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Religione in Ucraina: tra ortodossi e i catolici

La guerra dei due patriarchi e la rabbia dei cattolici ucraini.

A Kiev il cardinale Lubomir Husar, capo dei grecocattolici, s’è insediato come patriarca “de facto”.
Da Mosca, il patriarcato ortodosso grida alla concorrenza sleale.
Vi è quindi una nuova puntata del conflitto tra la Prima e la Terza Roma.                           

Buone nuove per il patriarcato di Mosca e di tutte le Russie, ma anche cattive.
La buona notizia è che si sta ricomponendo lo strappo con la Chiesa ortodossa russa della diaspora.
Lo strappo risale ai primi anni del regime comunista, quando gli ortodossi russi all’estero si staccarono
dalla Chiesa della madrepatria accusandola di subordinazione al regime.
Per la prima volta dopo la rottura, una delegazione degli ortodossi della diaspora è stata in visita a Mosca lo scorso novembre.
Il patriarca Alessio II ha scritto il 13 dicembre 2003 una lettera di mea culpa e riconciliazione
al metropolita dei russi all’estero, Laurus. E questi si è recato a sua volta a Mosca nel successivo gennaio.

La cattiva notizia, sempre per il patriarcato di Mosca, viene invece dall’Ucraina.
Il cardinale Lubomir Husar, arcivescovo maggiore della Chiesa ucraina cattolica di rito greco,
da dicembre 2003 ha spostato la sua residenza principale da Leopoli a Kiev,
accanto a quella che diventerà la sua nuova cattedrale e che è quasi ultimata.
Formalmente Husar non porta il titolo di patriarca, ma dal 2002, per voto unanime,
lui e gli altri vescovi ucraini grecocattolici ritengono che la loro Chiesa sia già un patriarcato “de facto”.
Attendono solo dal papa il riconoscimento ufficiale.

Ma anche senza questo riconoscimento, c’è quanto basta a inasprire ancor più il conflitto tra la Chiesa ortodossa russa e la Chiesa di Roma.
Kiev è la culla storica del cristianesimo “di tutte le Russie”,
che nel linguaggio ortodosso comprende le attuali Russia, Bielorussia e Ucraina.
E l’insediarsi a Kiev di un patriarca cattolico è quanto di più inaccettabile ci sia per il patriarcato ortodosso di Mosca
che ha giurisdizione anche su quel territorio.

Il cardinale Husar, naturalmente, non la pensa così. E ha spiegato le sue ragioni in un’intervista a “30 Giorni”,
il mensile diretto da Giulio Andreotti che in molti casi fa da supporto alla diplomazia vaticana.

Husar sostiene che Kiev è sempre stato il centro naturale della Chiesa ucraina fedele al papa di Roma.
Ricorda che se da lì sono spariti i cattolici è stato solo per colpa degli zar dell’Ottocento,
che li obbligò a concentrarsi a Occidente, a Leopoli.
Poi venne Stalin e “grazie alle sue deportazioni” il cattolicesimo tornò a ripopolare la regione di Kiev.
Ma era un cattolicesimo costretto alla clandestinità. Oggi non più.
È quindi giusto che i cattolici ucraini, presenti in tutta la nazione, abbiano il loro capo spirituale a Kiev.

Il fatto che i due patriarcati concorrenti – quello ortodosso a Mosca e quello cattolico a Kiev –
abbiano giurisdizione sullo stesso territorio ucraino è, a parere di Husar, una difficoltà superabile.

Anche Husar, come il patriarca di Mosca, rivendica per la propria Chiesa una discendenza diretta dal cristianesimo russo delle origini.
Ciò che fa la differenza – dice – è che la sua Chiesa non si è mai separata da Roma.
Per riunire i due patriarcati basterebbe dunque che anche la Chiesa di Mosca
“si apra alla piena comunione col successore di Pietro”.
“A quel punto noi Chiese cattoliche orientali avremmo concluso la nostra funzione storica
e potremmo rientrare nella piena familiarità con le Chiese sorelle ortodosse,
come era la nostra condizione prima delle divisioni”. Tempo? “Due o tre generazioni”.

Di parere diametralmente opposto è il patriarcato di Mosca.
In una recente intervista – anch’essa al mensile “30 Giorni”
– il metropolita Kirill di Smolensk e Kaliningrad, responsabile del dipartimento per le relazioni esterne del patriarcato -,
ha accusato la Chiesa di Roma di “disegni espansionistici” a danno della Chiesa ortodossa e sul suo stesso terreno,
come “nel tempo delle crociate, quando si istituivano in oriente dei patriarcati cattolici paralleli a quelli ortodossi”.
Stabilire a Kiev “un sedicente patriarcato parallelo” avrebbe come “risultato inevitabile il peggioramento catastrofico delle relazioni tra le nostre due Chiese”.

Kirill è il più in vista dei possibili successori di Alessio II, seriamente malato, come patriarca di Mosca e di tutte le Russie.

E, curiosamente, anche Husar è considerato tra i possibili successori di Giovanni Paolo II.
Anzi, è da alcuni anni il papabile prediletto da uno dei più informati vaticanisti americani, John L. Allen jr. del “National Catholic Reporter”.

Se è impensabile che il conflitto tra Roma e Mosca sia sanato da un abbraccio tra Giovanni Paolo II e Alessio II,
non meno ardua sarà la riconciliazione tra chi verrà dopo di loro.

Riconciliazione che appare ancor più dura alla luce di quanto accaduto in data 8 marzo 2004.

La spedizione a Mosca del cardinale Walter Kasper, presidente del pontificio consiglio per l'unità dei cristiani,
non ha portato pace tra cattolici e ortodossi. E neppure in campo cattolico.
L'arcivescovo maggiore della Chiesa grecocattolica dell'Ucraina, cardinale Lubomyr Husar, ha pubblicato una nota di protesta durissima.

La visita di Kasper a Mosca, infatti, ha terribilmente deluso i cattolici ucraini.
Sulla questione che a loro sta più a cuore, cioè la costituzione in patriarcato della loro Chiesa,
hanno visto il Vaticano cedere su tutta la linea.
Al veto opposto dalla Chiesa russa e dalle altre Chiese ortodosse, il comunicato ufficiale emesso dal Vaticano (e congiuntamente dal patriarcato di Mosca) s'è limitato a dire:

"Il Cardinale Kasper ha indicato che la posizione unanime delle Chiese ortodosse è stata presa in seria considerazione dalle autorità della Chiesa cattolica".

Il no di Mosca e dell'intero mondo ortodosso è in un comunicato apparso sul sito ufficiale del patriarcato di Mosca.

La nota del cardinale Husar si trova invece nel sito in inglese della Chiesa ucraina. Il cardinale parla a nome di tutti i suoi vescovi e attacca il Vaticano fin dalle prime righe.
Si dice "sconvolto e indignato", al pari di molti suoi fedeli, "per il fatto che una questione di sviluppo interno della nostra Chiesa è stata discussa non a Kiev, Leopoli o Roma,
ma a Mosca e, peggio ancora, senza la nostra partecipazione".

Sul finire, la nota attacca le Chiese ortodosse che si sono opposte unanimemente, sotto le pressioni di Mosca,
alla costituzione in patriarcato della Chiesa grecocattolica dell'Ucraina.
Minacciando di rompere ogni contatto con la Chiesa cattolica, esse hanno lanciato "un ultimatum ricattatorio" che "suona come un insulto personale al Santo Padre".

In sostanza, la nota fa capire che anche senza il riconoscimento formale di Roma, la Chiesa grecocattolica ucraina andrà avanti ritenendosi già un patriarcato di fatto.

A far intuire quanto sarebbe accaduto in quel di Mosca vi sono gli antefatti di quella missione.

A pochi giorni dal viaggio a Mosca del cardinale Walter Kasper, presidente del pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani,
e dal suo incontro con il patriarca della Chiesa ortodossa russa Alessio II,
è sempre più chiaro che il principale – e praticamente insuperabile –
punto di disaccordo tra le due parti è l’incombente costituzione in patriarcato, con sede a Kiev, della Chiesa cattolica ucraina di rito greco.

La diplomazia vaticana ha fatto di tutto per spianare la strada a Kasper.
Nella nota preparatoria al viaggio, pubblicata su “L’Osservatore Romano” del 26-27 gennaio 2003
a firma del gesuita polacco Jozef M. Maj, assistente di Kasper per gli affari orientali, non c’è una sola riga che tocchi la questione.
Ad Alessio II il Vaticano ha già fatto sapere che non intende per ora procedere alla costituzione del patriarcato grecocattolico di Kiev.
E Kasper, incontrandolo a Mosca, glielo dirà di nuovo. Ma per tranquillizzare la Chiesa ortodossa non basta un semplice rinvio.
Mosca esige che la decisione non sia presa né oggi né domani né mai, tassativamente.

Ma appunto, questa è una garanzia che il Vaticano non è in grado di dare.
La Chiesa grecocattolica ucraina è già un patriarcato di fatto, forte di una dozzina di vescovi, di 2000 preti e di 5 milioni di fedeli.
Il suo arcivescovo maggiore, cardinale Lubomyr Husar, dallo scorso dicembre risiede già a Kiev,
accanto a quella che diventerà la sua nuova chiesa patriarcale e che è quasi ultimata.
Manca solo il riconoscimento ufficiale del papa.

E quali siano le intenzioni di Giovanni Paolo II è ormai arcinoto.
A fugare ogni dubbio ha provveduto, con una mossa a sorpresa, il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I.

Sul sito web in lingua greca del patriarcato ecumenico di Costantinopoli è infatti comparsa una lunga lettera scritta da Bartolomeo I a Giovanni Paolo II,
in risposta a una lettera inviata da Kasper non a lui ma ad Alessio II e riguardante proprio l’istituzione del patriarcato grecocattolico ucraino.

Nella lettera ad Alessio II – e da questi inoltrata a Bartolomeo I – il cardinale Kasper lo informava che è “intenzione” del papa istituire a Kiev il patriarcato.
E in un lungo documento allegato forniva tutte le prove d’appoggio alla decisione, storiche e canoniche.

Non è noto se e che cosa Alessio II abbia risposto al papa. Ma nella replica di Bartolomeo I a Giovanni Paolo II, datata 29 novembre 2003,
c’è scritto che l’istituzione del patriarcato grecocattolico a Kiev “provocherà forti reazioni da parte di tutte le Chiese sorelle ortodosse”,
“farà saltare i tentativi per la continuazione del dialogo” e “farà tornare al clima di ostilità che vigeva fino a pochi decenni fa”,
a meno che il papa non receda dalla sua intenzione e di ciò “assicuri con forza persuasiva il popolo ucraino e tutte le Chiese ortodosse”.

Per dare maggiore pubblicità alla sua lettera, Bartolomeo I ne ha passato il testo al mensile di Roma “30 Giorni”.
E “30 Giorni”, nel suo numero di gennaio del 2004, ha dato ampia notizia del carteggio,
in coda a un’intervista col patriarca ecumenico di Costantinopoli molto pessimista sullo stato dei rapporti tra cattolicesimo ed ortodossia.

Ma a mostrare ancor più quanto sia esplosiva la questione del patriarcato ucraino, è arrivata un’altra intervista.

L’ha rilasciata a John L. Allen Jr. del “National Catholic Reporter” un gesuita americano che insegna a Roma al Pontificio Istituto Orientale,
specialista di fama mondiale del mondo bizantino e slavo, Robert Taft.

Nell’intervista, padre Taft ha messo fragorosamente in pubblico una serie di osservazioni e di giudizi che in Vaticano molti pensano ma non dicono.

Ad esempio, sul gioco delle parti tra Kasper e il papa:

“Il papa ha detto agli ucraini: se riuscite a convincere Kasper avrete il mio okay. Kasper naturalmente è contro.
Gli hanno dato il compito di costruire ponti con gli ortodossi, non di imbottirli di dinamite. E fa il suo mestiere.
Ma a quelli di Mosca dirà anche che prima o poi la cosa finirà per accadere; e che se proveranno dispiacere, questa reazione farà danno soltanto a loro”.

Sul panico degli ortodossi all’idea di un grande patriarcato rivale a Kiev:

“Per loro la Russia di Kiev include l’Ucraina, la Moscovia e la regione di Novgorod. È la loro madrepatria.
Sarebbe come se al papa di Roma qualcuno portasse via l’Italia. È da lì che vengono le loro vocazioni e il loro denaro, in proporzioni schiaccianti”.

Su come risolvere la questione tra Roma e Mosca:

“Più si va a est e più tutto peggiora, eccetto il cibo. La logica peggiora, la razionalità peggiora e tutto finisce in isteria ed emozionalismo.
È inutile tentare di ragionare. La Chiesa cattolica non dovrebbe nemmeno tentare di convincere gli ortodossi ad accettare il patriarcato.
Prendere o lasciare. Al diavolo Mosca”.

E dentro la Chiesa cattolica:

“Agli ucraini l’ho già detto. Primo, proclamare pubblicamente il patriarcato. Secondo, chiedere il riconoscimento di Roma.
E se questo non viene, respingere tutta la posta che non è indirizzata al patriarcato. Non dirlo soltanto, farlo.
La segreteria di stato manda una lettera indirizzata all’arcivescovo? Non c’è più nessun arcivescovo, c’è il patriarca.
Non aprire la lettera e rimandarla indietro con la scritta: indirizzo sconosciuto”.

Verso la fine dell’intervista, padre Taft allarga il contenzioso tra cattolicesimo ed ortodossia alla questione del papato.
E così prospetta la soluzione:

“Ciò che noi cattolici abbiamo fatto del papato è semplicemente assurdo. Non c’è giustificazione nel Nuovo Testamento o altrove per ciò che ne abbiamo fatto.
Non c’è nessuna ragione al mondo per la quale il papa debba nominare il vescovo di Peoria. Proprio nessuna.
Ci vuole una devoluzione, una decentralizzazione.
La Chiesa cattolica è diventata così grande che abbiamo bisogno anche in occidente di una specie di struttura sinodale del tipo che c’è in oriente.
La conferenza episcopale degli Stati Uniti dovrebbe essere una specie di sinodo dei vescovi cattolici, con la facoltà di eleggere i vescovi.
Magari lasciando a Roma un diritto di veto. Questo naturalmente non garantisce vescovi migliori.
L’idea che quelli del posto necessariamente scelgano uomini migliori che a Roma è falsa, come sa bene chiunque conosca l’oriente.
Ma almeno i fedeli li vedranno come vescovi loro, non come quelli di Roma.
Il papa potrebbe dire: Non vi piace l’arcivescovo di New York? Mica l’ho nominato io”.

Fonte: il mensile "30 Giorni" e "L'Espresso".

 

 

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