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Esaminiamo
il quadro geo-elettorale ucraino. Presenta una radicale divisione. Le regioni
dell’ovest e del centro del Paese - vi dominano agricoltura, industria
leggera (specie alimentare), piccole e medie imprese, terziario - hanno dato
al candidato Viktor Jushenko, ritenuto “filoccidentale”, percentuali
sovietiche attorno e oltre il 90%.
Le regioni dell’Est - settore minerario (carbone), industrie metallurgica,
meccanica (macchinari industriali, industria bellica e aerospaziale),
raffinazione del greggio - hanno dato percentuali altrettanto sovietiche al
suo rivale Viktor Janukovic, ritenuto “filorusso”.
Nelle regioni dell’Ovest e del centro la prevalenza di ucraini etnici è molto
più forte che in quelle dell’Est. Queste ultime sono caratterizzate da una
massiccia presenza di russi e russofoni (tra cui si annoverano non pochi
ucraini).
Passiamo
ora ad un altro quadro, complementare e non meno significativo. Alla
proclamazione dello sciopero nazionale di protesta da parte del sedicente
vincitore Jushenko ha aderito una quota importante, ma per niente totale,
delle aziende dell’Ovest e del Centro.
Ad Est, bacino elettorale del presunto vincitore Janukovic, nessuno ha
incrociato le braccia, dalle industrie del Donbass ai grandi kombinat
metallurgici e meccanici.
I quadri che abbiamo sopra tracciato ci danno l’immagine di un Paese la cui
divisione nella struttura economica corrisponde alla divisione nel voto e
nella mobilitazione politica, oltre naturalmente a quella etnica.
Le fonti dell'economia ucraina
Consideriamo ora alcuni caratteri dell’economia ucraina. Dal 2000 (presidente
Kuchma e premier Jushenko) al 2004 (presidente Kuchma e premier Janukovic) ha
conosciuto consistenti tassi di sviluppo. Quest’anno le previsioni ci dicono
che la crescita del PIL oltrepasserà il 10% alla fine di dicembre. L’anno
scorso si era attestata attorno al 6,5%, nonostante il calo, provocato da
fattori climatici, nell’agricoltura (un settore di grandissime potenzialità,
data la grande fertilità del suolo).
Esaminiamo, alla luce di rapporti del FMI e della WB, le voci principali
dell’export ucraino, in forte incremento grazie a vari fattori, come il
deprezzamento della hrivna e all’incremento della domanda esterna (Cina,
India, ma anche Russia).
Veniamo a sapere che il 17% dell’export è legato al settore minerario e il
40% al settore metallurgico – segnatamente l’acciaio. Anche nei settori
produttivi ad alto valore aggiunto, armamenti e aerospaziale l’Ucraina ha
fatto segnare negli ultimi due - tre anni una forte crescita. Grazie alla
rinnovata “partnership” con la Russia, data la alta complementarietà di quei
settori nei due paesi settori. Frutto di quella che una volta veniva chiamata
“la ‘divisione’ o ‘specializzazione’ sovieto-cialista del lavoro”.
La risorsa energetica
Altro settore che concorre a rafforzare la crescita dell’export ucraino è
quello della lavorazione di greggio e derivati, provenienti dalla Russia e
controllati dai grandi gruppi petroliferi russi, in particolare Lukoil.
Il notevole debito energetico ucraino nei confronti di Mosca, maggiore
fornitrice di gas all’Ucraina, nel 2000 ammontava a oltre 2,5 miliardi di
dollari. Viene pagato soprattutto tramite la vendita a società russe di
importanti quote azionarie di società e di Fig(Gruppi industriali finanziari)
ucraini.
Così, l’importante posizione conseguita dall’Ucraina nell’export di greggio
raffinato è legata alla presenza dominante nel settore di società russe come
Lukoil.
Infine, non dobbiamo dimenticare altre due voci importanti delle entrate
ucraine. Le royalties riscosse dall’Ucraina per il passaggio degli oleodotti
e gasdotti che avviano gas e greggio russi verso l’Europa centro-occidentale.
Destinate ad aumentare, una volta che la Russia ne avrà incrementato la rete.
Le rimesse delle molte centinaia di ucraini che lavorano in Russia (e che
hanno contribuito non poco al boom edilizio di Mosca).
Integrazione e dipendenza
Il risultato di tutto questo è una moneta stabile, la hrivna , che al tempo
stesso rende (molto più del rublo attuale, in continua crescita rispetto alla
moneta di riferimento, il dollaro) fortemente competitive le esportazioni di
Kiev. Buono è il livello degli investimenti nel capitale fisso. L’inflazione
si mantiene a un livello del 7% . La disoccupazione dal 12% del 2002 sarebbe
scesa quest’anno al 9%.
Come si vede, l’economia ucraina si trova a metà tra integrazione e
dipendenza rispetto a quella del grande vicino del Nord.
Oltre il 50% di questa economia si situa – in termini quantitativi – nelle
regioni orientali. Quelle dominate da Janukovìc. E’ vero che certe loro
qualità non sono apprezzabili. Almeno secondo gli standard dell’UE o del FMI,
che mettono in evidenza, deplorandoli, i sussidi che lo stato dà al settore
minerario, carbone, e il regime di basse tariffe in cui esso opera nel
mercato interno. Ed anche la scarsa corporate governance dei grandi complessi
metallurgici.
Ebbene, basta esaminare questo contesto economico per cogliere tutto il
pericolo o l’avventatezza della contrapposizione tra le due parti del paese.
E ancor peggio di una loro possibile separazione, più o meno prolungata.
Gli inviti alla divisione e i contributi che ad essa danno certi patrocini
esterni (di Russia da una parte, di Ue e Usa dall’altra) offerti all’uno o
all’altro dei due contendenti dovrebbero essere evitati come la peste.
Occorrono l’accordo e il compromesso. La guerra civile sarebbe una nuova
tragedia post-sovietica. La più grave.
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