cui sopravvivere non é un passatempo quotidiano, si cercano i modi più disparati per arrangiarsi e crearsi una professione.

Ci sono mestieri nel campo pubblicitario, come gli uomini-sandwich che promuovono eventi, luoghi o aziende che cercano di conquistare una fetta del magro mercato locale.

Agli angoli delle strade gruppi di due o tre ragazzi sembrano essere una trimurti della comunicazione. Legati al collo e ai vestiti, tenuti a penzoloni o nelle mani legati alle corde hanno delle braccia artificiali nella cui estremità sono collegati dei celllulari. Vendono telefonate. Questi venditori fanno dei contratti annuali a prezzo fisso con le diverse compagnie nazionali e forniscono un servizio di telefonia "pubblico" per strada a tariffe molto basse. Pagano una cifra forfettaria annuale e hanno il diritto di telefonare a clienti dello stesso gestore gratuitamente. Così riescono a fare un business, e pure i clienti risparmiano, utilizzare la cabina telefonica pubblica risulterebbe più dispendioso. I giovani solitamente scelgono questa strada per entrare nel mondo degli affari.

Il gentil sesso invece predilige pensare alla cura del corpo. Mettono una sedia per strada, nelle zone del centro o dei mercati dove c'é un viavai di persone. Al loro fianco c'é una bilancia elettrica e per terra una batteria da auto.

Si paga per conoscere il proprio peso, 2 grivne. La bilancia é collegata alla batteria e un display elettronico rileva il peso, mentre un misuratore rivela quanto si è alti.

Le signore più anziane invece preferiscono una bilancia vecchio stile, dove la pesatura avviene manualmente, spostando il peso finché non trova l’equilibrio. Il metodo manuale é meno dispendioso ma più affascinante.

Sono soltanto alcuni esempi dei lavori stagionali che aiutano le famiglie ad arrotondare i magri stipendi o le pensioni,a trovare una forma lavorativa per sopperire alle difficoltà che l'economia ucraina ha incontrato, dopo le varie crisi che hanno steso il paese negli anni novanta.

Ci sono mestieri classici come il venditore di fiori ambulante che fa il giro dei locali o dei ristoranti la sera. E’ frequente che l'uomo regali alla donna un fiore, anche soltanto come gesto di amicizia, i fiori, in tutto l'est europa, sono doni frequenti, gesti di apprezzamento.

I ragazzi e gli appassionati di computer duplicano programmi e compact disc musicali. In Italia un cd costa quanto l'ammontare della pensione mensile di un anziano che vive in un villaggio ucraino. I produttori illegali hanno trovato un accordo per la riproduzione non ufficiale dei compact disc, altri ne realizzano di meno fedeli ma più economiche, qui é giustificato perché non ci si può permettere di pagare la proprietà intellettuale, mancano i soldi.

Per strada i bambini in compagnia dei famigliari improvvisano banchetti con alcuni prodotti, come la vendita dei semi di girasole abbrustoliti. Un sacchetto non ha un prezzo proibitivo, in molti li comprano. Nei marciapiedi capita di vedere per terra dei percorsi di gusci di semi di girasoli, tanto da far venire in mente la storia di Hansel e Gretel. E' un passatempo, si mette il seme in bocca, si rompe il guscio tra i denti e se ne mangia il midollo. Poi si sputa il resto. A fianco delle panchine o negli angoli del mercato sorprende vedere per terra piccoli accatastamenti di gusci, sono i luoghi dove le persone ne attendono altre, e nel mentre per ingannare il tempo masticano un po' di semi.

Le donne anziane vendono sacchetti di plastica o borse di stoffa nei mercati. E' una forma di sostentamento, si pagano pochi copechi per comprarle. E’ una dimensione di solidarietà, nonostante tutti debbano fare i conti con i soldi che spendono. Si può possibile riconoscere chi ha bisogno di un aiuto economico, ognuno cerca di dare quello che ha nonostante in pochi vivano nel benessere. In genere le persone preferiscono utilizzare queste forme di solidarietà sociale piuttosto che cedere all'elemosina. E' preferibile inventarsi un piccolo espediente, un "lavoro" per creare una forma di scambio, di dignità dell'offerta. E non come forma di necessità, il baratto rappresenta una forma di dignità. Forse soltanto chi ha vissuto un periodo della propria vita nella precarietà, nelle difficoltà economiche quotidiane, può capire. Questi lavori spaziano nella dimensione creativa, nell'arte dove l'uomo ha sempre espresso dimensioni inaspettate e sorprendenti. Cercando di migliorare la propria condizione con i pochi strumenti di cui dispone, per tentativi.

IL COLLEZIONISTA

A Kyev un poliziotto ci ferma. Chiede da dove veniamo. Con una certa insistenza percorre la strada insieme a noi, facendoci qualche domanda in inglese. Fa la guardia all'ambasciata inglese, percorre avanti e indietro quella strada diverse volte al giorno.

Inizialmente dubito delle sue intenzioni, penso voglia trovare un modo per chiederci qualcosa. Finché in fondo alla strada ci ferma, "Ecco - penso - ora vorrà qualche soldo per lasciarci andare". Dal suo taschino tira fuori un contenitore in plastica, dentro ci sono diverse monete, ce le fa vedere tutte. Ci chiede se per favore abbiamo qualche moneta italiana. Così gli conseniamo pochi centesimi, quelli che ci sono rimasti. Sembra soddisfatto, alla sua collezione aggiunge qualche euro italiano. Per ricambiare, sceglie una monetina del suo contenitore e ce la regala. Ci dice che é ucraina, un karbovanet. Non vale molto ma per ricordarci di lui gli facciamo una foto di fronte alla piazza in cui si affaccia l'ambasciata britannica.  

CHERNOBYL  CENTRALE FACCIA VISTA

  Tutti coloro che nel 1986 erano bambini hanno un ricordo personale di Chernobyl. Alcuni si ricordano di aver annullato le vacanze e non essere andati al mare, altri di non aver mangiato frutta per un po', altri di aver passato l'estate dentro casa e che grazie a Chernobyl gli è stato regalato un computer con molti videogiochi.

I più giovani ricordano le conseguenze di questa tragedia, non hanno in mente i grafici televisivi del contagio, non potevano a comprendere il significato di quanto era accaduto ma fu la prima volta che incontrarono il sentimento della paura collettiva, un morbo invisibile a cuii bambini erano particolarmente soggetti al contagio.

Non potevamo andare in Ucraina senza entrare nella zona di contaminazione. Questa regione è stata fortemente condizionata da quanto accaduto nella notte tra il 26 e il 27 aprile 1986, tuttora ne risentono le conseguenze economiche, sanitarie e culturali. Chernobyl é un contatto cosciente con la radioattività.

La sera prima, alcuni di noi non nascondono i dubbi e i timori legati agli effetti delle radiazioni, ancora non si sa bene che effetto hanno sull'organismo umano.

Prima di partire abbiamo cercato rassicurazioni contattando scienziati coscienti delle reale portata del rischio o persone che erano state a Chernobyl prima di noi.

Per decine di anni Chernobyl rappresenterà per questo paese una gabbia all'economia, il paese é soffocato da questa contaminazione.

La popolazione che all’epoca non fu stata sufficientemente informata, oggi vive con lo spettro di quell'esplosione, senza aver acquisito maggiore consapevolezza sui rischi del nucleare. Per non cambiar paese e non vivere con l'affanno di qualche malattia in molti si sono messi il cuore in pace pensando che Chernobyl sia stata circoscritta nei 18 chilometri di zona off limits. Come se il volenteroso esercito ucraino fosse in grado di trattenere in quel perimetro la forza evasiva delle radiazioni trasmessa dall'aria, sospinta dal vento, sospesa nelle polveri, diffusa dalle acque, dalle migrazioni animali. Bisognerebbe creare un sarcofago talmente grande da inscatolare anche le falde acquifere, esportare via la terra, la vita.

La radioattività non si percepisce, non é come il fuoco, lo fu soltanto per i pompieri e i primi soccorritori  che sperimentarono sulla propria pelle la micidiale abbronzatura nucleare.

Nell'estremo ovest ucraino le persone parlano di Chernobyl come qualcosa di lontano, difficilmente percettibile: "Si, ricordo che gli sfollati arrivarono fin qui, ma poi tornarono indietro. Non ricordo i nomi delle città che hanno costruito apposta per loro, ora tutto é normale, qui non ci sono radiazioni, siamo lontani". A Kyev, ad un centinaio di chilometri di distanza, la gente ci sconsiglia di andare e arriccia il naso a sentir parlare di Chernobyl. Non capiscono la nostra curiosità, il voler farsi un'idea di quanto é stato provocato in un'intera provincia. Dicono che visitare Chernobyl non é sicuro ma nel frattempo vanno a fare il bagno nel Dniepr, il fiume dove il torrente Prypiat ha scaricato le sue acque radioattive qualche chilometro più a monte. Oppure mangiano il pesce e i funghi che sono stati soggetti alle stesse radiazioni, seppur di minori intensità. Tra l'altro nelle mappe che documentano l'espansione della radioattività, la capitale appare miracolosamente graziata, come se le radiazioni avessero compiuto un salto per riprendere appena dopo Kyev. Considerando la tragedia questa coincidenza appare fortuita, al ritorno nella capitale avremmo voluto possedere un radiometro per misurare il livello di contaminazione.

Siamo partiti con molti dubbi e un sacchetto pieno di bevande portate da casa, il viaggio di andata é silenzioso, come se nessuno di noi avesse qualcosa da dire smarriti come siamo nei nostri pensieri. Ogni piccolo particolare ci insospettisce, ne parliamo al ritorno quando ci chiediamo perchè i fusti degli alberi che costeggiano la strada hanno un doppio colore, bruno alla base e poi rosso accesso fino alla punta. Potrebbe essere una caratteristica della specie e cerchiamo di non farci caso. Si passano villaggi in cui il tempo sembra essersi fermato, ci sono carri trainati da buoi, animali al pascolo ai lati della strada, mercati improvvisati e qualche statua di Lenin ancora al suo posto. I primi segnali del nostro avvicinamento a Chernobyl sono unlento ma costante sfoltimento della presenza umana. Le vivaci comunità intente a fare la spesa lasciano posto ad alcuni gruppi di anziani. A circa trenta-quaranta chilometri dalla centrale compaiono i primi edifici abbandonati, le fabbriche, le linee della tensione che distribuivano l'elettricità sono autostrade deserte. Manca qualcosa, la nostra presenza a Chernobyl è stata contraddistinta dalla totale assenza di odori. Non l'espandersi dell'olezzo dei rifiuti, non il pregnante odore di pesce affumicato, non quello del riscaldamento acceso, o quello delle bancarelle. Anche la natura sembra aver sospeso il suo ciclo. Forse ci siamo lasciati impressionare, ma sembra di entrare in un luogo soggetto ad uno strano ordine temporale, un congelamento improvviso. "In un giorno e una notte la distruzione avvenne", siamo arrivati davanti al primo posto di blocco. Chernobyl.

CHERNOBYL

Non siamo abituati ai posti di blocco. Non quelli militari, con le spranghe, gli avvertimenti e il personale che presiede con i mitra spianati. In le dogane sono quasi estinte, le frontiere sono la cosa più simile ai posti di blocco che ho mai visto.

Per arrivare alla centrale ne dobbiamo passare tre. Bisogna avere un permesso speciale, corredato dai documenti e dal programma della giornata. Il primo si trova a diciotto chilometri dal sarcofago. L’ingresso nel territorio di Chernobyl ci viene indicato da una vecchia insegna, di fianco al nome una stella rossa che domina un atomo.

Passiamo il posto di blocco, si iniziano a vedere alcuni plessi industriali dismessi abbandonati in mezzo ai campi. Passiamo attraverso un bosco cresciuto negli ultimi ventanni, alberi che nascondo in mezzo a case e stalle.

Ci fermiamo. L'autista ci fa segno di entrare nel bosco, alcuni di noi indossano la mascherina. Si cammina sul terreno non sapendo cosa possa comportare questa azione. Visitiamo una piccola casa contadina. I colori pastello dei muri interni sembrano innaturali, come se fossero stati assegnati a quelle pareti già impregnate di una desolazione soffocante. Una casa per bambole in grande formato, all'interno ci sono utensili da cucina, qualche foto, giornali vecchi, l'arredamento è sfasciato. All'esterno c'é qualche giocattolo, delle tazze rotte, segni di insediamenti umani. Come se tutto fosse stato abbandonato in gran fretta e da un momento all'altro nessuno si sia preso la briga di potare gli alberi e togliere le erbacce dal terreno. Questo villaggio di case contadine in nemmeno ventanni é stato inghiottito dalla foresta. Se una persona vi passa di fianco senza sapere che lì dentro c'é qualcosa non noterebbe mai quelle casupole. Annusiamo l'aria, vorremmo percepire la presenza invisibile delle radiazioni.

Arriviamo nella cittadina di Chernobyl, osserviamo i militari che operano nell'area e alcuni civili che lavorano in zona. E’ desolante ma almeno c'é vita. Ci chiediamo come si possa vivere a Chernobyl, difficile dirlo, scopriamo che sono tutti pendolari, la notte dormono a cinquanta chilometri dal mostro addormentato. Fanno a turni, tre giorni di lavoro e quattro di riposo, oppure quattordici giorni di lavoro consecutivo e quattordici di riposo. Chissà se al quattordicesimo giorno iniziano a sentire l'effetto di dell'esposizione prolungata alle radiazioni.

Entriamo nel centro studi di Chernobyl. Conosciamo la nostra guida che parla un ottimo inglese, ci mostra le foto delle zone contaminate. Ci parla dei livelli di radiazione e racconta di come lentamente si stia cercando di ripopolare intere zone contaminate ma a livelli sopportabili dal corpo umano. Partiamo con il radiometro, uno strumento che misura il livello di contaminazione. Davanti alla sede é di circa 0,14, livello considerato nella norma.

Entriamo a contatto con Chernobyl attraverso le sue parole, ci illustra l'invadenza delle radiazioni, percepiamo una certa dose di incoscienza nell'affrontare i chilometri che ci separano dal reattore numero 4. Non riusciamo ad interpretare se sia abituato o rassegnato, ci racconta che a Kyev quelli che hanno paura di visitare Chernobyl non considerano che il fiume Prypiat scarica le sue acque nel Dniepr. A Chernobyl abbiamo dei pozzi ad oltre cinquanta metri di profondità, é la nostra acqua decontaminata. Montiamo in macchina, oltrepassiamo caseggiati, zone industriali, interi paesi ricoperti dalla terra. E' stato fatto per non disperdere i radionucleidi, quella zona - ci spiega - é solita ad incedi estivi e se le case o gli alberi contaminati bruciano, disperdono nell'ambiente un'elevata quantità di residui radioattivi pericolosi. Finché sono sottoterra se ne stanno fermi e non viaggiano nell'aria.

Le autostrade delle linee ad alta tensione si incrociano e convergono tutte in un'unica direzione. Là c'é la centrale.

Ci appare da lontano, seguiamo il corso del canale del Prypiat, le cui acque servivano per il raffreddamento delle barre. Dentro cui venne scaricato di tutto durante l'esplosione e nei giorni a seguire, ora è "isolato" da una lunga protezione in cemento per evitare la confluenza nel Dniepr e contenere il resto delle porcherie in quella "palude" radioattiva. Basterebbe un’ondata di piena per far arrivare le sostanze radioattive depositate sul fondo fino al mar Nero.

Ci fermiamo alla sinistra del canale, da qui si intravedere la ciminiera della centrale. Sulla destra ci sono due grosse costruzioni con delle impalcature, é il reattore numero cinque, quello che stavano portando a termine le squadre di operai in quel remoto 1986. Un altro modello di impianto rispetto quello esploso. Dall'altra parte, sulla sinistra, un cantiere con delle gru. Il nostro accompagnatore ci racconta che é una centrale nucleare in costruzione, affidata ad un general contractor francese, hanno bloccato la costruzione nell’aprile del 2004, ma tutto era già stato approvato. Se si costruisce una nuova centrale a Chernobyl, può anche funzionare male, tanto se c'é qualche perdita non la rileva nessuno.

All’orizzonte scorgiamo il mostro. Nell’aria c'é un'energia impercettibile. Ci chiediamo che potenza ha, come reagisce il nostro organismo e rimaniamo in silenzio provando a percepire qualche segno tangibile dell'esistenza delle radiazioni.

Ci spostiamo ai bordi della strada per fare qualche foto. Sergej, il nostro accompagnatore, ci urla "don't walk on the grass", il radiometro che sul cemento segna 0,98 raggiunge i 3,47 sull'erba. E' la natura ad aver assorbito la radioattività. Ne é pregna più delle mura esterne della centrale.

INODORE

L’automobile si avvicina alla centrale, ci sono installazioni, tubi, cavi che si concentrano in un unico punto e di fronte a noi i quattro reattori. Il primo e il secondo sono dello stesso modello. Visti da lontano possono sembrare fabbriche, non hanno l’aspetto delle centrali nucleari. La macchina volta a destra, lasciamo alle spalle il reattore numero quattro. Percorriamo un viale,  qui ci viene detto di nascondere videocamere e macchine fotografiche è’ l’ingresso del personale, in mezzo è piazzato un busto di Lenin scolpito nel bronzo, a lui era dedicato lo stabilimento di Chernobyl. Sopra l’ingresso due insegne luminose che segnalano il livello di radiazioni presenti in quel punto.

Restiamo fermi in attesa del controllo dei permessi, ci sorprendiamo per il numero di persone che lavorano ai quattro reattori. All’ingresso c’è un viavai di mezzi, gente che entra e che esce da quella facciata lugubre, dal colore cupo che è tipico del cemento quando invecchia. Ripartiamo e percorriamo tutto il perimetro della centrale, notiamo l’incatenarsi di corsi d’acqua artificiali, edifici, costruzioni, cavi elettrici. L’atmosfera sembra aver fatto scendere un velo su questo luogo, come se vi fosse una malinconia diffusa. Si percepisce una strana aria di decadenza, e il silenzio è tale da che sembra di essere in un cimitero, un luogo che rasenta gli aspetti del sacro e per questa ragione provoca timore.

Giriamo intorno al corpo della centrale, passiamo prima davanti ai reattori uno e due che sono dello stesso modello, poi sulla destra vediamo la linea ferroviaria costruita appositamente per trasportare ogni giorno coloro che lavorano in questa zona e hanno le proprie case a cinquanta chilometri da qui. Arriviamo al reattore numero tre, con la sua ciminiera bianca e rossa che sovrasta il tetto della centrale, e qualche metro si erge la parete nord che condivide col reattore numero quattro. Chernobyl è davanti a noi, il sarcofago che contiene l’energia che ha scosso il mondo.  La struttura assomiglia ad una bara, arriviamo di fronte, scendiamo dal nostro mezzo e ci fermiamo a guardare. Giriamo su noi stessi per cercare di capire dove siamo, abbiamo davanti il simbolo tangibile delle radiazioni e proviamo a capire come sia possibile essere abbronzati da questa energia. Non si percepisce nulla, niente di diverso dall’essere a chilometri di distanza. Tranne il silenzio e l’aria che non trasporta alcun odore, poche presenze umane e vari segni tangibili della natura, è come se l’ambiente fosse asettico. Rimaniamo inebetiti di fronte alla rappresentazione stessa di un dramma che indirettamente abbiamo vissuto nel 1986, il timore di quanto accaduto a Chernobyl ha influenzato milioni di esseri umani. Scattiamo moltissime foto, poi entriamo al museo, la sede del centro documentazione sul progetto per la costruzione del nuovo sarcofago che dovrebbe scongiurare l’instabilità di quello attuale. Ben che vada non sarà pronto prima del 2008.  La garanzia di quello attuale è scaduta nel giugno del 2004.

Dopo aver fatto una foto di gruppo davanti alla centrale (come se fossimo davanti ad un monumento, e in un certo qual modo lo è)  ci allontaniamo dal reattore numero quattro, siamo diretti al villaggio di Prypiat, quello in cui abitavano i lavoratori della centrale, ci vivevano oltre quarantacinquemila abitanti.

Prypiat è a pochi chilometri dalla centrale, ora la città è immersa nella vegetazione, gli alberi hanno ricoperto e nascosto le case, gli ingressi, i marciapiedi. Soltanto i condomini si fanno strada oltre il verde finchè si arriva nella piazza principale, attorno alla quale sorgevano un ristorante, la sede del Partito Comunista e del governo locale, un hotel. Tutto appare immobile, hanno definito questa città come la Pompei dei tempi moderni. Il radiometro documenta il livello di radioattivà, in questa zona è molto alto, specialmente vicino al terreno o dentro le case.

E’ particolarmente tragica la storia del parco giochi di Chernobyl. Tutto era pronto per l’inaugurazione che sarebbe dovuta avvenire il 1 maggio del 1986 in occasione della festa del Lavoro, il Partito aveva preparato tutto in grande stile, se non fosse che il 27 aprile i civili vennero evacuati. Questo parco rimane come testimonianza di un futuro rubato alla città e agli abitanti di Prypiat quando ricevettero la più alta scarica radioattiva che la storia dell’umanità abbia mai documentato. La ruota panoramica, gli autoscontri e le altre giostre non sono mai state utilizzate.

Lasciamo Prypiat dopo aver visitato alcuni piani di un condominio abbandonato, qui ci sono segni di vita negli oggetti disfatti, le buche delle lettere arrugginite, le mura impolverate. Per la prima volta sentiamo nell’aria una presenza malsana, forse per paur, percepiamo una polvere diffusa dentro le stanze, la avvertiamo nella gola e giù fino ai polmoni. Ci affrettiamo a visitare le stanze, sembra di essere dentro a un film.

Credevamo di aver passato il punto con l’irradiazione più alta, ma nella via del ritorno verso il centro scientifico ci troviamo in mezzo alla Foresta Rossa.

La Foresta Rossa si trova in linea d’aria di fronte al reattore numero quattro, nel luogo in cui si scatenò l’esplosione e dove si diresse lo scoppio più ingente di grafite e altri materiali radioattivi. Nel giro di poche ore, questa foresta acquisì il colore rosso. Ed ogni forma di vita morì nel giro di poche ore. Questa foresta non passò il natale del 1986, in quanto tutte le piante seccarono. Oggi il terreno della Foresta Rossa è quello più pregno di radionucleidi, qui vengono gli scienziati a rilevare le mutazioni genetiche degli insetti e delle piante, che nel frattempo stanno ricrescendo e prendono linfa da quella radioattività. La nostra auto accellera, arriva ai novanta chilometri orari in una strada dal manto stradale sconnesso. Capiamo immediatamente il motivo, il radiometro si mette a “battere” all’impazzata e le radiazioni segnalate raggiungono livelli altissimi, non conviene starci troppo. Per quindici, venti secondi segna 1,348, meglio non rimanere a piedi su questa strada.  
DOPO PRANZO

Una volta tornati al centro scientifico ci laviamo le mani.  Sergej misura il nostro livello radioattivo, non è al di sopra dei valori di allerta. Non riusciamo ad immaginare con precisione quanto la nostra sia stata incoscienza o se non abbiamo corso alcun pericolo. Ci mettiamo a tavola, all'interno del centro c'é una cucina con la sala da pranzo dove ci siamo soltanto noi, Sergej e l’autista. C'é del pesce fritto, la minestra, la carne, il contorno e dei biscotti. Il tutto si conclude con una tazza di caffé lungo.

Proviamo una strana sensazione, mentre si porta il cibo alla bocca si pensa: "Sto mangiando a Chernobyl, questa la devo raccontare".

Durante il pasto parliamo con il nostro accompagnatore, gli effetti reali della contaminazione e dell'esposizione prolungata alle radiazioni non sono ancora documentati, non si può sapere che reazioni potrà avere la natura o l'uomo di fronte a quanto accaduto e la sfida di ripopolare i dintorni di Chernobyl fa parte di questo interrogativo. Non si può trattenere il materiale radioattivo, i posti di blocco non possono fermare il vento o gli agenti atmosferici, un solo incendio in una zona fortemente contaminata libera nell'aria particelle radioattive che si depositeranno chissà dove.

Il nostro accompagnatore è tranquillo, forse chi lavora in queste condizioni non può far altro che chiudere gli occhi e vederlo come un lavoro normale. A fine pasto lo salutiamo, passiamo due posti di blocco e poi ci inoltriamo in una strada laterale, percorriamo qualche chilometro senza incontrare alcuna presenza umana finché la vegetazione si dirada e un grande prato si apre a fianco della strada. Ci fermiamo e saliamo su un punto di osservazione appositamente realizzato, di fronte a noi ci sono file chilometriche di automezzi, camionette militari, elicotteri, bus, mezzi dei vigili del fuoco. Una rete metallica impedisce l'accesso a questo terreno, gli automezzi sembrano essersi sdraiati per terra, come si fossero rilassati, anche le pale degli elicotteri per l'inedia sono ricurve verso terra, appesantite dall'inattività.

Questo cimitero di automezzi trasmette una certa ansia, ci si domanda quanto siano radioattivi quei metalli. Intanto si alza il vento e percorriamo a piedi quel tratto di strada, fino ad un viottolo di terra battuta che conduce all'ingresso del cimitero. Non ci inoltriamo, abbiamo compreso quanto sia pericoloso camminare sul terreno a Chernobyl é più sicuro il cemento.

Il radiometro é rimasto al centro scientifico e non possiamo misurare il grado di contaminazione, anche il punto di osservazione su cui siamo saliti può essere altamente contaminato.

Iniziano ad emergere i primi dubbi sui radionucleidi, le sostanze disperse nell'aria, l'aver passato diverso tempo in un ambiente radioattivo. Cerchiamo di percepire dei segni tangibili, un particolare senso di stanchezza o altro ancora. Il nostro accompagnatore a tavola aveva scherzato dicendo che la peggiore malattia é la radiofobia, perché qualsiasi malessere che si percepisce lo si riversa su Chernobyl e si rischia di non riuscire più a lavorare.

Mentre arriviamo all'ultimo posto di blocco, una delle due guardie prende un rilevatore e misura il grado di radioattività delle quattro gomme, evidentemente sono nella norma perché ci fanno uscire. Rincontriamo lo stesso paesaggio dell'andata, soltanto che la desolazione diminuisce e facciamo ritorno alla civiltà, alla vita. Proviamo la sensazione di allontanarci dal mostro, é alle nostre spalle ed adesso non siamo più soggetti alla sua forza invisibile. Da quel momento abbiamo iniziato a chiederci cosa ha sentito il nostro corpo a Chernobyl, che reazione può provocare l'esposizione alle radiazioni. Per ironizzare ci siamo messi a cantare alcune canzoni improvvisate sul tema del nucleare. Questo non é servito a  toglierci dei dubbi, avremmo voluto un radiometro con noi per misurare il livello di contaminazione nelle altre città ucraine, per capire quanto i valori "nella norma" siano stati alterati dalla forza sprigionata dal reattore numero 4.

Scavare per terra nel bosco di Prypiat può essere fatale, la grafite radioattiva é sparsa in tutta quell'area, non é stata completamente bonificata e ce ne sono dei brandelli ovunque. Chernobyl assomiglia ad una malattia, alla peste, qualcosa da cui non ci si può difendere e l'unica maniera per proteggersi é aspettare, sperando che passi.  

LUOGHI DI CULTO

  A Kyev c'é una zona sacra famosa in tutto il mondo slavo, quella del Monastero delle Cave. Questo luogo di culto é stato costruito su una collina. In quella di fronte, una grande statua d'acciaio che regge una spada e uno scudo in mano simboleggia la madre patria. Sullo scudo, in rilievo la falce e il martello. Forse non é un caso sia stato costruito proprio a fianco un luogo religioso, da entrambe le parti si chiedeva di credere in qualcosa. In questo colle c'é il museo della guerra ed il monumento agli eroi della seconda guerra mondiale. Attorno a questa statua gigante, c'é una rappresentazione della forza del popolo e la cacciata dei nazisti. Un'altra eredità del comunismo, pregna di fascino. Il dinamismo delle forme ha la stessa energia dinamica di alcune opere futuriste.

Queste che un tempo erano zone sacre, controllate dalla milizia in cui era necessario mantenere il contegno, oggi sono invase dai bambini che salgono sui carri armati e mimano di battaglie senza vittime, sonori colpi di sparo realizzati con la bocca. E' strano soprattutto come questi ultimi siano maggiormente concreti, alcuni bambini si immedesimano a tal punto nella battaglia da non riuscire a controllare alcune gocce di saliva che vanno a colpire il compagno di fronte. Il quale interrompe un attimo la guerra, e con la manica si asciuga. Poi finge di sistemarsi l'elmetto e riprende a sparare.

IL MERCATO SUI BINARI

I treni sono il mezzo più diffuso per gli spostamenti nel vecchio blocco sovietico. Sui vagoni ci si passava dentro interi giorni per raggiungere l'altro lato dell'impero. Per molto tempo fu l'unico mezzo per penetrare l'inverno siberiano e raggiungere parenti o amori lontani.

Ora alcuni stati si sono dichiarati indipendenti, ma i viaggi in treno durano lo stesso decine di ore, a volte anche dei giorni se si vogliono ripercorrere le vecchie rotte.

Una stazione di transito  può rappresentare un'ottima forma di sostentamento per gli abitanti del paese. Se dei treni di media - lunga percorrenza si fermano in queste stazioni durante il giorno, o al calar del sole, lungo i binari si formano mercati informali, in cui donne, anziani e ragazzi si mettono a vendere gli alimenti più disparati.

Si vendono prodotti, raccolti dal proprio orto oppure dagli alberi da frutto disseminati nelle campagne. I prezzi a cui vengono venduti questi beni fanno parte di un altro mercato ancora, un mondo ulteriormente diverso messo a confronto con quello dei prezzi ufficiali.

Una signora anziana ci osserva, il suo sguardo ci impressiona per la profondità, si avvicina con passo claudicante, uno zoppicare cadenzato a causa di un problema alla gamba sinistra, si aiuta con l'ausilio di un bastone. Nella mano tiene due borsine di plastica con delle mele dentro. Ci offre quindici mele, piccole e con alcuni brufoli neri sulla buccia. Sono mele di campo, raccolte direttamente dalla pianta. Non sono perfette come le mele che si acquistano al supermercato. Quindici mele costano una grivna.

Le compriamo più che per il desiderio di mangiare una mela, per la delicata bellezza di questa anziana signora. Avvolta nei suoi vestiti e con il foulard che le copre il capo, ci ringrazia con un ampio sorrisoci dice qualcosa nella sua lingua, probabilmente ci racconta la storia di quelle quindici piccole mele. Una grivna. Per fare un euro ce ne vogliono sei e qualcosa.

In un primo momento non é facile iniziare a comprare in questi mercati ambulanti. In un primo momento li si osserva con un certo pudore. Si rimane coinvolti dal flusso di venditori che camminano lungo i binari con la merce tenutra tra le mani, in sacchetti, chiusa in contenitori termini improvvisati o dentro carrozzine per bambini invase da frutta e panini.

Ci sono dolci tipici, fritture, pane, pesci affumicati, semi di girasole... Si vende qualsiasi cosa. In alcune città, dove sostano i grandi convogli che viaggeranno migliaia di chilometri ci sono mercati specializzati. Nella transiberiana, una delle prime stazioni dopo Mosca, ferma in una cittadina con uno stabilimento produttivo di vetro e porcellana. In questa stazione lampadari, bicchieri e vasellame sostituiscono i beni di consumo, niente cibo ma prodotti vetriari. Mani al cielo che stringono oggetti che vengono decantati con un incessante cicalare sui prezzi.

I più sono anziani o ragazzi che provano ad inserirsi nel mecato, a volte fruttuoso, alcuni giorni invece sono costretti a rimanere fino a notte fonda, sperando che un convoglio si fermi e scenda qualcuno a comprare qualcosa.

Quando il treno lascia la stazione, il mercato sembra addormentarsi, il frenetico ritmo dettato da voci che evidenziano la qualità del prodotto, il passo veloce che percorre i binari dal primo all'ultimo vagone, improvvisamente si ferma. La gente si riunisce e si siede sulle panchine, si appoggia ai muretti. I più giovani si sdraiano per terra. Guardano il treno partire, loro rimangono ad attendere il prossimo. Lo sguardo di alcuni venditori rimarca la soddisfazione per le vendite effettuate, altri fanno un sospiro e guardano il convoglio proseguire nel suo viaggio, sembrano tradire un moto di commozione, l'ennesima opportunità che abbandona la loro strada.  

DINAMO

  Una sera io e Andrea andiamo allo stadio. Il Lobanowsky palace di Kyev. Gioca la Dinamo contro una squadra turca.

Entriamo a partita iniziata, troviamo posto nel nostro settore senza grossi problemi. Ci incuriosisce osservare quante donne siano venute alla partita, sembrano coinvolte dalla squadra della loro città. Io la Dinamo Kyev me la ricordo bene, perché quando i russi erano cattivi e comunisti giocavano nella Coppa dei Campioni, e i volti dei giocatori sembravano di ghiaccio. Ora nella Dinamo ci sono alcuni giocatori di colore, anche un italo-argentino.

La Dinamo Kyev perde due a uno contro la squadra turca. Alla fine usciamo dal parterre e passiamo proprio di fianco alla zona dove ci sono i tifosi turchi. Alcuni vivono a Kyev e vendono il Kebab, altri sono arrivati in pullman o in aereo per tifare la propria squadra. Gli ospiti festeggiano, i tifosi locali gli passano davanti con pacatezza. Li osservano, e alcuni con la sciarpa della Dinamo avvolta intorno al collo, allungano la mano. Così tra i tifosi della squadra locale e quella ospite ci si scambia una stretta di mano. La vittoria, i turchi, se la sono meritata. La Dinamo non é più quella di una volta.  

RICORDI D’INFANZIA  

Fino a sei anni non avevo il telefono in casa. Mia nonna andava all’ufficio centrale della Sip per telefonare al figlio che viveva in Svizzera.

Un giorno, durante la mia festa di compleanno, un compagno di scuola mi chiese dov’era il telefono. Gli dissi che non avevamo il telefono, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Ricordo la reazione, si mise a ridere e a gridare che io non avevo il telefono.

Per me non era una necessità averlo, non ci serviva, se c’era bisogno si usciva di casa e si chiamava da quello pubblico.

Quando si visitano zone povere, capita di cadere nell’errore di commiserare coloro che non posseggono quanto noi diamo per scontato avere, ai nostri occhi alcuni bisogni rappresentano delle necessità.

I vestiti alla moda, il modello di un autovettura, l’arredamento di casa o anche lo stato delle strade  sono caratteristiche che in alcuni paesi provocano scoramento in colui che è di passaggio, forse perché abituato a vivere in un luogo dove scorre molta ricchezza. Ciò che manca rappresenta in modo tangibile la povertà.

Un televisore che smette di funzionare in Ucraina può diventare un ottimo piedistallo, per creare un tavolino ad esempio. Ad occhi abituati a schermi a cristalli liquidi e con diversi accorgimenti tecnici quest’immagine è segno di una miseria dichiarata. Anche il modello di televisore, risalente agli anni settanta, senza telecomando porta a riflettere su quanti oggetti vengono demoliti senza utilizzarli a dovere. Tutto però cambia se si considera che in alcuni paesi la televisione viene accesa due o tre volte alla settimana, non è un oggetto necessario.

Probabilmente sono anche simboli di povertà, se vi fosse un’economia capace di far nascere altri bisogni, col tempo anche questi luoghi  si adattarebbero alle necessità della società dei consumi. Al giorno d’oggi in Italia chi non possiede un conto corrente in banca e il bancomat viene guardato di traverso, come se fosse impossibile vivere senza. Per questa ragione succede che alcuni viaggiatori abbiano l’abitudine di osservare la povertà, dimenticando di prestare attenzione al maggior livello di dignità. Le azioni acquisiscono altri significati con lo spostarsi dei chilometri., in molti luoghi si presta attenzione ad altro.

Non è facile accettare il decadimento di alcuni palazzi, il disfacimento di interi quartieri o l’abbandono evidente di strade o villaggi interi. Nasce l’incapacità di intuire le motivazioni che stanno dietro le incurie, che generano mostri con un fascino particolare. Si legge chiaramente in queste strutture, e lo si respira negli interni, quanto sia stata folle la mente che ha immaginato agglomerati di questo genere, come alberghi con migliaia di stanze costruiti a ridosso di palazzi storici o luoghi di interesse paesaggistico. Si percepisce che questi fantasmi, vere e proprie cattedrali nel deserto non abbandonate dagli uomini ma dalla decenza, fanno parte di un’epoca passata, di una programmazione sociale che non appartiene ai nostri tempi.

Siamo arrivati in Ucraina con la stessa presunzione di quel bambino che a casa mia quando seppe che non avevo il telefono si mise a ridere. Le prime impressioni sono sempre superficiali, ed allora ci si ritrova a prendere in giro un uomo con un vestito di inizio secolo, una casa tenuta in piedi con impalcature in legno marcio, un tavolo costruito con assi di compensato tagliate malamente, un automobile Moscovich o un pullman degli anni sessanta che fatica a superare i venti chilometri all’ora. Lo stesso mercato, basato su regole igieniche che non rispettano gli standard europei, venditori occasionali senza licenza, vecchiette che offrono del latte di mucca travasato in bottiglie di plastica della Coca Cola, i banchetti ambulanti che distribuiscono lo Kvas.

Questa è la povertà che appare immediatamente ai nostri occhi, la cultura in cui siamo cresciuti da per scontato il raggiungimento di determinati standard qualitativi, li chiamano così. Ho visto per la prima volta in vita mia macellare un animale nel mercato di Lviv, le nostre costrizioni igieniche non lo permetterebbero. Là è normale, come lo era per me fino a qualche anno fa non possedere un telefono, non ne sentivo il bisogno.

Quando ci si abitua a vivere un’esperienza di viaggio nel pullman di linea o in una vecchia Zigulì color panna, accade improvvisamente che si inizia ad osservare tutto ciò con altri canoni estetici, si scopre la dignità e la cura con cui “la povertà” è rappresentata e fa parte del quotidiano di un popolo senza che se ne debba vergognare. Forse la vergogna è stata nostra, quando abbiamo iniziato ad intuire che quanto che credevamo essere un segno tangibile di povertà, possedesse un decoro raro. Nessuno ha mai avuto il timore di porci di fronte a queste privazioni, al le condizioni strutturali degli edifici o con le diverse regole igieniche all’interno di un mercato. Anche se molti si rendono conto che ai nostri occhi quella è povertà. Non è ricchezza ma potremmo utilizzare altre definizioni, “lo stento” quotidiano per garantire pane e futuro ai figli, e non per regalare un fuoristrada o dirigenze d’azienda. Forse tra qualche anno giovani di tutto il mondo verranno in Ucraina in estate perché sarà diventata la capitale del divertimento e della notte, non ne ho idea. In tal caso gli ucraini avranno meno ansie, non saranno costrette a scelte radicali per necessità. Ma certamente acquisiranno un altro sguardo e perderanno in semplicità.

  Ricordo, da bambino, che mi sono sentito in imbarazzo quando il mio amico si mise a strillare come un pazzo “Gianluca non ha il telefono!”. Avevo paura fosse malato. Non capivo che male c’era a non avere il telefono, ma in un qualche modo sentii pendere il suo giudizio, un po’ mi faceva pena, perché invece di giocare, o di venire a fare le costruzioni, continuava a girare per la casa urlando quella cosa, come se fosse importante.

A volte è salutare fare quattro chiacchiere con uno straniero e farsi raccontare come è la vita nel suo paese, si scoprono altri luoghi diversi da quelli che siamo abituati a vedere nei film. Subito si prova un po’ di disagio, perché si pensa a quanto noi possediamo e quanto siamo fortunati. Ma poi, alla fine del discorso, più o meno sento sempre la solita frase detta con una semplicità imbarazzante: “Si, siamo poveri, ma quando c’è la salute in tutta la famiglia, siamo felici”. Qualche tempo fa i giornali scrissero che i forni a legna per cuocere le pizze sarebbero stati sostituiti perché non rispettavano gli standard igienici.  

SUL MAR NERO  

A Yalta facciamo amicizia un gruppo di ragazze. Sono maestre per l'infanzia nell'Ucraina centrale. In Crimea accompagnano un gruppo di bambini, una colonia.

La sera, dopo le dieci, escono con noi. Alcune sono molto provate dal lavoro, ma si trovano bene e ci portano a vedere questa città il cui nome é celebre nei libri di storia.

Ci consigliano i posti da frequentare e quelli da evitare, ci raccontano dei dintorni di Yalta e di quanto c'é di interessante da visitare in Crimea.

L'ultima sera che usciamo insieme, vogliono farci vedere la spiaggia e i locali frequentati dai giovani ucraini che si affacciano sul mare, all'aperto.

Mentre siamo sdraiati sulla spiaggia di sassi, una ragazza si alza e sparisce per dieci minuti. Si chiama Tania, quando torna ha una bottiglia di spumante russo in mano. E' andata in un qualche bar a comprarla, ha anche i bicchieri di plastica per tutti.

Sembra strano brindare con dello spumante russo insieme a loro in riva al mar Nero, ancora di più lo è, salutarsi.  

YALTA

  Yalta é posta in un'insenatura incastonata tra i monti della Crimea che sembrano lanciarsi nel mar Nero. Le acque la penetrano a ventaglio, e lungo la sua costa c'é la prospettiva su cui passeggiano migliaia di persone durante le sere d'estate. Il lungomare é occasione di incontri, festa o riposo. Nel viavai frenetico che va da maggio a settembre c'é il desiderio di condividere la notte e poterla rappresentare nelle sue innumerevoli forme.

La strada che da Simferopol porta a Yalta sembra essere un ricettacolo di turismo, ci sono venditori ambulanti di bellissime cipolle rosse coltivate nei declivi della Crimea, coloro che affittano appartamenti per vacanza sono segnalati da cartelloni scritti a mano posti su delle automobili parcheggiate ai lati della strada.

A prima vista Yalta si rivela come un agglomerato di megaliti di cemento i cui lavori non sono stati portati a termine. Scheletri grigi che rivelano un'architettura invasiva di stampo sovietico. Una serie di strutture si frappongono tra le colline boschive e il mar Nero, tanto da rendere affascinante immaginarsi le prospettive di coloro che hanno ideato questi mostri di acciaio e cemento. Come l'hotel Yalta, vecchia struttura Intourist. Fa uno strano effetto, quando si arriva, alzare lo sguardo e scorgere la struttura, una fila interminabile di blocchi di cemento che segnano il confine tra una camera e l'altra nelle decine di piani interposti uno sopra l'altro, uno schema ripetuto apparentemente senza fine.

Alle undici di mattino é overbooking, esaurita. Dobbiamo attendere le 14 perché si liberino due delle oltre milleduecento stanze. L'hotel più che una struttura ricettiva per i turisti, sembra una città, un centro commerciale per famiglie aperto ventiquattrore al giorno. C’è il salone per la prima colazione, fino al negozio di frutta e verdura, dai ristoranti etnici alla sala da ballo, dalla sauna posta al terzo piano alla piscina che é incastrata tra un delfinarium e un edificio abbandonato, quella che sarebbe dovuta diventare l'ala est dell'hotel Yalta.

La Crimea, Yalta in particolare, era uno dei luoghi preferiti per la villeggiatura in epoca sovietica, arrivavano da qui a prendere il sole interi carghi aerei provenienti dalle capitali del nord.

Dall'hotel Yalta attraverso il lungo mare si raggiunge il centro, in questo percorso si susseguono bar, pub e ristoranti aperti fino a tarda sera, ogni tanto ci si imbatte in qualche ambulante che vende del pesce alla griglia. Anche gli Ucraini che se lo possono permettere vengono a Yalta per turismo, le spiagge di ciottolato sono suddivise da blocchi di cemento su cui sono poste strutture ristorative. L'ingresso ad ogni spiaggia é a pagamento. Vicino al centro, nei pressi del porto, ci sono anche le spiagge pubbliche ma sono stipate di gente già dopo le prime luci del mattino. Parallela alla spiaggia corre il boulevard, in tutte le ore del giorno c’è un frenetico viavai di gente che si confonde tra i mercatini, gli spazi dedicati alla pittura e alle caricature, i negozietti di souvenir o tra i venditori di palloncini a forma di cuore. Sembra di essere a Rimini, non l’odierna ma quella a cavallo degli anni sessanta e settanta, un ambiente non pregno di sfarzo ma dignitoso. Yalta ha alcuni fiumiciattoli che la attraversano, il centro è formato da piccole case, al cui pianterreno si trovano negozi e ristorantini di ogni genere. Ogni tanto una discoteca o un casinò in stile occidentale rivelano la presenza di una clientela internazionale abituata a certi standard. Basta allontanarsi dal boulevard per scovare luoghi economici, in cui l'austerità prevale. Yalta non ha ancora subito una occidentalizzazione, se non nel suo centro nevralgico. Anche se risulta impossibile cancellare i segni del tempo, il giorno di ferragosto due palcoscenici con esibizioni di gruppi dance e una nave militare museo animano la piazza principale, posta di fronte al molo. Nel retro del palco principale spunta la statua di Lenin, che guarda sdegnato dall'altra parte ma con un occhio sbircia la gente incuriosito un po' dal rumore e dagli abiti variopinti.

Passare le vacanze a Yalta é un lusso che non tutti possono concedersi. Molti universitari del nord-ovest non sono mai usciti dall'Ucraina, una buona percentuale di loro non è arrivata nemmeno qui, per molti è già un viaggio uscire dai confini dal proprio distretto regionale. A Yalta il costo della vita è sensibilmente più alto, un sacchettino di semi di girasole costa mezza grivna, lo kvas costa quasi due grivna a bicchiere, 1 palloncino a forma di cuore 5 grivne. Un pranzo di cucina georgiana al ristorante "Tbilisi"  130 grivne, a base di pesce in centro 160 grivne. Poi ci si sposta di un chilometro dal centro e un pranzo completo con caffé, in un piccolo ristorante affacciato sul mare lo si paga 20 grivne. Bisogna prestare più attenzione, se non ci si può permettere di spendere i soldi, la vita qui per coloro che in Ucraina hanno un lavoro normale, risulta cara.

Alla sera ci si affaccia sul Mar Nero, il vento sferza contro la città di Yalta e quasi non ci si accorge di essere qui, a migliaia di chilometri da casa. Gli spostamenti e il continuo movimento sembrano oramai parte del nostro quotidiano. Poi, di ritorno, si apre l'atlante e quasi ci si meraviglierà di questa terra, con un nome che ritorna spesso nei libri di storia.  

BUNKER D’ESTATE

  Il palazzo Livadia si trova a Yalta, nell'estremità occidentale della città. Facciamo il biglietto e ci mettiamo in fila per entrare. All'interno ci sono gli oggetti e gli immobili che videro i protagonisti del congresso di Yalta confrontarsi sui destini del mondo.

A dire il vero Yalta fu l'ultimo atto distensivo tra coloro che furono alleati per sconfiggere l'Asse. Gli intenti sembravano voler condurre il mondo verso una maggiore stabilità, la guerra fredda non era ancora una certezza. Lo si può rilevare anche dalle foto di Churchill, Roosvelt e Stalin, dal rigore degli interni privi di un eccesso di sfarzo. Eleganti ma non opulenti.

Ci sono le sedie, i tavoli, i giornali d'epoca. E' sorprendente che dentro al museo vi siano diversi negozi con souvenir ucraini e russi. Nemmeno una cartolina o un libro su Livadia e sulla storia dei protagonisti. Forse é stato un evento talmente importante per questa città che non si vuole confondere la Storia con il business.

Uscendo vogliamo dirigerci verso il centro a piedi, ma siamo su un colle, scopriamo che esistono degli ascensori che penetrano nella terra e attraverso dei lunghi tunnel conducono di fronte al mare. Percorriamo questi sentieri scavati all'interno delle rocce, alcuni di marmo, altri con piastrelle bianche. Il dislivello é molto ed é un sistema per far arrivare i signori anziani o le persone pigre direttamente sulla spiaggia senza fare fatica.

Sembrano rifugi atomici, luoghi segreti. O li immaginiamo tali. Un po' di esotismo dopo la visita di Palazzo Livadia é naturale.

GUIDA TURISTICA

Tra Yalta e Sebastopoli, cerchiamo un taxi privato. Sono automobili modello Zigulì, Moskoskaya o Lada. Appartengono a privati cittadini, signori che arrotondano la pensione con un servizio taxi a buon mercato.

L’autista che ci accompagna é disponibile a viaggiare per centottanta chilometri per 200 grivne.

Accettiamo. Durante il tragitto, anche se non parla inglese, ci mostra i punti turistici di maggior interesse, come il capo Al-Petry, una montagna alta e rocciosa che sovrasta il mar Nero. O le Dacie dei vecchi segretari del Pcus, quella di Gorbaciov si trova a trenta chilometri da Sebastopoli. Questo signore nutre una certa simpatia nei nostri confronti e si ferma a mostrarci i mausolei dedicati agli eroi delle due battaglie di Sebastopoli, la guerra di Crimea e la strenua difesa del suolo russo durante la seconda guerra mondiale.

Giunti a Sebastopoli gli abbiamo fatto una foto ricordo davanti la sua auto, lo abbiamo pagato e con un sorriso ci ha fatto intendere che per lui sono molti soldi, una parte l'avrebbe utilizzata per trovare una donna che lo amasse, se non per la vita anche una notte soltanto.

FEDE

La religione in Ucraina si radica sul nazionalismo. La chiesa Uniate, tornata alla legalità soltanto negli anni ottanta, nel corso degli anni novanta ha più volte minacciato il Vaticano di volersi rendere indipendente e strutturarsi come chiesa nazionale.

La chiesa uniate è di rito greco riconosce il Pontefice di Roma come suo capo spirituale. L’Ucraina è il passaggio religioso tra il mondo cattolico-protestante e quello ortodosso. I sacerdoti uniati sono gli unici, all’interno della chiesa cattolica, che si possono sposare.

In Ucraina anche la chiesa Ortodossa ha subito differenti scissioni, c’è la chiesa ortodossa Ucraina Patriarcato di Mosca, che è parte della chiesa Ortodossa Russa e la più antica per tradizioni. La Chiesa ortodossa Ucraina Patriarcato di Kyev, diretta dall’ex metropolita di kyev e Galizia, scomunicato dal Patriarcato di Mosca per attività scismica e comportamento immorale. Sfidò alla guida della chiesa Ortodossa il Pope Alessio II. La chiesa ortodossa Ucraina Autocefala fu attiva soprattutto al di fuori dei confini nazionali in funzione anti-sovietica e anti-russa.

La Chiesa Ortodossa è fondata su antiche norme culturali, canoniche e dogmatiche più intransigenti rispetto alle altre chiese cristiane, e a differenza del cattolicesimo non può fare proselitismo.

PIZZA CELENTANO  
Celentano é un’istituzione in Ucraina. C'é una catena di pizzerie che porta il suo nome. Sul menù si scelgono gli ingredienti e il personale condisce la base della pizza anche una con dodici gusti. Non assomiglia alla pizza italiana e in diversi la chiedono con ananas e olive.

A Sebastopoli una sera al parco abbiamo provato a cantare. C'era un banco con il karaoke. Alcuni di noi hanno chiesto l'elenco delle canzoni e abbiamo scelto un brano di Celentano. Mentre cantavamo "Susanna", una ragazza si é messa a parlare in inglese con uno di noi e gli ha chisto: "Ma anche in Turchia conoscete Celentano?".

NON C’E’ PIU’ IL TEATRO

A Sebastopoli una signora ci ferma per strada. Ha sentito che parliamo italiano. In un russo reso comprensibile dalla mimica delle sue mani, ci racconta che ama il teatro, che vorrebbe venire in Italia a vedere uno spettacolo. Che ama le opere liriche. Ci elenca una serie di spettacoli che non siamo in grado di tradurre nella nostra lingua. Tempo fa anche a Sebastopoli c'era un cartellone teatrale di tutto rispetto. Ci saluta con un sorriso aperto, é contenta di aver incontrato degli italiani, dei turisti. Tanto che i suoi denti d'oro brillano al sole e la fanno sembrare ancor più vecchia.  

SEBASTOPOL  

A Sebastopoli ci sentiamo stranieri. Ci accorgiamo che in pochi sono abituati a vedere dei turisti. E’ soltanto dal 1996 che la città é stata "liberata" dal vincolo militare, prima nessun turista ha potuto mettere piede in questa città se non si vogliono considerare "in vacanza" le armate tedesche che la conquistarono nel corso della seconda guerra mondiale. Sebastopoli é nei libri di storia per una delle grandi battaglie della guerra di Crimea, sull'altura più alta della città, all'interno del Panorama un monumentale affresco circolare documenta le fasi salienti di quel conflitto.

A Sebastopoli capita di incontrare i militari con indosso la vecchia simbologia sovietica, e scorgere all'orizzonte in riva al Mar Nero si vedono sfilare le navi da guerra della flotta russa.

Nel 1999 l'Ucraina ha firmato un trattato per affittare la base militare di Sevastopol per ventanni alla Russia, il contratto prevede la quasi totale copertura del debito del petrolio che il governo di Kyev aveva maturato nei confronti di Mosca.

Ci incuriosisce questa atmosfera , la maggior parte della popolazione parla russo e la sera i giovani si riversano lungo le coste della città, sullo sfondo spuntano i monumenti dell'era sovietica, e nel loro livore statico appaiono come opere di design architettonico. Dietro ad una spiaggia affollata di gente in costume si ergono due marinai di metallo che indicano in modo fiero l'orizzonte e minacciano qualsiasi nemico voglia tentare la conquista di Sebastopoli dal mare. Vicino ai chioschi estivi sorge un lungo obelisco su cui é posta una stella rossa.

Segni distintivi di un passato, che ora rappresentano il dominio russo.

L'atmosfera della città ci spinge a visitare il luna park, saliamo sulla ruota panoramica e su altri giochi per bambini, le attrazioni costano da 1 a 4 grivne, sembrano un po' instabili e traballanti ma sono molto frequentate e dipinte con colori sgargianti.

Sebastopoli quasi non sembra una città, é un luogo che offre alcune particolarità, lo si trova insolitamente piacevole.

Su internet prima di partire abbiamo ricercato alcune informazioni, scopriamo che alcuni degli avvistamenti Ufo più significativi sono avvenuti di fronte al porto di Sebastopoli. Nei fondali sono state ritrovate delle piramidi sotterranee, prova inconfutabile di passaggi alieni. Così per strada fermiamo qualche giovane ed in inglese gli chiediamo se a Sebastopoli sia mai stato testimone di avvistamenti di navicelle extraterrestri. Nessuno sembra essserne a conoscenza, non ci rimane che tornare in hotel con il naso all'insù, sperando di poter incontrare con gli occhi qualche luce strana, una leggenda comune ai luoghi dove la metà della popolazione indossa una divisa.

IL MASSAGGIATORE  
Nella zona portuale di Sebastopoli un signore di circa quarantanni ci ferma. Si chiama Vladimir e fa il massaggiatore. Indossa dei pantaloncini corti color sabbia, uno strano cappello dello stesso colore e un paio di sandali. Quando trova un cliente lo fa sedere sulla scalinata a ridosso del mare e inizia a fare un massaggio alla schiena che dura un quarto d'ora. I clienti, seduti di fronte al mare, sembrano essere scossi dalle mani vigorose di Vladimir. Lui, un uomo con la pancia prominente, fornisce al cliente alcune indicazioni su come trattare le eventuali zone infiammate.

Quando il massaggio ha termine, ci si riveste e Vladimir racconta qualcosa di sé, domanda al cliente come si chiama e da dove viene. Vladimir saluta con una stretta di mano.

TOVARISH

Ci troviamo nel lungomare di Sebastopoli, stiamo cercando di raggiungere i monumenti realizzati durante l'Unione Sovietica per ricordare l'assalto tedesco alla città. Un signore che indossa abiti che risaltano un certo rigore, avrà trentacinque anni, sostiene che siamo in Russia. Si presenta, era un militare della Flotta Sovietica. Lui é arrivato a Sebastopoli perché è la sede dell'armata marina Russa. Da lontano vediamo scorrere una nave con dei radar e nelle vicinanze un sottomarino. Gli chiedo dove si trova la Russia e dove si trova l'Ucraina. Lui ha un gesto di stizza, mi guarda con fare deciiso e mi dice "Questa é tutta Russia, l'Ucraina non esiste". Gli chiedo dove si trova il governo russo e quello ucraino, la città é divisa in due. Lui mi indica quello russo. Vedendo che insisto, mi indica il palazzo ucraino e aggiunge: "Quello non é importante".

Rimango coinvolto dal suo ostracismo, dal suo irremovibile convincimento. E' stato un militare, ed ha avuto una fede. Nonostante i suoi modi siano un po' duri, sento di potermi fidare di questo signore che alza un po' il gomito per dimenticare che non si sente parte del presente.

Quando ce ne andiamo, alza il pugno in cielo e ci saluta dicendo: "Tovarisch".  

ODESSA

  Odessa sembra una nazione a parte. Qui si riscontrano condizioni diverse rispetto alle altre città.

Il nome di questa città propone un passato esotico, un brulicare di passaggi e casualità, come se questo luogo sia stato designato per essere un transito obbligato della storia.

Prima di partire un amico ci ha scritto un messaggio di augurio: "Ricordatevi che ad Odessa, Garibaldi maturò la convinzione di voler diventare un eroe". Ad Odessa un signore con un italiano zoppicante ci ha raccontato che Garibaldi venne ad Odessa per curarsi la gamba.

Eduardo di Capua musicò qui "'O sole mio". Ad Odessa doveva giungere il treno con a bordo Primo Levi e gli altri deportati prima di tornare in Italia ma "l'odissea" fece cambiare loro tragitto dopo una sosta a Leopoli.

Puskin e Gogol scrissero in questo stesso luogo le loro opere fondamentali. Ad Odessa si separarono i genitori di Kandinsky.

E' impensabile visitare Odessa senza discendere la celebre scalinata della Corrazzata Potemkin che ora si affaccia su un elegante hotel posto in mezzo al possente molo della città.

La città é famosa per il suo mercato, si dice che in Europa sia secondo solo a quello di Istanbul.

C’è anche un sito dedicato ai turisti, Arcadia. E' una zona posta a sud-est rispetto al centro storico dove una serie di locali, discoteche e ristoranti animano le notti estive dei turisti. Ci si ritrovano turchi, rumeni, ucraini, russi, polacchi. Arrivano turisti da ogni parte d'Europa, trovano una città ricca di attrattive e capace di fornirgli una dimensione "occidentale" del divertimento, un parco giochi della notte.

Il turismo é organizzato, sulla strada principale del centro storico si affacciano boutique di alta moda, ristoranti eleganti, fast food, il mercato per turisti e ambulanti che cercano di rifilare dei souvenir di importazioneai passanti.

Questa propensione al commercio che in passato la pose al pari di Genova, viene confermata dalle dimensioni del mercato, delle strutture coperte in muratura separono lo spazio riservato al commercio del pesce da quelle della carne di maiale e così via con i venditori di miele e quelli di latticini che condividono il medesimo edificio. Migliaia di bancarelle si appoggiano alle mure esterne del mercato, per vendere alcuni prodotti, anche usati. Il dedalo di passaggi e stradine del mercato é fitto, i mercanti occupano anche lo spazio aereo, esponendo la merce a pericolose peripezie.

Fuori dal mercato c'é una casa abbandonata in cui fanno capolino alcuni senzatetto, é la prima volta che in questo paese tocchiamo una povertà che ricorda le grandi capitali europee, barboni che si lasciano andare appoggiati a terra, addormentati con metà del corpo disteso sul marciapiede e l'altra per strada. Un'odore di piscio e di escrementi che annebbia un po' il nostro viaggio. In una città che sembra essere toccata dal commercio e dal turismo incontriamo una forma di povertà comune all'occidente, forse la più violenta di cui siamo testimoni nel nostro viaggio. Come se qui vi siano sacche che altrove riescono a trovare una protezione presso le famiglie o con aiuti pubblici. Questo stato di abbandono ci avvicina al ritorno, queste sono le forme di povertà a cui siamo abituati e hanno poco a che fare con il mantenimento della dignità individuale. Ci rendiamo conto che Giovanna, alcuni suoi famigliari e molte delle persone che abbiamo incontrato se non avessero intrapreso il viaggio per l’Italia forse oggi dovrebbero fare i conti con la miseria. In questo paese abbiamo incontrato famiglie capaci di solidarietà, di un mutuo soccorso fatto di legami solidi, per difendersi dalle condizioni avverse.

Negli anni novanta i governi che si sono succeduti hanno deluso fortemente la popolazione ucraina, spesso gli stipendi e i salari non venivano pagati per mesi, le pensioni sembravano essere sparite e l'acqua, il gas, l'energia elettrica venivano a mancare di continuo. Qui le difficoltà economiche e umane le hanno avvertite tutti e lo spettro di una povertà lo hanno quasi tutti sentito bussare alla porta di casa. Ma le scelte radicali di molte madri e altrettanti padri, la solidarietà e gli aiuti per le famiglie, hanno finora scongiurato questa condizione. L'economia di molte famiglie, ed il sostentamento di molti anziani, si basa proprio sulla malinconia, sul rinunciare ad una propria parte di vita, per come la si intende, nella speranza di poterla recuperare in futuro.

LA CONTRAVVENZIONE

Ad Odessa ci ferma una coppia di poliziotti. Le loro intenzioni sono chiare, vogliono constatare un'irregolarità. Ci perquisiscono come se avessimo compiuto un reato, ci fanno svuotare le tasche spulciando nei portafogli per verificare quante grivne avevamo con noi.

Dopo una serie interminabile di finte telefonate, di discussioni in diverse lingue, finiscono col darci cinquanta grivne di multa a testa. Vogliamo una ricevuta. Tirano fuori un modulo e lo compilano.

Al ritorno in Italia chiediamo ad un ucraino che era seduto al nostro fianco, di leggere cosa c'era scritto sulla ricevuta, gli spieghiamo che é una multa presa dalla polizia di Odessa.

La guarda, scuote la testa e dice che non c'é scritto nulla, che quella ricevuta non vale nulla. Che la milizia disonora il suo paese, ci hanno rubato in un colpo duecento grivne, sua madre prende una pensione di 160 grivne al mese.

SULLA VITA QUI

  Ci sono nazioni che non sembrano interessare i tour operator, le grandi agenzie che si occupano di organizzare il turismo di massa. In queste nazioni si concentrano siti archeologici, storici, monumentali; si scoprono mercati, luoghi di culto, strade. Potrebbero attirare i visitatori per le bellezze naturali, o quelle architettoniche, per questioni storiche o per la vivacità popolare di vecchi quartieri in cui le tradizioni locali non si sono smarrite nel corso del tempo.

Alcune di queste regioni sono costrette ad essere isolate a causa delle tensioni internazionali o guerre che sconvolgono gli equilibri interni. L'ingresso ai turisti é sconsigliato dalle stesse ambasciate.

Esistono regioni che non vengono prese in considerazione per altre motivazioni, una di queste é l'Ucraina. Anche i recenti moti di protesta a seguito delle elezioni presidenziali hanno rivelato come non si siano registrate violenze, benché meno verso la comunità internazionale.

Probabilmente esistono "filosofie del viaggiare", e il turismo organizzato ha programmato altre strategie. In Ucraina la vita é diversa, gli atteggiamenti delle persone, i diversi livelli sociali, la dimensione quotidiana creano continui interrogativi ai visitatori. Sono luoghi specifici sparsi per il mondo, dove si ha a che fare con una realtà capace di far scricchiolare le convinzioni con cui si é arrivati.

Molti paesi che appartenevano al blocco sovietico mostrano ancora una certa verginità, come alcune realtà in Asia, in Africa o in Sudamerica. Luoghi in cui il mercato globale non é riuscito ancora del tutto ad egemonizzare le transazioni, le relazioni. E' necessario approcciarsi a queste realtà in modo del tutto aperto, imitanto le cartine tornasole, limitandosi a percepire quanto avviene intorno al proprio quotidiano. Lasciarsi invadere dagli incontri, dai sapori, dalle abitudini. Non si può pretendere un servizio, cercare a tutti i costi di ritrovare gli stessi identici sapori di casa o comunicare con personale capace di intendere diverse lingue.

Paesi come l'Ucraina ce ne sono tutto sommato molti sparsi per il mondo, c'é il desiderio di incontrare uno straniero, di conoscerlo, perché suscita una certa curiosità. Spesso della gente, dai più anziani ai più giovani, ci hanno fermato o si sono intromessi nei nostri discorsi chiedendoci in un italiano imperfetto o con semplici gesti: "Da dove venite?".

Forse perché coloro che abitano in questi paesi sanno che é difficile incontrare turisti simili a quelli che riempiono le strade di Praga o i boulevard parigini. Qui si può venire per turismo sessuale o per il desiderio di scoprire un paese, di affrontare una sfida personale: mettersi in gioco.

La vita in Ucraina può essere dura, non si nascondono le difficoltà che poi non sono così tragiche ma che in certi casi sfiorano i confini della povertà. Forse parte della ripresa economica sta avvenendo grazie alle persone che scelgono di emigrare e spedire i soldi a casa.

I mercati hanno un rigore e una dignità che fanno cadere l'esasperato senso di igiene e di denominazione controllata dei prodotti, segno distintivo di un certo progresso che rende fuorilegge il più banale mal di pancia.

Le case che sembrano cadere a pezzi nascondono luoghi accoglienti ed anche se gli arredi non sono di pregio e i televisori prodotti venticinque anni fa, dentro si riesce a respirare la vita stessa dellle famiglie, gli oggetti hanno tutti un valore in quanto non ci si può permettere un consumo a ciclo continuo. Nelle cucine bollono zuppe, si affettano salumi e vengono preparati piatti che non si mescolano ai sapori internazionali, hanno un'impronta forte nel palato, ed a volte capita di bere o di mangiare qualche miscela insolita alle nostre abitudini.

Tra l'altro incontrare uno straniero, nel senso che questa parola possiede, in quanto "diverso" da me - estraneo, pone l'obbligo di interrogarsi sul valore delle cose. Sul fatto che con gli euro che si spendono per prendere un chilo di pane in Italia, nel suo corrispettivo in grivne in Ucraina se ne possono prendere dieci. Sul fatto che il costo di una pizza ai frutti di mare, una birra, un dolce e il caffé é pari alla pensione mensile di una signora di sessantanni che per trentanni ha lavorato la terra, allevato animali, accudito i propri figli e contribuito alla vita della propria comunità.

Questi viaggi non possono essere definiti fino in fondo turistici, perché costringono ad un confronto con la realtà, paragonando la propria alle innumerevoli altre; noi ci siamo confrontati con quella parte di persone che abbiamo incontrato, nel bene e nel male.

Per questo si è costretti a fare i conti con i propri stili di vita, le convinzioni personali. La "vacanza" é intervallata da alcuni pensieri, che ai monumenti, alle cattedrali, ai musei si intersecano con gli incontri, le perlustrazioni nei mercati, la visita ad una centrale nucleare, la difficoltà di far convivere culture e tradizioni differenti.

Le organizzazioni del turismo di massa non programmeranno mai ingenti spostamenti in questi luoghi finché non diveranno innocui. Un turista ha bisogno di spegnere la mente per un po', prima di tornare al proprio posto di lavoro e contribuire così al meglio nel suo compito specifico. E’ richiesta una certa normalità, un turista deve trovare nel luogo che vuole visitare quello che si aspetta. Anche la povertà deve avere i tratti immaginati, se ne possiede altri, più dignitosi e umani allora il viaggio rischia di far tornare il turista con un pensiero in più, che dopo nessuno può eliminare. Il turismo spesso é organizzato per negare l'esistenza di mondi diversi da quelli immaginati.

FRITTATA DI TRANSITO  
Una Babushka ad una fermata del tram, in una cittadina ucraina tra Odessa e Lviv di cui non ricordo il nome, cerca di vendere lungo i binari del cibo. Su un piatto sono accatastate fette di pane nero avvolte da una pellicola trasparente, sono condite con fette di pomodoro, una frittata di verdure e un ciuffo di prezzemolo.

Ne compro una per quattro grivne. Lei mi sorride e mi fa segno di comprarne ancora, sono buone. Ho finito la moneta e le faccio segno che una è sufficiente.

Lei si allontana e continua il suo mercatanteggiare lungo i binari del treno fino a perdersi nella corrente di coloro che vendono cibo e bevande ai viaggiatori. Tolgo la pellicola traparente e inizio a mangiare. Ha un sapore buonissimo, il pane è fatto in casa e sia le uova che il pomodoro sono freschissimi. Il treno si ferma per un quarto d'ora, ma la signora che vende il pane con la frittata non ritorna. Ne vorrei un'altra, perché l'ho mangiata in fretta, ma la signora non torna, probabilmente le ha vendute tutte.

Una frittata squisita, non ne avevo mai mangiato una così. E dovevo andare in un villaggio di cui non ricordo il nome per sentirne il gusto.

IL CERCHIO SI CHIUDE  

Torniamo a Leopoli dopo venti giorni di viaggio in Ucraina. Arriviamo all'alba quando i negozi sono chiusi e per strada ci sono poche persone che vagano apparentemente senza meta. Il taxi ci porta dalla stazione dei treni alla Svobody prospekty, la piazza principale di Lvov.

Scendiamo, ci guardiamo attorno, di fronte a noi la strada dove era situato il nostro appartamento. La città sembra essere cambiata, le sue forme si rivelano ancor più aggraziate. E' come se avessimo fatto ritorno in questo luogo dopo qualche mese e la riscoprissimo con occhi diversi. Il nostro viaggio circolare a più tappe ha scosso il nostro orologio biologico. Quando si viaggia il tempo sembra scorrere all'impazzata e vivere mentalmente una settimana in un sol giorno.

Alle spalle abbiamo sedici ore di viaggio da Odessa fino qui, ora ci rimane qualche ora libera per fare degli acquisti, rifocillarci e girare per la città. Poi saliremo sul pullman che ci riporterà a casa.

Passiamo queste ore a Lvov cercando di analizzare quanto ci ha impresso il viaggio, i luoghi che abbiamo visitato, le persone che abbiamo conosciuto e durante quest'esperienza che si sta chiudendo con un percorso circolare. Non sappiamo cosa ci aspetterà, cosa ci ricorderemo, e cosa saremo costretti a dimenticare per tornare a vivere negli stessi panni di quando siamo partiti.

Verso sera, torniamo in stazione a prendere i bagagli e con un taxi preistorico, una Lada modello inizio anni sessanta, ci dirigiamo verso l'autorimessa dove partirà il pullman per il ritorno.

La ragazza che lavora negli uffici dell'autorimessa, la stessa che ci aveva visti smarriti al nostro arrivo, ci riconosce. Ci chiede dove é finita la persona che manca, diciamo "E' morto". Lei ci guarda. Noi ridiamo, perché in un certo senso ognuno é morto diverse volte in questo viaggio.

Registriamo i nostri nomi, andiamo in bagno e ci uniamo a coloro che saranno i nostri compagni di viaggio: molte badanti, i loro figli e alcune coppie miste italo-ucraine. Conosciamo un signore  di una certa età di Sant'Ilario d'Enza che ogni anno va in Ucraina a trovare la sua donna, ci mostra la sua tessera di iscrizione al Kom Party, il partito comunista ucraino. C’è anche un ragazzo spaesato che é arrivato in questo paese in aereo per fare delle cure termali, nel mentre si é innamorato e questo imprevisto gli ha fatto prima perdere l'aereo di ritorno e poi prolungare il viaggio di altre due settimane.

Il nostro arrivo provoca curiosità, tanto che ci chiedono dove siamo stati. Si intrecciano storie e racconti di viaggio, dopo un po' alcuni di loro ci riconoscono, si ricordano che eravamo in pullman con loro anche all'andata. Una signora di Ivano-Frankovsk ci dice: "Ma ragazzi, cosa avete fatto? Sembrate diventate più vecchi! E' l'Ucraina che vi ha fatto questo effetto?".

Così ci guardiamo tra di noi, forse é vero, siamo diventati più vecchi.

Il pullman é arrivato, ci apprestiamo alla procedura di imbarco bagagli. Con una bilancia manuale si pesano i bagagli, se a persona superano venti chili, si paga la sovrattassa, procedura per limitare il carico di trasporto ma che influisce parecchio sulle tasche dei viaggiatori. I bagagli sono a posto, non rimane che salire, mettersi a sedere e aspettare.

DOGANA

Al ritorno abbiamo sperimentato il mercato unico. L'Austria é stato il paese che ha segnato il nostro ritorno in Unione Europea. Alla frontiera abbiamo dovuto affrontare una coda chilometrica. Il centralino della dogana ci ha consigliato di spostarci su un altro passaggio, a circa mezzora di distanza.

In questa frontiera ci dicono di non essere abilitati alla procedura di controllo per i pullman. Altro spostamento, ancora più a sud, dove i doganieri ungheresi non ci controllano nemmeno ma quelli austriaci ci rispediscono al mittente, al passaggio doganale da cui eravamo partiti. Tra controlli, soste e spostamenti perdiamo circa tre ore e mezza di viaggio, anche se non abbiamo percorso più di un centinaio di chilometri. Ci sembra non si voglia un nostro ingresso, vogliono farcelo sudare. Torniamo alla prima dogana e affrontiamo come ci é stato richiesto ogni singolo passaggio burocratico. Al confine con l'Austria veniamo a conoscenza del trattamento riservato ai convogli dell'est, il motivo per cui le altre dogane non “erano abilitate”.  
Gli autisti ci traducono gli ordini delle guardie di frontiera. Dobbiamo con molta calma e senza parlare ad alta voce scendere dal pullman, entrare in un'area di controllo, sistemarci rigorosamente in fila a forma di ferro di cavallo e attendere il nostro turno. Se non rispettiamo gli ordini i doganieri interromperanno il controllo e ci faranno restare fuori al freddo e in piedi per tutto il tempo che riterranno opportuno.

Ognuno deve tenere il proprio documento di identità e i relativi permessi in mano e aspettare.

I pochi italiani sul pullman si mettono in fondo alla fila increduli. Gli ucraini formano la fila, come se questa procedura fosse loro famigliare. Rimaniamo senza parole, proviamo vergogna pensando che é una sera di fine agosto e il freddo si può sopportare, ma che nelle altre stagioni con la neve o con la pioggia il trattamento é lo stesso, e le persone devono sopportare questi metodi concentrazionari. Se fossimo un pullman turistico composto da italiani i doganieri salirebbero sul mezzo per controllare i passaporti, e ci "offrirebbero il caffé". Ne abbiamo alla prova alla fine della coda, dopo mezzora di controlli arriva il nostro turno, i passaporti non vengono nemmeno aperti la guardia legge "Unione Europea" e questo decreta che siamo gente perbene. Per noi il ferro di cavallo é una formalità che ci riporta a vivere una strana forma di burocrazia, per chi deve entrare invece é un calvario, carta bollata in mano a qualche funzionario che può decidere se infrangere o meno una speranza di benessere.

APPENDICE

LA FORMAZIONE DELL’UCRAINA

 

Il simbolo dell’Ucraina è un tridente, usato dai grandi principi di Kyev fin dalle antichità, rappresenta la divisione del mondo in tre sfere: terrestre, celeste e spirituale. Terra, aria e acqua.

La parola Ucraina appare per la prima volta nel 1187 per descrivere Kyev e il regno di Halychyna, divisi già a partire dall’839 quando viene menzionata in un testo antico la “Rus’ di Kyev”. Il territorio di Halychyna deriva dal principato di Halicz, il termine ha coniato la parola “Galizia” che è una vasta fetta di terra che unisce l’ucraina occidentale, la polonia meridoniale e parte della Moldavia e della Romania. L’unione tra Kyev e la Galizia avviene soltanto del 1238, ma due anni dopo il paese è nuovamente diviso, la nascita di Lviv (Leopoli) risale al 1256, questa città sarà per secoli il punto di riferimento culturale e politico della Galizia. Le guerre, le conquiste provocarono frammentazioni all’interno dell’Ucraina, la Crimea per secoli in mano ai turchi, poi ai russi è soltanto a partire dal 1954 e per volontà di Nikita Krushev donata dai russi all’ucraina come simbolo di amicizia tra i due popoli. Il resto dell’Ucraina fu sempre diviso, in parte legata all’impero russo e per il resto conquistata dai polacchi o dai lituani o sotto la dipendenza di altre nazioni in funzione anti-russa. Vi fu un periodo di indipendenza con l’Etmanato Ucraino sotto il principe Skoropadskij che ebbe vita per sei mesi soltanto. I Russi e i Polacchi che furono tra i principali dominatori di questi territori, nonostante le divergenze politiche, si trovavano d’accordo per la questione nazionale: “non c’è nazione Ucraina perché non c’è lingua ucraina”. Nel 1772 Russia, Germania e Austria si contendono i resti della Polonia e la Galizia finisce sotto il controllo degli Asburgo che designano Leopoli capitale della regione. Nel 1863 la russificazione dei territori giunge all’apice con l’interdizione ufficiale nell’utilizzare la lingua ucraina, alla fine dell’ottocento l’ucraina  è la più grande nazione dell’impero russo, gli ucraini etnici rappresentano il 17 per cento della popolazione dell’impero degli Zar.

Un altro breve periodo di indipendenza risale al 1917 a seguito della rivoluzione d’ottobre, nasce la Repubblica Ucraina che deve immediatamente vedersela con i desideri di conquista di russi e tedeschi. Nel 1918 parte della repubblica ucraina occidentale viene annessa alla Cecoslovacchia e la Romania e nel 1921 si forma la Repubblica Socialista Sovietica Ucraina. In questi anni la cultura nazionale raggiunge la sua massima diffusione, le pubblicazoni sono principalmente in lingua ucraina e si forma una cultura di Stato che viene brutalmente interrotta da Stalin, con la russificiazione e il massacro organizzato, “la grande fame” che portò alla morte tra i tre e i sei milioni di ucraini in due anni. Le purghe staliniane videro l’eliminazione fisica e politica di 99 dei 102 membri e candidati del Comitato centrale del Partito comunista repubblicano. Nikita Krushev fu l’astro nascente della politica ucraina, emerso a seguito delle purghe di Stalin.

Il 17 settembre 1939 con il patto Molotov-Ribbentrop l’Unione Sovietica riacquista i territori occidentali dell’Ucraina e della Biellorussia. L’accordo con la Germania si disgrega e il 21 agosto del 41 i tedeschi entrano a Kyev. L’Ucraina occidentale, che ha visto per due anni la dominazione sovietica, finisce in parte per collaborare con i nazisti nella speranza di formare a guerra finita, uno stato indipendente. I nazisti, dopo un primo momento, iniziano un trattamento di repressione con la popolazione civile e a partire dall’estate del 41 vista l’ingente presenza di ebrei (soltanto a Leopoli rappresentavano un terzo della popolazione) prende corpo l’idea della soluzione finale.

Qui la storiografia si divide e le ferite provocate in questi anni riportano all’attuale divisione del paese, ad un senso di appartenenza nazionale che è intriso di vicende drammatiche.

L’OUN l’esercito per un Ucraina indipendente, stando ad alcune fonti storiografiche si alleò con i reparti tedeschi, uno dei loro leader, Stepan Bandera si proclama anti tedesco ma decide di sostenere le armate naziste per ottenere l’indipendenza. Bandera viene disegnato come un reazionario con sentimenti fortemente anti comunisti, anti russi e anti semiti. All’indomani dell’arrivo dei tedeschi a Leopoli vi sono alcune cronache riportate sul libro nero di Grossmann e Erenburg che raccontano “costringevano gli ebrei a leccare il pavimento e a pulire le finestre col una piuma di gallina. Gli ebrei venivano messi in fila e obbligati a picchiarsi tra loro.”. Solo in città vennero uccisi 136.800 ebrei ed è tristemente celebre l’immagine dell’orchestra del ghetto costretta a suonare allegre marcette durante l’eccidio.

Le divisioni indipendentiste dell’Oun furono sostenute anche dalla Chiesa Uniate che venne decretata fuori legge da Mosca alla fine della seconda guerra mondiale. Da questo esercito di liberazione e dalla polizia baltica e biellorussa furono reclutati i membri effettivi della 14^ divisione SS Galicia, formata per contrastare la reazione sovietica. Una parte della storiografia racconta che questa divisione era scortata da alcuni sacerdoti e si rese complice dello sterminio di seimila ebrei, massacro che durò tre giorni e tre notti, di cui fu testimone anche il giovane Simon Wieshental. Bandera e i suoi continuarono la lotta macchiandosi di crimini contro le popolazioni non ucraine, cercando di stabilire una minaccia terroristica a sfondo etnico per ottenere l’indipendenza del paese. Fino al 52 sotto le insegne dell’esercito partigiano ucraino (UPA), Bandera continuò a combattere contro gli invasori. E nel 59 fu ucciso da un sicario del Kgb in Germania occidentale.

Ma la storia di Bandera e dell’esercito indipendentista non ha ancora trovato una giusta interpretazione, infatti alcuni storici sostengono che i russi hanno modificato gli eventie falsificato gli atti compiuti dai banderisti.

Un’altra versione è quella che rivela gli scontri interni tra le fazioni dell’OUN, con Bandera ed altri che decidono di sostenere i tedeschi per scacciare i russi, che in due anni hanno represso il desiderio di indipendenza e le libertà personali della popolazione ucraina. Dopo un’iniziale collaborazione, Bandera arriva a dichiarare lo Stato Ucraino e Leopoli ed il 30 giugno del 1941 viene eletto membro del governo provvisorio. Questi atti di indipendenza gli costano la prigione in un campo di concentramento tedesco. Nel 1943 e 44 col ritorno dell’Armata Rossa l’Ucraina vede una massiccia emigrazione verso occidente, in particolare Canada, Stati Uniti, Francia e Inghilterra. L’odio diretto contro i russi ed i polacchi è generato dai sopprusi pagati dal popolo ucraino nel corso delle diverse occupazioni. Bandera si trasforma in eroe ucraino, nonostante i modi a volte crudeli con cui il suo esercito elimina polacchi, russi, ebrei o tedeschi. Gli scontri si fanno intensi e anche nel dopoguerra i banderisti continuano a reclamare la sovranità anche con atti di terrorismo verso i russi che cercavano di trasferirsi ad ovest. Questa parte di storiografia nega un diretto coinvolgimento nei crimini contro gli ebrei e non vuol sentir parlare di una collaborazione dell’OUN di Bandera con l’esercito nazista. L’OUN infatti era divisa tra due fazione, una a capo di Bandera l’altra di Andrey Melnyk, soltanto quest’ultimo è accusato di aver collaborato in modo stretto con la Gestapo. Bandera stando ai documenti ebbe rapporti soltanto con l’Abwehr, il servizio di intelligence della germania nazista. L’OUN infatti fu protagonista nell’organizzaione della Prima armata della divisione dell’esercito Ucraino, allo scopo di formare un esercito nazionale, capace in un secondo momento, di conquistare l’indipendenza e cacciare i tedeschi.

Inoltre la chiesa Uniate non avrebbe “benedetto” i massacri di ebrei, anzi il suo massimo esponente, il monsignor Sheptystsky ebbe il merito di salvare molti ebrei dallo sterminio e di aver redatto una lettera di accusa indirizzata ad Himmler a causa dello sterminio perpretato a Lvov. Sheptystsky imputava storicamente l’uccisione di Gesù al popolo ebraico ma non per questo giustificava la soluzione finale nazista. Questo dibattito, ancora attuale, è una delle cause della frattura all’interno del paese.

Facendo un salto in avanti, a partire dal 91 c’è stata una rivalutazione dell’Oun e della figura di Stepan Bandera, probabilmente anche a causa del livello di diffamazione raggiunto durante l’Unione Sovietica. Inoltre la mancanza di figure storiche eroiche legate all’indipendenza ha portato alla valorizzazione di questa esperienza. La chiesa Uniate, riabilitata durante la perestrojka di Gorbachev, ha fatto proselitismo nell’occidente del paese collegandosi al desiderio di indipendenza delle regioni che una volta erano parte della Galizia e che sempre hanno mal digerito il legame con Mosca.

A partire dal 2001 lo scontro sull’interpretazione storica dell’esercito guidato da Stepan Bandera ha diviso in due il paese. In alcune regioni, prima di tutte quella di Ivano Frankovsk (ex Stanislav), è iniziato un processo di riconoscimento dell’esperienza banderista. Le autorità locali hanno pubblicato un decreto nel quale riconoscono anche ai veterani della 14^ divisione SS Galicia come partecipanti alla lotta per la libertà e l’indipendenza dell’Ucraina. Di conseguenza sono stati riconosciute loro le stesse agevolazioni sociali che godono i veterani dell’Armata Rossa, considerati fino a pochi anni fa i veri “liberatori”. Allo stesso modo il governo di Kyev, prima con alcuni interventi di Yushenko e poi del suo successore Kinakh che dichiarò “la necessità di riabilitare i membri dell’esercito ucraino istituito da Stepan Bandera”. Allo stesso modo, Gad Lerner in un suo articolo, testimonia che a Borislav un momumento commemorativo allo sterminio di ebrei è posto a poca distanza da quello dedicato a Stepan Bandera, complice se non lui il suo esercito di parte dei crimini perpetrati nei confronti degli ebrei. Racconta anche che Padre Boris Gudziac all’accademia teologica greco cattolica di Leopoli si sta prodigando nella difesa del “patriota Bandera”.

Il rabbino capo ucraino Yaakov Dov Bleich sostiene che non esiste una ricerca approfondita tale da assicurare che la divisione SS Galizia fu direttamente coinvolta nell’olocausto. Ma probabilmente il processo di “santificazione” che è in atto nella parte occidentale del paese sta avvenendo senza una minima ricerca storica atta a confutare le accuse che per anni sono state rivolte a Stepan Bandera e i suoi.

Considerando che il nome di Bandera fa ancora tremare buona parte del paese, per  molti anni gli Ucraini orientali che si trasferivano nelle regioni occidentali hanno rischiato di pagare questa scelta con la vita. L’Oun cercava di salvaguardare le proprie terre da una russificazione anche con metodi violenti.

Alcuni partiti che sostengono Yushenko e la rivoluzione arancione dovrebbero cercare di abbandonare il populismo banderista e chiarire l’interpretazione storica dell’Oun e dell’Upa. Vi sono ancora diverse versioni e troppi dubbi sul valore morale che sosteneva l’esercito banderista, bisognerebbe capire se pur di raggiungere l’indipendenza abbiano accettato il compromesso di essere coinvolti nell’olocausto e nell’eliminazione di popolazione inerme, uccisa soltanto perché parte di un altro ceppo etnico. In questo caso, anche i patimenti e i sopprusi patiti dal popolo ucraino, le devastazioni e i morti provocati dalle occupazioni non potrebbero giustificare un tale ciclo di violenza; come è riprovevole e infame La grande fame escogitata da Stalin così anche una reazione capace di generare altra violenza non può ottenere alcuna benedizione politica, per non parlare di quella religiosa da parte della chiesa Uniate.

Negli oblast (distretti regionali) di Leopoli, Ivano Frankovsk e Ternopil le amministrazioni stanno dedicando particolare attenzione a Stepan Bandera e al suo movimento indipendentista, tanto che alcune canzoni della Rivoluzione Arancione prendono spunto da quei canti che tenevono vivi gli animi della divisione Galizia o degli Ucraini collaborazionisti, canti certamente patriottici (proibiti fino a pochi anni fa perché invisi a Mosca) ma forse composti per accompagnare un periodo storico su cui è necessario fare chiarezza. Le ferite di quegli anni sono ancora aperte e in molti sono spaventati o d’altro canto affascinati dal mito di Bandera, per una parte del paese assassino e per l’altra eroe. Forse sarebbe necessario far entrare l’Oun e il suo massimo esponente nella Storia prima che nel folklore del paese.

Facciamo un salto indietro, il paese dopo Stalin vede un suo concittadino salire alla massima carica dell’Unione Sovietica, tocca infatti a Nikita Krushev prendere in mano il paese. Da quel momento l’Ucraina divenne famosa in tutto il mondo per essere il “granaio” dell’Unione Sovietica. Una terra fertile, ricca di materie prime, con un potenziale produttivo industriale e agricolo fondamentale per l’Urss e la sua economia a mosaico.

L’Ucraina fu uno dei motori di questo sistema e fino alla perestrojka e le politiche di Gorbaciov il sistema pareva resistere all’assalto del libero mercato. Un periodo nero, basato su una recessione economica e la tragedia di Chernobyl. Il reattore 4 della centrale, esploso il 26 aprile 1986 diffuse nell’atmosfera 45 milioni di curie di xeno 133, 7 milioni di curie di iodio 131, un milione di curie di cesio 134 e 137. Il 7 per cento del territorio ucraino è tuttora contaminato, lo stato che ha risentito di più della nube tossica è la Biellorussia. L’emissione di sostanze continuò per molti giorni e soltanto a novembre il reattore fu sigillato nel cemento armato del sarcofago, al cui interno risiedono ancora 180 tonnellate di uranio. In quel periodo furono evacuate 132.800 persone, più di 10.000 perirono per le conseguenze dell’esposizione delle radiazioni. Più di centomila persone parteciparono ai lavori di bonifica e di costruzione del sarcofago, questi furono chiamati “i liquidatori”. La tragedia ha provocato un aumento dei casi di cancro, malattie alla tiroide, leucemia e indebolimento delle difese immunitarie. La manutenzione della centrale divorava il 15% del bilancio annuo dell’Ucraina e nel 91 e nel 96 a seguito di piccoli incidenti vennero chiusi i reattori 1 e 2, il reattore numero tre cessò di funzionare nel 2000. In Ucraina esistono ancora 5 centrali dello stesso modello, quella sita nella regione di Zaporizhye è la più grande d’Europa. Oggi in un’area ritenuta ancora altamente radioattiva, grande come una volta e mezzo il Portogallo, vivono due milioni e mezzo di persone. Il periodo di dimezzamento delle sostanze tossiche va dai trenta alle migliaia di anni, le conseguenze sulla natura e sull’uomo sono in fase di studio. Fu in occasione di questa esplosione, sostengono molti commentatori, che l’Unione Sovietica si dissolse. La propaganda vinse sulla buona ragione e molti cittadini persero completamente la fiducia nel governo.

 

LA POLITICA DEL PENDOLO

 

Leonid Kuchma é nato nel villaggio di Chaikyne, nella regione di Cherniv nel 1938, il padre morto al fronte nel 1944 e sua madre, attiva in una fattoria collettiva non si immaginavano che il giovane Leonid avrebbe avrebbe incarnato il difficile passaggio del proprio paese tra l'età sovietica e quella della non ancora acquisita maggiore età. Subito dopo aver conseguito la laurea nell'Università statale di Dniepr specializzandosi in ingegneria missilistica si iscrive al partito comunista delll'Unione Sovietica, viene mandato per ventisei anni in qualità di ingegnere progettista a Bajkonur, in Kazakistan, nella base spaziale dove Mosca tentò l'assalto allo spazio e tuttoggi una delle più famose al mondo.

A Bajkonur fu anche responsabile dei progetti segreti per i voli speciali, fino a che nel 1986 venne nominato direttore generale dell'impresa Yuzhny, specializzata nella costruzione di missili militari nucleari.

Entra in politica al tramonto della Perestrojka, nel 90 é eletto deputato nel Soviet Supremo della Repubblica e partecipa al Congresso dei deputati popolari al disegno dello schema istituzionale della nuova unione di stati sovrani che avrebbe dovuto sostituire l'Urss. Kuchma é costretto a ridimensionare le sue aspettative con il crollo dell'Unione e la proclamazione della Repubblica Ucraina La guida viene affidata a Leonid Kravchiuk, del quale diventa stretto collaboratore in qualità di esperto delle capacità produttive del pase. Le prime elezioni si tengono nel corso del 1991 e vedono sfidarsi Leonid Kravchiuk già membro del Politburo e ex responsabile ideologico del partito comunista con il giornalista dissidente Vjaceslav Cornovil due volte incarcerato durante gli anni sessanta e settanta (fu in grado di far giungere in occidente un resoconto dettagliato degli arresti e dei processi che furono vittime molti intellettuali in quel periodo).

Il 13 ottobre del 92 entra a pieno nella vita politica dell'Ucraina indipendente come Primo Ministro, l'obiettivo del suo mandato era quello di presiedere un comitato interministeriale in grado di affrontare i problemi economici che avevano portato il paese ad una crisi di ampie proporzioni. Il paese non riusciva a tenere a freno l'inflazione e le speculazioni monetarie, sul Karbovanets, hanno causato un vero e proprio tracollo nel paese, in molti persero i risparmi di una vita. Kuchma diede le dimissioni nel settembre del 93 e dopo tre mesi divenne presidente dell'Unione Ucraina di Industriali e Imprenditori, laboratorio politico per la sua candidatura alla presidenza della Repubblica è a capo del Blocco interregionale delle Riforme che vede nei suoi vertici vecchi uomini di apparato e alcuni gruppi di potere. Kuchma arriva al giorno delle elezioni con l'etichetta dell'uomo moderato, una politica volte alle riforme di mercato non radicali, rispettando gli interessi dell'apparato industriale ereditato dall'impero sovietico. Kuchma si presenta con un progetto teso a costruire buone relazioni con la Russia, ma allo stesso tempo inserì nel programma la creazione di una nuova moneta allo scopo di rinsaldare l'indipendenza della nazione. E' così che la politica del "pendolo" di Kuchma iniziò a convincere parte del paese, cercando di trovare consensi in alcune proposte con la parte est del paese e la sinistra, proponendo uno stretto legame con Mosca, ad ovest propone un programma incentrato sul nazionalismo ucraino. In questo periodo, Kuchma prende lezioni di ucraino, infatti oltre ad essere russofono passò diversi anni al di fuori dai confini della nazione a cui voleva assurgere a guida. Molti nazionalisti non si fecero ingannare e lo accusarono di essere asservito a Mosca. Il 26 giugno 94 Kuchma ricevette i voti della zona merdionale e orientale del paese, e riuscì ad arrivare al ballottaggio con il suo ex mentore Kravchiuk. Riuscì a convincere la sinistra ad appoggiarlo e al secondo turno, il 10 luglio 94, divenne Presidente della repubblica Ucraina. Nella capitale fu il candidato sconfitto ad ottenere il maggior numero di preferenze.

Il paese ereditato da Kuchma nell'ultimo anno aveva visto un'inflazione galoppare al 493% e un prodotto interno lordo che aveva subito una flessione del 19%. I centri nevralgici produttivi del paese erano pesantemente afflitti da un'insufficiente rendimento rispetto le loro reali capacità.

Dopo aver prestato giuramento, Kuchma iniziò a far conoscere i suoi metodi politici, rimangiandosi gli intenti pre elettorali e prendendo le distanze dalla Russia e dall'influenza di Mosca, fino ad arrivare nel 96 a discorsi pro Occidente che guardavano alla Nato come punto di riferimento. L'avvicinamento all'Europa e agli Stati Uniti avvenne con e cautela nel corso di cinque anni che portarono il paese ad avere ottimi rapporti con Washington. Così nel 94 firma la rattifica del trattato di non proliferazione in cambio di ingenti aiuti da parte degli Usa, questo permise l'entrata a vigore di Start-1. Nel 95 infatti il paese disattiva tutti i missili a testata multipla e le ultime unità vengono restituite nel 96 alla Russia. Le centinaia di testate nucleari e la flotta ancorata in Crimea, che con la disgregazione dell'Unione Sovietica erano rimaste in eredità all'Ucraina furono nodo importante di controversie internazionale nei primi anni di indipendenza. Kuchma venne invitato a Mosca a partecipare ad una riunione dei G8 per un vertice sulla sicurezza nucleare. Il problema Crimea rischiò di causare tensioni tra Russia e Ucraina, né Mosca né Kyev sembravano voler trovare un accordo sulla flotta militare. Quando nel 99 venne firmato un trattato di amicizia e cooperazione che prevedeva una clausola di affitto alla Russia di Sebastopoli in cambio dell'esaurimento della quasi totalità dei debiti che l'Ucraina aveva nei confronti dei magnati russi per le forniture del gas e del petrolio. Buona parte della flotta in arme al porto venne così affidata a Mosca, anche perché la cattiva congiuntura economica non permetteva al paese di sostenere la manutenzione dell'arsenale.

Kuchma iniziò a firmare trattati di collaborazione e cooperazione anche con le altre ex nazioni del patto di Varsavia, con la Romania, Moldova  e Polonia in primis.

Kuchma nel 96 tenne a battesimo la nascità della Hryvnya (grivna), sostenuta dal Governatore della Banca centrale Ucraina, Viktor Yushenko. Nel 97 Kuchma firma una serie di trattati di intesa e cooperazione con Mosca e con le altre repubbliche ex sovietiche, ma pone dei forti vincoli rinunciando all'adesione di trattati che propongono la creazione di strutture di gestione sovrannazionali per le questioni economiche e commerciali. Nonostante questi affronti alla Russia, che considera l'Ucraina la culla del proprio popolo, la seconda grave crisi economica che colpisce il paese avviene a seguito della caduta del rublo nel corso del 98. Nello stesso anno iniziano le proteste e gli scioperi in molte città a causa della situazione economica avversa.

Nonostante la crisi Kuchma può permettersi di continuare a guardare ad Occidente. Nel 94 l'Ucraina fu la prima nazione dell'ex Urss a firmare una ccordo di cooperazione con l'Europa, nel 95 divenne membro del consiglio d'Europa che prevede un certificato di condotta democratica all'interno degli organismi di governo. Nel 97 firma una carta di relazioni con la Nato, senza entrarne a far parte. Nel 98 entra in vigore il trattato commerciale firmato nel 95 con l'Europa, il Presidente lamenta i ritardi con cui i trattati prendono vita. L'unione Europea ha seguito con la firma dei trattati una strategia comune per lo sviluppo di una democrazia stabile e per la risoluzione delle problematiche nucleari. Anche gli Stati Uniti appoggiarono Kuchma, che fu ospite della Casa Bianca per quattro volte durante il primo mandato e Bill Clinton visitò Kyev sia nel 95 che nel 2000. Fu con gli aiuti statunitensi ed europei che venne finanziata la chiusura del reattore numero tre, l'ultimo attivo della centrale di Chernobyl.

Oltre ai trattati internazionali il 28 giugno del 96 venne presentata la prima Costituzione repubblicana che prevedeva la carica elettiva di 5 anni al Presidente della Repubblica, 450 membri della Rada Suprema (il Parlamento) eletti per 4 anni e la nomina del Primo Ministro affidata al Presidente. Nel corso del 2000, al suo secondo mandato, attraverso un referendum vennero approvati una serie di emendamenti proposti da Kuchma che prevedevano un rafforzamento dei poteri del Presidente, diminuendo a 300 il numero di parlamentari e formando una seconda camera la cui nomina avrebbe dovuto essere affidata alla massima carica dello Stato. Kuchma giustificò questi emendamenti, dichiarando l'urgenza di realizzare senza intoppi alcune riforme vitali per il paese. L'opposizione iniziò da qui a denunciare il pericolo dell'insediarsi di un regime oligarchico la cui concentrazione di potere stava iniziando a minare la stabilità del paese. Il Consiglio Europeo espresse disapprovazione in quanto le ultime scelte politiche del paese non erano compatibili con gli standard democratici, e minacciò di sospendere l'Ucraina dagli organismi europei. Ma gli Stati Uniti ammiravano il talento occidentalista e riformista di Kuchma, il veto di Washington prevalse e le minacce di Bruxelles cadderò nel vuoto.

Nell'autunno del 99 si tennero le elezioni presidenziali in un clima fortemente anti-democratico. I mezzi di comunicazione erano interamente controllati dal Governo e vi furono forti pressioni sul voto, la sinistra era l'unica forza parlamentare capace di opporsi e denuciare gli scandali, ma la sua frammentazione la portarono alla sconfitta al secondo turno con Pyotr Symonenko candidato per il Partito Comunista. Se la sinistra avesse saputo concordare una candidatura unica non prettamente russofona avrebbe avuto buone chance di vincere al primo turno.

Nei primi cinque anni alla Presidenza del paese, Kuchma ha visto sei diversi governi, nominato cinque premier e cinquantun diversi ministri. Dopo le elezioni del 99 propone l'ex governatore della Banca Centrale alla carica di Primo Ministro, si tratta dell'entrata in politica di Viktor Yushenko che é fautore di alcune riforme economiche ma nel 2001 é costretto a dimettersi perché viene considerato scomodo da alcuni gruppi di potere e dai partiti di sinistra a causa delle sue politiche anti-sociali, Kuchma lo sostituisce con Kinakh.

Fu nel 2000 che iniziò a verificarsi uno spostamento dell'orientamento politico di Kuchma, vi fu un graduale avvicinamento alla Russia e alla costituzione dello Spazio Economico Unico, un'alleanza commerciale e strategica tra Mosca, Kazakistan, Biellorussia e Ucraina.

Da qui, l'Unione Europea iniziò a preoccuparsi del nuovo atteggiamento di Kuchma, i cui rapporti andarono a incrinarsi anche con la Polonia e l'Ungheria. Gli Usa diminuiscono i fondi destinati al paese e iniziarono le accuse al clan di Kuchma, con l'arresto dell'ex premier Lazarenko e con i sospetti di coinvolgimenti del Presidente nell'uccisione del giornalista Gongadze che stava investigando sui rapporti tra politica e potere economico. Fu accusato anche di aver venduto sistemi radar proibiti e materiale militare prima alla Macedonia e poi all'Iraq.

Gli osservatori internazionali sembrano accorgersi del "regime Kuchma" soltanto quando il Presidente si allontana dall'orbita occidentale per fare ritorno ad una confederazione slava, da qui iniziano ad accusare l'amministrazione di una profonda corruzione radicata in modo diffuso nella classe dirigente, evidenziando come le guerre di potere interne intacchino e coinvolgano l'economia del paese, spesso trasformandosi in regolamenti di conti tra i clan, tanto da creare frequenti cambiamenti al vertice, frutto di un sistema di alleanze in continua evoluzione.

I blocchi degli investimenti occidentali segnano l'ascesa di Yushenko alle elezioni parlamentari del 2002, da cui Kuchma esce ridimensionato ma con la maggioranza, si profila così la necessità di nominare primo ministro il governatore della regione del Donetsk, Viktor Yanukovich, sostenuto dai gruppi di potere legati ai vecchi apparati industriali sovietici. La nomina del filo-russo Yanukovich segna il definitivo riavvicinamento all'orbita russa, questo porta gli istituti occidentali a finanziare in modo massiccio il blocco che sostiene Yushenko.

Dalle elezioni Kuchma inizia a limitare ancor di più la libertà di stampa e fa chiudere alcune testate nate con il sostegno finanziario di enti occidentali. Ma nonostante questo non vuole scegliere con chi stare, quindi aderisce alla campagna iraquena come uno dei maggiori sostenitori in termini umani.  Quello ucraino é il quarto contingente per dimesioni, sono 450 uomini addetti alla decontaminazione e oltre 1200 soldati nel contingente internazionale. Nonostante questo sforzo l'Ucraina non ottiene alcun contratto di ricostruzione. Il Governo aveva votato l'invio delle truppe dichiarando che le compagnie ucraine avrebbero ottenuto più di cinque miliardi di dollari a guerra finita.

Leonid Kuchma é arrivato alla fine del secondo mandato con un indice di gradimento presso il suo popolo al di sotto del dieci per cento, segno della sua incapacità di decidere e delle forte limitazioni democratiche che hanno intaccato a fondo la vita del paese. Questa giovane democrazia, che Kuchma ha plasmato a sua immagine, ha infatti dovuto sopportare un sistema di potere corrotto, capace di guardare soprattutto alle grandi concentrazioni di potere economico e politico del paese, dimostrando atteggiamenti di insofferenza e disprezzo verso la creazione di uno stato democratico e maturo, incapace di sostenere gli sforzi realizzati dal suo popolo. In molti hanno visto anche in fase pre elettorale per la sua successione, l'indecisione di Kuchma se sostenere il "suo" candidato Yanucovich o il "suo" vecchio amico Yushenko, cercando di trattare l'immunità con entrambe le parti, e mantenendo un atteggiamento ambiguo anche durante le manifestazioni di massa e la crisi politica verificatasi dopo il ballottaggio del 21 novembre. Ora Kuchma dovrebbe appartenere al passato della storia ucraina, così anche la sua politica del pendolo, incapace di prendere una direzione, un bilanciamento continuo tra le forze occidentali e Mosca. Da qui parte il futuro della repubblica Ucraina, questo difficile rapporto rischia di minare le aspettative di un paese che deve essere ancora costruito.

 

DAL DISSENSO ALLA RIVOLUZIONE ARANCIONE

 

Negli anni sessanta hanno inizio le prime manifestazioni di dissenso verso l’Unione Sovietica, molti intellettuali iniziano a parlare apertamente di identità ucraina e di indipendenza. Il giornalista Cornovil riesce a far trapelare in occidenti i documenti che provano gli arresti e i processi contro i dissidenti. La diffusione dei testi anche in Ucraina si affida al fenomeno definito “samizdat” cioè l’autoproduzione e la divilgazione di testi e saggi proibiti dal regime.

Nel 68, come avverrà l’anno successivo a Praga, si immolò a Kyev, dandosi fuoco, un insegnante al grido di “libertà per l’Ucraina”, l’anno successivo un altro insegnante compì lo stesso gesto, quest’ultimo scampa alla morte e viene condannato a due anni e mezzo di carcere.

Negli anni ottanta i dissidenti si riuniscono nella Rukh, il “movimento” che raggruppa le istanze di indipendenza e in cui aderiscono molti esponenti politici. Nel 91 aumentano i “regionalismi”, le istanze separatiste e la frammentazione sia religiosa che politica. Soprattutto perché la classe politica fa perno su sistemi economici e i gruppi di potere in lotta tra loro, questo comporta una continua instabilità della dirigenza, i premier si susseguono e le opposizioni sono composte principalmente da politica “epurati” da Kuchma e il suo clan.

Le pressioni sugli organi di informazioni e sulla vita democratica hanno addirittura subito un livellamento dei livelli etnici e morali della politica. Nel settembre del 2000, il direttore di Verità Ucraina, il trentunenne Gheorgj Gongadze viene trovato decapitato nei boschi di Kyev.

Questi furono gli anni in cui Viktor Yushenko e il suo vice-premier Julia Timoshenko cercarono di applicare riforme strutturali economiche. Timoshenko è accusata di estorsione indebita, lei si difende sostenendo di essere stata vittima di un complotto che l’ha portata per un periodo in carcere. La sua difesa si basa sull’aver smascherato l’esportazione di capitali illegali di alcuni gruppi di potere vicini al presidente Kuchma. Lo stesso Yushenko fu silurato nell’aprile del 2001 da una mozione di sfiducia del Parlamento, accusato di una politica eccessivamente filo occidentale. Subito dopo la sua uscita di scena, in poche ore si riuniscono quindicimila persone a Kyev per manifestare solidarietà al primo ministro uscente. Per affrontare le elezioni amministrative del 2002 sono circa trecento le organizzazioni culturali finanziate da istituzioni americane. I quali si schierano apertamente per il movimento “Nostra Ucraina”, ad occidente si accusa il regime ucraino di scarsa trasparenza e di mancato rispetto delle regole democratiche. Alcuni osservatori politici, come il russo Serghej Markov, accusano questi movimenti di voler scatenare una campagna stampa esasperata tanto da stimolari moti di piazza per ripetere lo “scenario jugoslavo” e fare un pacifico assalto ai palazzi del potere. Symonenko, leader comunista, nel 2002 dichiara: “L’azione delle destre porterà ad una divisione dell’Ucraina. La parte occidentale assoggettata all’influenza americana, l’est sotto quella della Russia e la Crimea sotto l’influenza turca.”.

Il cuore elettorale di Yushenko è l’Ucraina occidentale, che vede in lui l’uomo capace di tagliare definitivamente il cordone ombelicale che lega il paese alla Russia. Sia la chiesa Uniate che le formazioni nazionaliste sono tra i primi che credoo in lui, perfino le formazioni più estremiste che si macchiano di una caccia alle streghe contro gli ex combattenti partigiani e dell’Armata Rossa lo sostengono.

Intanto il governo accusa Yushenko di essere un agente segreto al soldo degli americani e di avere come obiettivo il rovesciamento democratico della nazione per sottostare ai piani del Fondo Monetario Internazionale.

Inizia così un periodo di delazioni e reciproche accuse, alcune vere e altre inventate, il cui clima politico peggiora e alle amministrative si affrontano tre grandi blocchi: quello comunista, quello di Yushenko e quello governativo. Yushenko, fu nominato primo ministro esprimendo una politica riformista di sinistra, capace di rispettare i vincoli dei trattati internazionali. Una volta fatto fuori dall’orbita di potere del Presidente, invece che cercare un posizionamento moderato si è lasciato trasportare dagli umori della destra del suo schieramento e dagli attacchi rivolti contro la Russia. Queste posizioni portano “Nostra Ucraina” a ricevere più del cinquanta per cento dei consensi nelle regioni occidentali, ma a pochissime preferenze nel resto del paese. Ad oriente i partiti pro Kuchma hanno la maggioranza. La fondazione Gallup poche ore prima dell’esito elettorale rendeva noto un sondaggio che attribuiva a Yushenko il 33% e il 15% ai comunisti, inoltre assegnava al movimento di Yushenko una vasta serie di seggi uninonimali tanto da conferirgli il controllo del Parlamento. Gli esiti furono un po’ diversi, Nostra Ucraina ottenne il 23,5% ed i comunisti superarono il 20%. Riesce a vincere, seppur ridimensionato, il blocco che sostiene Kuchma, nonostante si attesti soltanto al 12% delle preferenze riesce ad aggiudicarsi molti seggi uninonimali, diviene così il primo gruppo parlamentare grazie ad un sistema elettorale incapace di rappresentare il paese. I toni si fanno durissimi, tanto che anche una risoluzione della camera dei rappresentanti degli Stati Uniti chiede “elezioni democratiche e trasparenti”. Chernomyrdin, ex primo ministro russo e ambasciatore a Kyev, suggerisce: “perché non rispondete che gli americani hanno eletto un presidente ma sono governati da un altro?”. E il 22 marzo Kuchma usa toni forti contro l’ingerenza d’oltreoceano. A fine anno viene nominato primo ministro Viktor Yanukovich che rappresenta i grandi interessi delle regioni orientali e dei gruppi industriali del Donetsk, un avvicinamento ulteriore a Mosca, una delle sue proposte è di istituire il doppio passaporto “Ucraino-Russo”.

Yushenko in Parlamento riesce a dimostrarsi indipendente, vota contro l’invio di truppe in Iraq e durante la campagna elettorale per le presidenziali ha promesso più volte in caso di vittoria il ritiro immediato dei 1700 uomini inviati da Kyev. Le sue proposte convincono non soltanto gli abitanti delle regioni occidentali ma la sua ritrovata moderazione si insinua anche nelle altre zone del paese come antagonista alle politiche corrotte e lobbistiche di Kuchma.

Il paese tra il 1992 e il 2000 ha visto il reddito pro capite scendere del 42%, la speranza di vita ridursi di due anni e mezzo, e la popolazione è scesa da 52 a 48 milioni (47 milioni nel 2004). Ogni giorno cento persone lasciano il paese per cercare fortuna altrove, la propria terra può offrire uno stipendio mensile di 35 euro al mese e la pensione che parte da 16. Due terzi degli abitanti vivono con questo reddito. Negli anni novanta circa trecentomila ucraini fanno i pendolari tra il proprio paese e la Polonia, dove lavorano, questo flusso si è interrotto il 1 ottobre del 2003 quando la Polonia è entrata ufficialmente nell’Unione Europea e da quel giorno occorre il visto di ingresso per i cittadini ucraini, questo ha causato una diminuzione del 66% dei rapporti commerciali che davano da vivere al 40% degli ucraini che abitano nelle zone di frontiera.

Nel corso del 2003 si hanno i primi segnali di ripresa, anche se il divario tra i ricchi e i poveri aumenta. A Kyev il salario medio era di 453 grivne al mese, meno di cento dollari al cambio ufficiale, considerando che nella capitale gli stipendi sono due volte e mezzo a parità di lavoro rispetto la regione di Ternopil. Nonostante questo gli Ucraini hanno speso 20 miliardi di grivne, pari a 3,7 miliardi di dollari, buona parte provenienti dai redditi non dichiarati dei molti ucraini che vivono all’estero, il fenomeno in termini economici equivale a circa un quarto del bilancio dello Stato. Nei primi mesi del 2004 il Pil ha un incremento del 13.5%, l’inflazione si attesta al 4,4% e nei primi cinque mesi le esportazioni aumentano oltre il 50% rispetto lo stesso periodo dell’anno precedente. Il reddito pro capite ha un aumento del 19,7% (attestandosi circa sui 1000 dollari), le retribuzioni del 26.7%. Anche se gli stipendi medi si assestano sui 45-50 euro al mese.

Nelle elezioni del 2004 si presentano 24 candidati, ma immediatamente si percepisce che il vero avversario da battere è Viktor Yushenko, entrato nel cuore della gente e rappresentante di un riformismo che vuole dare risposte concrete al paese. Kuchma fino all’ultimo non scioglie le riserve su una sua possibile candidatura, teme infatti le indagini giudizarie sulla scomparsa di Gongadze e sui denunciati illeciti. Fino all’ultimo il gruppo di potere legato al Presidente sembra essere titubante e le lotte intestite ritardano le candidature, si susseguono i nomi dell’ex ministro Marchuk e del capo dell’Amminstrazione presidenziale Vladimir Litvin, ma alla fine tutto ricade sul primo minsitro in carica, Viktor Yanukovich che rappresenta i grandi interessi dell’industria produttiva dell’acciaio e degli stabilimenti di estrazione mineraria.

La campagna elettorale si svolge con spallate forti da parte del movimento di Yushenko, Kuchma si prepara a rispondere limitando fortemente le libertà di stampa e di espressione, questa volta riesce a bloccare parte dei finanziamenti alle istituzioni culturali. L’opposizione preannuncia l’ipotesi di brogli e di condizionamento del voto, nelle regioni occidentali, alcuni giorni prima del voto, i dirigenti governativi costringono molte persone a firmare un foglio di rinuncia al voto, ad est invece ci sono forti pressioni e proliferazione del voto di scambio. Prima delle elezioni Yushenko viene ricoverato urgentemente a Vienna, vittima di un presunto avvelenamento, il clima si fa ancora più pesante, i suoi avversari lo accusano di simulare e quando si presenta col volto completamente sfigurato diffondono la tesi che sia stato vittima di un errore di chirurgia estetica. I sostenitori di “Nostra Ucraina” giudicano i servizi segreti complici di Kuchma per tentato omicidio. Al primo turno Yushenko e Yanukovich sono alla pari, con un lieve vantaggio per quest’ultimo. Il 21 novembre al ballottaggio due istituti europei assegnano agli exit-polls la vittoria al candidato dell’opposizione. La mattina seguente i primi risultati ufficiali ribaltano il verdetto e assegnano la vittoria al premieri in carica. Gli osservatori dell’Osce reputano le elezioni “non conformi alle regole democratiche”. Migliaia di persone si ritrovano in piazza e nel giro di poche ore una buona parte del paese fa capolino a Kyev e in altre città il popolo si tinge di arancione. Nelle prime ore le amministrazioni comunali di Kyev, Leopoli, Ternopil e Ivano Frankovsk riconoscono Yushenko come vincitore. I palazzi governativi, le scuole e tutti gli uffici sono bloccati, il paese sembra essere sull’orlo di una guerra civile, da più parti trapelano presunti interventi armati dell’esercito e dei corpi speciali russi. Yushenko in Palramento arriva a prestare giuramento sulla Bibbia come Presidente democraticamente eletto, la situazione sembra portare al tracollo economico del paese, mentre gli incontri con gli inviati internazionali si susseguono, alle banche si formano lunghe file per dare assalto ai risparmi e cercare capitali stranieri. A Kyev si riversano migliaia di persone, anche l’est del paese si risveglia e le regioni industriali che appoggiano Yanukovich chiedono un referendum per rivedere i rapporti con il resto del paese, si inizia a parlare di scissione, anche alcuni stretti sostenitori di Yushenko ne parlano apertamente, come Borys Tarasiuk, presidente della Commissione parlamentare per l’integrazione europea si rivela favorevole ad un’eventuale divisone dell’Ucraina in due parti, una galiziana ed una ad est che torna sotto l’egidia di Mosca. Sul Dnestr sostiene vi sia una frattura geopolitica, fra occidente e oriente ucraino, linguistica tra ucraino e russo, culturale tra russofobia e russofilia, religiosa tra la chiesa uniate e quella ortodossa, etnica tra ucraini e russi. Un economia ad ovest basata sull’agricoltura, ad est basata sul sistema industriale e minerario.

Per due settimane si lanciano proposte che muiono ancor prima dell’alba successiva, chi suggerisce di ritirare entrambi i candidati, chi di ripetere da capo le elezioni, altri una suddivisione dei poteri con nomina degli sfidanti alle due più alte cariche dello Stato. Finchè la Corte Suprema scioglie le riserve e annulla l’esito del voto, indicendo la ripetizione del ballottaggio per il 26 dicembre. Nel frattempo al Parlamento si giunge all’accordo di limitare i poteri del Presidente della Repubblica e ad alcune riforme strutturali del sistema di voto. Si fanno sentire anche i sostenitori di Yanukovich che manifestano sia nelle regioni dell’est che a Kyev, dove si attestano nei pressi dello stadio della Dinamo Kyev.

L’esito del ballottagio è contestato da molte parti, le denunce di brogli riguardano anche le percentuali assegnate ai candidati. In quattro regioni Yushenko supera l’85% dei consensi, in tre Yanukovich; Yushenko vince in diciassette regioni, Yanukovich in dieci, però gode del un sostegno dei territori con maggior numero di abitanti. A livello politico si assistono a momenti di acuta tensione, questo sembra contrapporsi alla dignità delle migliaia di manifestanti, anche se di opposte fazioni non scendono mai a scontri. Le migliaia di manifestanti riescono a condurre una protesta civile, e a chiedere che l’esercizio democratico del voto venga rispettato, questa condizione va al di là degli interessi delle parti, dei gruppi di potere e dei sospetti che minano la credibilità di entrambi i candidati. Yushenko certamente può rappresentare la speranza perché il paese intraprenda un percorso di partecipazione alla vita pubblica e ad una ripresa economica. Su Yanukovich pendono pesanti accuse, riemerge una doppia condanna per reati di stampo economico risalente agli anni settanta, buona parte dell’Europa e del mondo occidentale inizia a conoscere l’Ucraina attraverso le notizie che arrivano dalla Rivoluzione Arancione. Peccato che la Rivoluzione politica e quella civile abbiano due volti differenti. Nelle piazze si ritrovano giovani e gente di ogni età, si autorganizzano e assediano i palazzi nonostante le temperature che vanno sotto lo zero e il gelo, dall’altra invece un dibattito politico che sembra in bilico tra una soluzione radicale e il compromesso. A pochi giorni dalla ripetizione del ballottaggio i medici di Vienna rivelano che Yushenko è stato avvelenato con la Diossina, il Ministro della Sanità Russo nega questa ipotesi sostenendo che per essere efficace come veleno, la Diossina ha bisogno di un’assunzione prolungata nel tempo.

Ci sono molti interessi in gioco, le ricchezze del sottosuolo, la posizione strategica, il corridoio 5 che prevede l’interconnessione da Lisbona a Kyev passando per Spagna, Francia, Italia, Slovenia e Ungheria. L’oleodotto che dovrebbe portare il petrolio del Mar Caspio fino al porto di Danzica, il futuro dello Spazio Economico Unico tra le repubbliche ex sovietiche. E la piazza di Kyev chiede maggiori dignità, rapporti di prezzi più giusti, salari equi, una stabilità economica e il rispetto del voto popolare, vi è la chiara richiesta di conquistare una dignità nazionale e di rendere la politica un luogo dove formare una coscienza civile non assoggettato ai grandi interessi industriali. La rivoluzione arancione, passata la fase iniziale di moto popolare, è costretta ad affrontare la difficile situazione economica del paese, che rimane profondamente fratturato da questa prova di democrazia. Soltanto nei prossimi mesi si potrà giudicare il nuovo volto di questo paese.  

Gianluca Grassi Via Martiri di Vercalle 4  
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